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La lunga vigilia degli “anni di piombo”: 1967-68

La strage del 12 dicembre 1969 davvero fu l’inizio programmato della “strategia della tensione”? Ideata e pilotata da chi? La sequenza degli eventi è nei fatti, ma non era scritta in alcun libro del destino, né, meno ancora, è identificabile con un “progetto”.

di Aldo A. Mola | 9 Dicembre 2019

Quando lo Stato sembrò vacillare.

Vigilia della strage nella Banca dell’Agricoltura a Piazza Fontana nel cuore di Milano, 12 dicembre 1969. Come di rito, il cinquantenario è sommerso da rievocazioni, libri, “memorie”. In sintesi, mezzo secolo dopo il “fatto” abbiamo una verità processuale (approdo di vari e controversi procedimenti giudiziari), molte e contrastanti interpretazioni “politiche”, nessuna opinione condivisa né una certezza storiografica. Come deplora Gianni Oliva in “Anni di piombo e di tritolo. 1969-1980” (ed. Mondadori), giovani e meno giovani dai “media” vengono appassionati a Cleopatra, ai Borgia, ai Medici più che alla storia contemporanea, cioè alla comprensione del loro tempo. Angosciati dalla quotidianità (come avverte il preoccupante rapporto del Censis), gli italiani si rifugiano nel passato remoto o nella cura del corpo, ripiegati tra incertezza e frustrazioni, e coltivano il mito dell’“uomo forte al comando”, come non ne avessero già avuto uno con conseguenze catastrofiche. Immergersi in “mondi lontani” rinvia il fastidio di fare i conti con un passato imbarazzante, di ambiguità, compromessi, rassegnazione.

Ma la strage del 12 dicembre 1969 davvero fu l’inizio programmato della “strategia della tensione”? Ideata e pilotata da chi? La sequenza degli eventi è nei fatti, ma non era scritta in alcun libro del destino, né, meno ancora, è identificabile con un “progetto”. A distanza di mezzo secolo è giusto ripercorrerli e accostarli, fermo restando, però, che le congetture non sono prove, né, quindi Storia. Un lustro dopo quel tragico dicembre 1969 l’Italia imboccò una via accidentata. Rimane tuttavia da documentare il nesso non solo logico-cronologico ma anche fattuale tra il prima e il dopo. Dal 1974 seguirono il sequestro del magistrato Mario Sossi (da poco mancato ai vivi), poi lo stillicidio delle Brigate Rosse, via via sino al sequestro e all’assassinio di Aldo Moro (1978), e poi altri cinque anni di delitti eccellenti, da Mino Pecorelli, che in grembiulino e guanti bianchi scriveva troppo, a Carlo Alberto Dalla Chiesa, che aveva dedicato la vita a servire lo Stato. Un quindicennio. Una lunga guerra oggi dimenticata ma viva nella carne di chi la combatté, come Antonio Brunetti, che ne ha scritto in “I 31 uomini del Generale” (ed. Luni).

La Storia non è profezia del passato: una narrazione che parte da una data e pretende di allineare i fatti risalendo all’indietro come se una Volontà unica planetaria abbia deciso e governato ogni passo di ogni paese. Questa è una visione mistica, con un piede nel Provvidenzialismo, un altro nel Complottismo, che poi sono due facce di una stessa medaglia, cioè la convinzione che il Mondo sia negli artigli di un Grande Vecchio, nei  tentacoli di una Piovra. È la fiaba dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion, che tuttora fanno testo in Iran e in tanti paesi islamici, come nelle fantasie di borghi europei e pur anco  nostrani.

Il  Sessantasette e le sue radici

In Italia il “Sessantotto” iniziò nel 1967. Il Bel Paese è sempre stato all’avanguardia. Anche nell’oblio di sé. Schiacciata sul presente, ancor oggi ha il chiodo fisso del “fascismo”, un “oggetto” misterioso per i “fascisti” stessi e comunque morto e sepolto, e ignora la storia di ieri e dell’altro ieri. Ma che cosa fu il Sessantotto in Italia e che cosa furono gli anni seguenti? Nella narrazione usuale il Sessantotto è la fotografia di ragazze più spigliate di prima (come in Italia non lo fossero mai state sin dagli Etruschi o nella Firenze del Rinascimento) e di capigliature maschili disordinate, unte e un po’ ributtanti.

