Il film di Sorrentino su Berlusconi: una doppia critica che ha il tempo che trova (la sua ma anche – si parva licet – la mia)

di Fabrizio Amadori | 1 maggio 2018

Il film di Sorrentino su Berlusconi si divide in due parti. 
Una in cui domina la “sottofauna” di piccoli e grandi intrallazzatori che faceva – e fa? – da contesto alla vita erotica dell’ex Primo Ministro secondo le cronache giudiziarie, alle quali il regista evidentemente si ispira. 
Un’altra in cui domina invece la figura di “Lui”, come viene definito dalla gente che lo circonda, la quale lo salva sui propri cellulari in questo modo, come se il suo nome si potesse esprimere in un semplice, evocativo, pronome, come era successo già ad Aristotele (lui morto), come era successo – e succede tuttora – a “Dio” (lui… vivo?). 
Si ricorderà infatti che Aristotele veniva indicato con “ipse (dixit)” ai tempi del Medioevo, e in effetti l’accostamento al grande filosofo greco da parte mia non è casuale, dato che “Lui” nella parte che lo riguarda – la seconda ripeto – pontifica, sbrillanteggia, sbruffoneggia e se la canta, dentro e fuor di metafora, nella maniera solita in cui ci viene proposto da anni: e così, come direbbe Aristotele, diventa “motore immobile” del (piccolo) mondo (moderno?) attorno, oltreché di se stesso. 
E’ innegabile che Sorrentino provi a non fornire un’immagine piatta e banale dell’uomo, ma è tale tentativo che non mi convince. “Lui” rimane più personaggio che persona anche in questo film, e la scelta, azzeccata secondo me, di rappresentarlo in una cornice di intimità familiare, viene in parte rovinata dai quadretti in cui l’ex Cavaliere si esprime per frasi fatte, quando non citazioni vere e proprie, tali da rendere, la sua, una figura stereotipata. 
Come già notato per “La grande bellezza”, a Sorrentino – ex regista di spot pubblicitari – manca il talento della rappresentazione dell’uomo nella sua profondità, la quale si dovrebbe vedere espressa nelle azioni, che però sono ben lungi, nel film, dall’acquistare un significato universale, valido per tutti. Nell’opera “Lui” rappresenta solo e soltanto se stesso, ma nella maniera che già conosciamo, senza sorprese, che è quella poi espressa da molti dei suoi detrattori. “Lui” non parla mai a nome di tutti, è sempre di parte, fa la battuta, talvolta con garbo, talvolta no, ed è efficace soprattutto per via di quanto non dice in alcune pause studiate ad arte, non di quanto dice.
I personaggi dovrebbero preparare il terreno, e riempire i minuti di un film che riguarda “Lui” senza alcun tono apologetico, e quindi senza timori reverenziali, senza concessioni di alcun tipo. L’abilità innegabile di Sorrentino consiste nel creare quadretti efficaci sul piano della ripresa, dell’ambientazione e del dialogo. La trama nel suo insieme, invece, non rimane in mente, perché è dubbio che ne esista una, sebbene tale risultato potrebbe essere stato cercato dal regista. 
Infatti: chi non conosce la trama della vita di “Lui”? Per il film di Sorrentino, insomma, può valere la riflessione che Alessandro Piperno ha fatto a suo tempo per i buoni romanzi: quando li si riprende in mano non lo si fa per rileggere la trama, che già si conosce, ma per cercare quegli aspetti del testo che suscitano emozioni. Sorrentino è andato oltre, ha deciso cioè di non occuparsi della trama, preferendo di gran lunga la pennellata, la mescolanza di situazioni capaci, secondo l’autore, di far uscire fuori l’essenza del protagonista. Posto che esista un’essenza nell’uomo e che se ne possa parlare, naturalmente. Posto questo, però, il regista è riuscito in tale impresa? La prova del nove, per me, è quella della disponibilità, da parte del lettore o dello spettatore, a rileggere il libro o a rivedere il film. E non escludo – perché occorre un po’ di tempo per esserne sicuro – che tra qualche tempo io non voglia fare proprio questo, rivedere il film di Sorrentino. 
Per adesso sospendo il giudizio, anche se può sembrare un po’ naiv: ma occorre rispettare il lavoro altrui. Infatti, non credo molto ai critici che quando scrivono si affidano solo alla propria parte razionale, ossia a quelle parole di cui si inebriano, e con le quali eprimono più se stessi che il prodotto preso in considerazione – discorso simile per la critica filosofica, naturalmente: si pensi ad esempio al “Leibniz” di Russell -. 
L’irrazionalità e l’emozione devono guidare la persona che giudica – non che compone, per carità! – un’opera creativa. E l’irrazionalità cambia col soggetto, e quindi anche la valutazione, quando verrà, quando sarà possibile darla. Un po’ di modestia da parte di chi critica, insomma, è necessaria.
Basta verificare se il prodotto creativo meriti un po’ di attenzione, meriti cioè di essere considerato un’opera che abbia superato il livello minimo a partire dal quale si può prenderla in considerazione. Ecco, credo che l’opera di Sorrentino abbia superato tale livello minimo: per il resto aspetterei un po’, ripeto, prima di dire la mia, ed esprimere, col giudizio emotivo di cui parlavo, la mia soggettività di quest’epoca della vita a contatto col film. Aspetterei un po’ ma non troppo: col tempo, infatti, cambiando io, cambieranno pure i miei gusti, e a parlare sarebbe in pratica un’altra persona – è noto che, a detta di molti, la valutazione di un’opera creativa col passare degli anni possa cambiare da parte della cosiddetta “stessa persona”, ma è innanzitutto tale definizione, “stessa persona”, che secondo me è degna di critica e discussione -.
Una critica insomma, anche la mia, che ha il tempo – e lo stato d’animo – che trova.
 
Fabrizio Amadori
Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico "Mazzini", laureato in filosofia all'Università Statale del capoluogo ligure, ama la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all'estero (Zambia), si occupa da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al suo attivo ha numerose pubblicazioni - articoli e interviste - su giornali e riviste culturali nazionali ("Filosofia", "Avanguardia", "Poeti e poesia", "Ideazione", etc.). Da ricercatore in ambito letterario ha scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il suo breve saggio "Ragionare alla Poe", "Avanguardia" n. 59). Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col suo pamphlet "Giovani e potere" - o "Giovani, sesso e potere" a seconda dell'edizione - (prefazione di Dino Cofrancesco), ha potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, si è occupato per i giornali anche di cultura. Di recente ha iniziato a pubblicare alcune poesie - o "testi rimati" come li definisce lui - sulla rivista "Poeti e poesia". Già membro della segreteria della "Enzo Tortora" di Milano e Consigliere generale della "Coscioni", si è occupato come oratore del referendum per l'abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano "Liberazione" - di ispirazione comunista - ad usare come allegato per la campagna il materiale dell'associazione radicale.

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