L’insopportabile ipocrisia di Macron, di Salvini e dell’Europa tutta

Da una parte gli europei sono i primi responsabili – e beneficiari – del mancato sviluppo di molte zone del pianeta: dall’altra condannano chi scappa da quelle stesse zone.

di Fabrizio Amadori | 16 Luglio 2018

Spesso gli europei individuano e sostengono i potenti del Terzo mondo che possono manipolare, e questo nell’interesse delle politiche, e delle aziende, del Vecchio continente. Così, da una parte gli europei sono i primi responsabili – e beneficiari – del mancato sviluppo di molte zone del pianeta: dall’altra condannano chi scappa da quelle stesse zone, che pure hanno contribuito a rendere invivibili. Roba da pazzi – mi si lasci dire -, e la Francia dovrebbe saperlo dato che ha deciso da tempo di presidiare militarmente ampie regioni di alcuni paesi sahariani per controllarne le preziose risorse naturali, e saccheggiarle. Se però arrivano migranti da quegli stessi paesi, ebbene, Macron non li vuole: eppure il numero di tali migranti è cresciuto anche a causa di una situazione nuova, quella libica attuale, di cui Parigi è la prima responsabile (responsabilità doppia, quindi, la sua). Non è forse venuto il momento di dire che le potenze che traggono i maggiori profitti dallo sfruttamento dei paesi poveri – che hanno interesse, ripeto, a mantenere tali – dovrebbero essere le prime ad accettare di prendersi i loro migranti, e questo nonostante, ed anzi appunto perché, siano economici? I popoli europei stessi, infatti, non possono non riconoscere che lo sfruttamento dei paesi sottosviluppati voluto dai governi e dalle multinazionali del Vecchio continente porta loro dei vantaggi: vantaggi per i quali è venuta l’ora di dare qualcosa in cambio (e non mi sto riferendo agli spiccioli della collaborazione internazionale pensata per preservare l’illusione della solidarietà). A meno che i popoli europei stessi non trovino normale costringere prima una persona a scappare dalla propria casa, e poi impedirle di trovare rifugio.

 

Fabrizio Amadori

Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico "Mazzini", laureato in filosofia all'Università Statale del capoluogo ligure, ama la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all'estero (Zambia), si occupa da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al suo attivo ha numerose pubblicazioni - articoli e interviste - su giornali e riviste culturali nazionali ("Filosofia", "Avanguardia", "Poeti e poesia", "Ideazione", etc.). Da ricercatore in ambito letterario ha scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il suo breve saggio "Ragionare alla Poe", "Avanguardia" n. 59). E' stato il primo a parlare di "narratologia deduttiva". Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col suo pamphlet "Giovani e potere" - o "Giovani, sesso e potere" a seconda dell'edizione - (prefazione di Dino Cofrancesco), ha potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, si è occupato per i giornali anche di cultura. Di recente ha iniziato a pubblicare alcune poesie - o "testi rimati" come li definisce lui - sulla rivista "Poeti e poesia". Già membro della segreteria della "Enzo Tortora" di Milano e Consigliere generale della "Coscioni", si è occupato come oratore del referendum per l'abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano "Liberazione" - di ispirazione comunista - ad usare come allegato per la campagna il materiale dell'associazione radicale.

2 commenti

  1. Beh, aspetto di leggere qualcosa di suo per essere un po’ più generoso di lei: un 18 politico assicurato!
    Aspetto il pezzo, mi raccomando :)

  2. così sbrigativo. Pieno di certezze assolute. Neanche 18. Si ripresenti alal prossima sessione.

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