In Italia quel 1967 iniziò quasi in sordina con assalti e “okkupazioni” di siti inviolabili e quindi impreparati all’assalto. Tutto cominciò con l’Università di Trento, bacino di coltura del contagio. Vi si laureò anche un futuro gran maestro massonico. Intimiditi, tanti “colti” rimasero afoni e poi si divisero. Aleggiava lo spettro di Giovanni Gentile…Persero di autorevolezza. Pochissimi intuirono quanto stava avvenendo. Non accadeva per endogenesi ma per  eterogenesi. Il bacillo arrivava da lontano. La “protesta” nostrana riecheggiava quella intrapresa negli Stati Uniti d’America da parte di giovani decisi a non farsi intruppare nella guerra che da anni Washington conduceva (senza dichiarazione) contro il Vietnam con metodi brutali e senza un obiettivo strategico condiviso. Dinnanzi alle immagini di quanto avveniva molti giovani, anzitutto studenti, si sottrassero alla “missione” imposta: uccidere anche a sangue freddo, bombardare senza domandarsi chi fossero le vittime. A cose fatte “Apocalypse now” ha narrato i molti volti dell’“orrore”. Dagli USA la rivolta contro la “stupidità militare” passò in Italia, un Paese che cinque anni prima aveva imboccato con modesti esiti la via del centro-sinistra con i governi Moro-Nenni. L’Europa era imbalsamata.

Se non si ricordano per fila e per segno “fatti” e protagonisti, “voci” e “miti” non si capisce quanto accadde. Nel 1965 Renato Panzieri pubblicò i “Quaderni Rossi”. Raymond Aron prese le distanze da Jean-Paul Sartre. Ceausescu s’impose alla guida della Romania, subito vezzeggiato dall’“Occidente”. Da Cuba “El Che” Guevara, non proprio un’“anima bella”, andò in Bolivia per incendiare l’America meridionale. Nel 1966 il Tribunale internazionale Russell (Stoccolma) condannò gli USA per i crimini in Vietnam. Nasser (Egitto), Tito (Jugoslavia) e Indira Gandhi lanciarono la carta dei “neutrali” (ognuno dei tre attuava politiche repressive nel proprio paese, ma veniva elogiato quale campione di pacifismo).

Nel marzo 1967 in Francia uno sciopero generale travolse il governo Pompidou, costretto alle dimissioni. Un mese dopo i militari assunsero il potere in Grecia. Con la guerra dei sei giorni Israele annientò le forze dei paesi confinanti. Il 21 ottobre sfilò a Washington un’imponente “marcia per la pace”.

Il 27 novembre a Torino decine di studenti occuparono Palazzo Campana, sede delle facoltà umanistiche, le più vulnerabili e, in prospettiva, meno rilevanti rispetto a Politecnico e ad Economia e Commercio. Fu la svolta, anche perché tra i “militanti” vi erano figli di “ottimati” della borghesia antifascista e democratica. Il paradosso è che (a differenza di quanto era accaduto nel 1917-1922) i nuovi rivoluzionari non volevano fare “come in Russia” ma “come negli USA”. Volevano “più Occidente”. Ma quale? Il verbo novello era diffuso da Régis Debray, dai “Cantos” di Ezra Pound e da Blow-up di Antonioni. Parola d’ordine: “trasgredire”. Acuto e lungimirante il giovane giornalista Walter Tobagi un anno dopo pubblicò la storia del movimento studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia (SugarCo). Si domandava se esso fosse espressione dei ceti medi proletarizzati o alla sinistra degli operai.

Diffuso a macchia di leopardo, il “movimento” dapprima si propose quasi timidamente come “contestazione”, formula equivoca, dagli obiettivi minimali: assemblee autogestite, con intervento di “oratori” estranei al corpo docente, retrocesso ad anticaglia. Psicologicamente impreparati, di rado i “professori” reagirono e rivendicarono il loro ruolo.  Poiché non ottenne risposte alle loro fatue richieste, il movimento passò ai fatti. Le okkupazioni e la voglia di scontri con le forze dell’ordine. Dal pensiero (quale?) all’azione. L’importante era “stare in piazza”. Esserci. Protestare: “Crear dos, tres muchos Vietnam” come predicato da Guevara (passato per le armi l’8 ottobre 1967).

