Il proibizionismo, come la storia ha dimostrato, non ha portato ai risultati auspicati dai legislatori, perché è stato percepito come una limitazione alla libertà individuale.

Poiché per lo Stato è dispendioso provvedere alla salute dei propri “sudditi”, interesse (apparente) dello Stato è ridurre i fattori di rischio proibendone o disincentivandone il consumo. Il proibizionismo, come la storia ha dimostrato, non ha portato ai risultati auspicati dai legislatori, perché è stato percepito come una limitazione alla libertà individuale non accettabile e perché ha alimentato i traffici della malavita offrendo un nuovo mercato (nero) in cui inserirsi.
L’induzione alla riduzione del consumo di determinati beni da parte dello Stato ha allora percorso altre strade: essa può essere perseguita tramite azioni di comunicazione mirate a far emergere aspetti negativi derivanti dal perseverare in “errate” abitudini; o dall’applicazione di imposte selettive ai prodotti “politicamente scorretti”.
Come il libro Obesità e Tasse (a cura di Massimiliano Trovato, IBL Libri 2013) dimostra, portando a sostegno della sua tesi di fondo diversi studi, la tassazione selettiva non reca allo Stato, inteso come insieme dei cittadini/contribuenti, i risultati dai quali questa trarrebbe giustificazione di esistere.
Sono ad esempio spesso sottovalutati i costi amministrativi che una tale tassazione comporta. Il caso della Danimarca, che dapprima impose una tassa sui grassi contenuti negli alimenti per poi abrogarla proprio a causa della difficoltà (e quindi dei costi connessi) nel definire l’esatta incidenza del prelievo fiscale, è emblematico in questo senso.
Un altro risvolto negativo della tassazione selettiva è dato dalla deadweight loss, una perdita secca di benessere sia dei consumatori che dei produttori, e che non viene intercettata dallo Stato né da alcun altro soggetto. La deadweight loss o “eccesso di pressione di un’imposta” rappresenta il costo in termini di perdita di benessere associata ai cambiamenti di comportamento del mercato, che, secondo uno studio condotto negli Stati Uniti (e ad essi riferito) è calcolabile intorno al 5 per cento del PIL.
Da un punto di vista meramente logico (se si accettano gli assunti della psicologia cognitiva) inoltre, Edward Glaeser, all’interno del suo saggio contenuto in Obesità e Tasse, ampiamente argomenta la tesi secondo cui «i difetti dell’attività cognitiva umana dovrebbero renderci non meno, ma più diffidenti sull’opportunità di affidarci alla capacità decisionale dei poteri pubblici». Egli dimostra, confrontando analiticamente i processi decisionali pubblici e quelli privati, come i primi siano in maniera endogena più soggetti ad errore rispetto ai secondi, e che dunque l’approccio paternalistico dello Stato è spesso più dannoso rispetto alle libere scelte del singolo (che, se non altro, non si ripercuotono sull’intera comunità).
La stessa schiavitù fu paternalisticamente difesa dalla Confederazione Sudista che sosteneva come l’emancipazione avrebbe portato i neri a dover competere in un mercato che li avrebbe schiacciati, e che dunque, per il loro “bene”, era meglio gli venisse risparmiato questo destino…schiavizzandoli.
Glaeser affronta poi il tema dell’attenzione che il singolo individuo pone nel processo decisionale che lo porta alla scelta del candidato che lo dovrà governare, rispetto all’attenzione che pone nelle scelte che implicano una ripercussione più diretta ed immediata sulla sua vita privata: nel secondo caso, l’individuo è decisamente più lucido e consapevole che nel primo.
Come si può allora pensare che coloro che abbiamo scelto per governarci, spesso solo sulla base di sensazioni e dati parziali, e che sono per altro soggetti, in virtù del loro acquisito potere, ad influenze lobbistiche (che il singolo individuo non subisce), siano in grado di decidere cosa è meglio per noi più di quanto non ne siamo in grado noi stessi? In fondo non sono essi stessi frutto di un nostro processo decisionale? Svalutando la nostra capacità cognitiva, attraverso lo strumento del paternalismo, lo Stato (inteso qui come legislatore) mina le stesse radici che lo sostengono, di fatto, implicitamente, delegittimizzandosi. Se il cittadino non è in grado di prendere autonomamente decisioni che riguardano il proprio benessere senza che vi sia un intervento più o meno forte dello Stato, chi ci assicura che sia stato in grado di scegliere per il meglio chi lo rappresenta politicamente?
Il corto circuito è palese.

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