
È una domanda che torna con forza ogni volta che emergono tensioni interne o accuse che rischiano di offuscare il senso del sacrificio quotidiano di migliaia di uomini e donne. In guerra ogni atto disonesto pesa come un macigno perché colpisce non solo le risorse dallo Stato ma anche la fiducia che tiene unito un popolo sotto le bombe. La storia insegna che i delitti consumati durante le emergenze sono tra i più odiosi perché approfittano della fragilità altrui e generano una ferita morale spesso più profonda della stessa distruzione materiale. I soldati partono per il fronte con la consapevolezza che il ritorno non è garantito. Lo fanno per senso del dovere, per amore della loro terra per proteggere le famiglie che attendono notizie in case ormai sventrate o costrette all’evacuazione. Da anni gli ucraini combattono metro dopo metro con un coraggio che il mondo ha riconosciuto. Eppure la domanda resta sospesa nell’aria come polvere dopo un’esplosione, che cosa provano quando ascoltano voci di inefficienze politiche o sospetti di corruzione proprio mentre cercano di resistere a un’invasione che ha strappato loro amici città e un pezzo di futuro. Ogni soldato ha negli occhi i volti dei civili caduti sotto i bombardamenti e ogni perdita alimenta la sensazione che ogni arma ogni fondo ogni aiuto possano significare una vita in più salvata. Per questo qualsiasi ombra sul comportamento di chi governa pesa dieci volte tanto. In un Paese che lotta per la sopravvivenza nazionale la fiducia non è un accessorio è un’arma necessaria quanto un giubbotto antiproiettile. Senza fiducia il morale crolla e il fronte diventa ancora più duro. La situazione resta terribilmente complessa perché la pace non può essere imposta dall’oggi al domani e ogni passo negoziale richiede equilibrio e prudenza. Ma allo stesso tempo diventa urgente restituire voce ai cittadini e rassicurare l’esercito che ogni sacrificio ha un senso e un orizzonte. Una guida politica salda credibile e trasparente è il fondamento su cui si regge la volontà di combattere. Senza questo legame profondo tra popolo istituzioni e forze armate la resistenza rischia di diventare un peso insostenibile. E allora la domanda ritorna più forte che mai con quale spirito quei soldati continueranno a difendere la loro terra sapendo che ogni notte potrebbe essere l’ultima e che allo stesso tempo desiderano solo che il Paese per cui stanno rischiando tutto resti degno del loro sacrificio. È da questo nodo che dipende non solo la tenuta del fronte ma anche la speranza che l’Ucraina possa rialzarsi una volta finita la tempesta. Anche se la domanda resta: dopo le cause che hanno costretto Yermak alle dimissioni, come si sentiranno i soldati rimasti al fronte?
Angelo Santoro

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