Perchè certa critica si straccia le vesti davanti a film che sono storia dei giorni nostri e non davanti alle insulse pellicole basate su doppisensi parolacce e compagnia danzante? Viene il dubbio che la critica sia più aspra quando dietro la macchina da presa c’è una donna, se poi è anche brava e per giunta bella, allora al mio via siate pronti a scatenarvi…ma per fortuna ci sono ancora critici che sanno vedere un film.

Quest’anno torna nelle sale con “Zero Dark Thirty”, film che doveva uscire a ridosso delle elezioni americane e appunto per questo rinviato. Doveva essere nelle nostre sale il 10 gennaio ma è finalmente uscito il 7 febbraio, in tempo per gli Oscar che verranno consegnati il 24 febbraio.
Il film, assolutamente da vedere se vogliamo capire cosa è successo non solo la notte tra l’1e il 2 maggio 2011, è candidato a 5 premi Oscar: miglior film, attrice protagonista, sceneggiatura originale, montaggio, suono.
E’ senza dubbio un film difficile anche se la Bigelow ha dimostrato di saper parlare di guerra e contro la guerra senza falsi o ipocriti pudori; così come sa parlare di tortura senza approvarla, apprezzarla o compiacersene come qualche critico ha cercato di affermare.
Un film che parte con uno schermo nero mentre ci fa sentire le voci concitate e terrorizzate di coloro che l’11 settembre 2001 sono intrappolati, senza speranza di salvezza, nelle torri gemelle ha un impatto particolare sullo spettatore e non può certo evitare di far vedere cosa gli uomini sono disposti a fare quando si sentono attaccati, quando sentono in pericolo tutto quello in cui avevano creduto, su cui avevano basato le proprie convinzioni.
Partendo dall’assunto che come non si può andare in guerra e pretendere di uscirne con le mani pulite, nello stesso modo non si può parlare di terrorismo e di tortura senza sentirsi irritati, inorriditi, sconvolti e preoccupati, ci predisponiamo a vedere il film sicuri che alla fine della proiezione ci sentiremo necessariamente più piccoli, sporchi e forse anche brutti, ma con la sicurezza che il film ci darà molto su cui riflettere. E Zero DarK Thirty non ci ha deluso, dalla regia impeccabile alla protagonista “la ragazza” per i colleghi e “quella figlia di puttana che ha localizzato l’obiettivo (Bin Laden)” come si definisce lei stessa, quando si cerca di isolarla, metterla ai margini, presenza costante, forte e continua nel corso di tutto il film.
E’ la storia di dieci anni di indagini e ricerche da parte della CIA , partendo dall’attacco dell’11 settembre 2001 fino alla notte fra l’1 e il 2 maggio 2011; storia incentrata sul personaggio di Maya l’agente che all’inizio del film appena arrivata in una prigione segreta della Cia partecipa ad un interrogatorio/tortura e per anni continuerà a cercare il luogo segreto in cui vive Bin Laden, con ostinazione, spesso contrastata dai suoi superiori, sola con le sue contraddizioni di donna fino ad individuare la fortezza segreta che lo sceicco ha eletto a sua dimora temporanea. “…io lo troverò e ucciderò Bin Laden…”
E Jessica Chastain diretta con mano ferma e con il stile sobrio e asciutto della Bigelow, quasi documentarista pur nella fiction, dà una grande prova d’attrice (che peraltro aveva già rivelato nella “Salomè” di Al Pacino) tanto da meritarsi la nomination come Miglior attrice. Intanto ha ottenuto il Golden Globe e la lotta il 24 febbraio sarà dura e la scelta difficile se si tiene conto che dovrà vedersela anche con Emanuelle Riva (Amour) e Quvenzhané Wallis (Re della terra selvaggia) nell’ordine la più anziana (85 anni) e la più giovane (9 anni) delle candidate alla statuetta.
La Bigelow pensava da anni ad un film su Bin Laden tanto che quando è arrivata la notizia che era stato ucciso, buona parte della sceneggiatura era già stata scritta e se alcune cose sono state necessariamente cambiate, il fulcro del film, nato dagli incontri con funzionari della Cia, da indagini giornalistiche di Mark Boal, è rimasto.
La regista, avvalendosi della collaborazione dello sceneggiatore Mark Boal, voleva indagare sulla forza di chi, per anni, ha lavorato alla ricerca dell’uomo considerato dagli americani (e non solo) il nemico n.1, sulla determinazione di chi dedica ogni giorno della sua vita a questa ricerca che non porterà lodi, encomi, riconoscimenti ufficiali a causa della “inconsistenza” di chi lavora sotto copertura.
La Cia ha messo a disposizione della Bigelow esperti e archivi e ha favorito l’incontro tra la vera Maya (la cui identità è ancora segreta) e l’attrice che ha portato sullo schermo anche le sue frustrazioni davanti ai fallimenti della Cia e al susseguirsi degli attentati terroristici.
Per quasi tre ore assistiamo ad un reportage giornalistico più che a un film con un intento politico e sentiamo salire la tensione man a mano che ci avvicina la fine della missione che ha “ossessionato” Maya.
Quando arriva l’ora giusta per le missioni più pericolose (appunto Zero Dark Thirty) e gli elicotteri “fantasma” si alzano in volo, silenziosi portatori di morte, la polvere che alzano impasta la bocca dello spettatore e blocca la respirazione di Maya che riprenderà il contatto con la realtà che la circonda solo aprendo il sacco che contiene il corpo di Osama Bin Laden.
Dal nero iniziale dello schermo al finale nella penombra della carlinga dell’aereo speciale che porterà Maya, unica passeggera, in patria e in questa solitaria penombra Maya, ancora una volta sola, piange.
E se dopo aver visto il film ci saranno ancora critici pronti a parlare di “apologia della tortura” manifesta nel film, beh allora forse qualcuno ha sbagliato mestiere oppure la Bigelow ha due gravi difetti : è una bella donna e, cosa ancora più grave è brava.
Le parole di chi l’ha definita “ancella della tortura” si commentano da sole… ma per favore.

Rita, condivido il tuo punto di analisi e di lettura, preciso e dettagliato: Grazie. Faccio circolare
Grazie Pia, mi sembrava doveroso per le donne, il cinema, le opere ben fatte e spesso le donne sono maestre .