La crisi  della Repubblica nel “Diario” di Adolfo Sarti

Nel 1968 le agitazioni giovanili esplosero in Giappone, Germania, ancora Francia e quindi Italia. I loro capifila (come Dutschke) pareva dovessero guidare il mondo per decenni. Oggi sono dimenticati, come la generalità dei loro emuli nostrani. In Francia De Gaulle represse duramente la rivolta studentesca esplosa alla Sorbona e a Nanterre, dalla quale prese nettamente le distanze lo storico Ruggiero Romano, all’epoca direttore della Maison d’Italie e “proche compagnon” del Maestro della storiografia europea Fernand Braudel.

Benché fallito, il “movimento” si erse a “potere studentesco”, arido isolotto dell’arcipelago di “potere operaio” e di quanto poi ne nacque per vasi comunicanti. In un liceo di provincia un docente non si oppose affatto alla protesta degli studenti, ma ne chiese la  severa punizione: una lezione di educazione civica.  Dovevano capire che le norme sono norme e che se le si vuole abbattere occorre avere un progetto sostitutivo. Diversamente si genera solo il caos, a tutto vantaggio dell’anti-politica. Le piazze sono solo uno spazio: per condottieri, capipopolo, teatro dei pupi. Ma la dirigenza era all’altezza del compito storico?

Nel “Diario” ancora in massima parte inedito il quarantunenne Adolfo Sarti, democristiano e sottosegretario all’Interno dalla carriera folgorante sino al 1981, quando risultò affiliato alla P2, all’inizio del 1969 annotò: “Mi sento sempre più reazionario”. Il 9 novembre aggiunse: “C’è un morto a Milano, ma nella polizia, insieme a decine di feriti. Questo è il primo bilancio dello sciopero generale. Però ci sono cose anche più gravi. Un reparto della polizia (…) a Milano si è ammutinato, protestando contro le autorità che impongono di esporsi a pericoli gravi senza difendersi (oltre a negare retribuzioni più eque)”.  Due giorni dopo scrisse: “Taviani ritiene inevitabile la guerra civile. Personalmente ho provveduto a tutto…”, come si legge in “Adolfo Sarti e la crisi della Repubblica” di Paolo Acanfora (il Mulino).

Era ovvio che il peggio dovesse venire. Non per la tracotanza di studenti senza meta, ma per disorientamento della dirigenza. Ci vollero anni prima che lo Stato riaffermasse la propria identità di suprema salute dei cittadini.

Il Sessantotto: ombra di un sogno fuggente…

Come tutti i sommovimenti planetari, anche il “Sessantotto” ebbe radici, versioni, durate e ripercussioni diverse da Paese a Paese. In breve sintesi, Giovanni XXIII indisse il Concilio ecumenico Vaticano II, tuttora da delibare nelle conseguenze ultime, come da opposte sponde ripetono Roberto De Mattei e i postconciliari, in attesa che papa Francesco tragga la sintesi. Alle spalle il Sessantotto aveva altri due desaparecidos di rango mondiale: Nikita Kruscev nell’URSS, defenestrato nel 1964, e John F. Kennedy, assassinato a Dallas in circostanze tuttora oscure. Negli USA la “rivolta” giovanile (mai “rivoluzione”) fu la risposta alla guerra del Vietnam e agli scandali politici in corso. Lo si vide di lì a poco con le forzate dimissioni di Richard Nixon. In Francia e Belgio il Sessantotto fu il contraccolpo della decolonizzazione (gli orrori delle guerre in  Algeria e nel Congo).

L’Italia, rovinosamente sconfitta nella seconda guerra mondiale e lacerata sia dalla guerra civile sia dalla pluridecennale contrapposizione muro contro muro tra Democrazia Cristiana e Fronte popolare socialcomunista, viveva tra l’incudine del clericalismo tardo-ottocentesco, completo di riti più superstiziosi che religiosi (alcuni perdurano), e alla ancora mitica attesa dell’Armata Rossa (plaudita anche da una parte dei socialisti per quanto i carri armati sovietici fecero in Ungheria nel 1956). Ci vollero quasi dieci anni per passare dal centrismo corretto con dosi ematiche di liberali, repubblicani e socialdemocratici (De Gasperi-Pella) al Centro-sinistra organico (Moro-Nenni, dal 1963 al 1968), che perciò nacque con la palpebra abbassata dalla nascita. La parola d’ordine era: rinviare per svuotare. Come mostrò la mancata fusione tra PSI e PSDI, con la fuoriuscita del PSIUP proprio quando l’unità socialista avrebbe potuto voltar pagina nella storia d’Italia. Ci provò ancora Bettino Craxi, la cui memoria nel ventennale della morte stenta a farsi spazio. Né una via né una piazza. Forse una targa ricordo? O una “grazia” post mortem? È l’Italia di Scipione l’Africano, morto in esilio, e di Marco Tullio Cicerone che offrì il collo ai suoi assassini mormorando: “Moriar in patria saepe servata”.

Il Sessantotto fu lo scossone impresso a un sistema istituzionale e politico-partitico esausto, svigorito, incapace di rinnovamento culturale-religioso dal proprio interno, col freno a mano sempre tirato: Paolo VI, Aldo Moro, Enrico Berlinguer…, i governi Rumor e Andreotti. Sopravvisse a se stesso perché non aveva alcun vero progetto. Non c’era. Era un mito, la chiacchiera di chi aveva creduto di essere in trincea, ma in realtà passava dalla panchina al prato. La sua leggenda serviva per richiamare a coorte gli sbandati di una “borghesia” frastornata, inconsapevole di sé, avvolta in un benessere la cui faticata matrice sfuggiva ai più. Molti pensavano fosse merito proprio anziché dell’inquadramento dalla parte meno scomoda della grande storia.

Dieci anni dopo, nel 1978-1979 la spinta verso l’ammodernamento che, faute de mieux, passò sotto il nome di Sessantotto svanì tra attentati mortali, morti naturali e la richiesta di Ugo La Malfa di introdurre la pena di morte contro i terroristi politici e con l’avvento del “grande centro” (dal PLI al PSI): l’immobilismo e, in risposta all’inerzia pubblica, il rifugio nel “privato”, che oggi, dopo altri decenni di inconcludenza, si esprime con la allarmante diserzione dalle urne: un sessantottismo capovolto, reso più “adulto” (o più cinico) dalla  delusione nei confronti del sistema istituzionale, ancora indulgente verso movimenti, gruppi e/o il “poetare” in libertà: insetto preferito le cicale.

Il Sessantotto espresse il sogno ingenuo che per migliorare il mondo, tutto e subito, basti scrollare l’albero. Nel tempo si constatò che le grandi promesse (ONU, “Europa”, la Cuba di Castro e Guevara, la Cina di Mao, gli USA…) erano un elenco di problemi, la cui soluzione avrebbe richiesto “più politica” e “più scienza”, ma libere da fatue attese di Miracoli e lontane dal ricatto del potere: una scommessa oggi perdente.

Nell’attesa della Cometa …

Infine, la matrice profonda del Sessantotto fu il superamento dell’“equilibro del Terrore”, l’esorcizzazione della guerra nucleare incombente. Ma ora che la proliferazione della “Bomba” è una realtà scontata (ed è causa di maggior incubo, perché ne è meno possibile il controllo) e la guerra è passata da quegli arsenali alla cibernetica, ci si rassegna a un super-potere mondiale in cambio di un po’ di sicurezza per la mera “durata in vita”. Perciò in un Paese a noleggio, qual è l’Italia (che sta all’Europa odierna come il ducato di Parma e Piacenza stava all’Italia di metà Ottocento, politicamente e militarmente irrilevante), il Sessantotto è il trapassato remoto… Per dirla col Jaufrè Rudel di Giosue Carducci, “è l’ombra di un sogno fuggente”. Come tutti i sogni svaniti, non suscita più alcuna passione e neppure nostalgie. Semmai è un antidoto dinnanzi ai nuovi baluginanti sessantottismi di chi marcia salmodiando con lo sguardo incattivito contro la Scienza e il Progresso e invita ad andare a vento anziché a vapore. Tra le nuvole. In Cielo si annuncia il passaggio imminente di una Cometa in arrivo da  una costellazione remota. Per alcuni è annuncio di gioia; per chi sa quei Corpi vaganti sono sempre stati presagio di sventure.

Ma che cosa di peggio può ancora riservarci la Storia?

Aldo A. Mola

Pubblicato in : EditorialeTag: agricoltura, aldo moro, andreotti, anni, annuncio, anziani, belgio, bettino craxi, brigate rosse, ceausescu, chiesa, cicerone, cina, conti, craxi, crisi, de gasperi, democrazia, dimissioni, enrico berlinguer, espressione, europa, firenze, francia, freno

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Giampaolo Mercanzin

    14 Dicembre 2019 alle 23:44

    Strano che non si sia ricordato Paolo Emilio Taviani ex partigiano, che, DA MINISTRO DEGLI INTERNI, inventò la teoria degli opposti estremismi!

    Rispondi

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