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XI° Legislatura della Lombardia, nuova o vecchia?

Il Consiglio e la Giunta sono l’espressione del nuovo professionismo della politica che avanza, in particolare di quello che si è formato e si consolida nel contado.

di Mimmo Merlo | 16 Aprile 2018

Giovedì 5 Aprile, si è avviata la XI° legislatura della Lombardia, con il rituale dell’elezione e dell’insediamento della nuova presidenza del Consiglio Regionale, la terza assemblea legislativa del Paese dopo Camera e Senato: con i suoi 80 consiglieri, in rappresentanza di un sesto della popolazione italiana .
‘As usual’, anche il nuovo consiglio vede la predominanza maschile (pare che siano solo i bresciani che privilegiano al voto le femmine); ed è rinnovato ampiamente per la convergenza di due opportunità: la coincidenza tra elezioni regionali e nazionali, e la ‘benevolenza’ della recente norma dell’incompatibilità tra il ruolo di assessore e quello di consigliere, che nel 2018 consente un ‘ripopolamento’ del dieci per cento dei seggi.
Il Consiglio e la Giunta sono l’espressione del nuovo professionismo della politica che avanza, in particolare di quello che si è formato e si consolida nel contado, almeno così traspare dalla lettura dei curricula; si tratta di una neoprofessionalità politica, fatta di esperienze amministrative in molti ‘comunelli’ lombardi e, in minor misura, nelle ‘disciolte’ Province, nonché soprattutto nei ruoli organizzativi di partito. E’ un ritorno alle tanto vituperate prassi della prima repubblica, declinata, in molti casi, secondo l’accurato rigorismo fidelizzante attuato nella composizione delle liste elettorali.
Si tratta di esperienze e professionalità che non sembrano poter fare da argine al declassamento della politica lombarda per quanto riguarda la capacità di governare le dinamiche sociali, economiche e produttive; certo, appare un declassamento assai minore rispetto a quello di Camera e Senato, che Feltri senior definisce in modo colorato, ‘bettola piena di mediocri, e di sciurette nulla facenti’, ma che condivide in più di un caso le arrembanti aspirazioni a beneficiare dell’ascensore sociale che oggi, più che in passato, la politica è in grado di offrire. Anche nel nuovo Consiglio un tocco di familismo non poteva mancare, dopo i Bossi junior e i La Russa brothers, oggi il beneficiato è il giovane Romani, figlio del senatore azzurro.
Comunque la si voglia interpretare, l’espressione culturale e politica dominante nel nuovo Consiglio non appare un buon viatico per declinare l’autonomia, invocata dal Governatore Fontana e dal Presidente Fermi, che possa essere funzionale nel ‘secolo delle città’ e che possa supportare il dinamismo necessario che occorre al futuro della Lombardia. Saprà metabolizzare i dinamismi positivi provenienti dalla ricchezza dinamica degli arcipelaghi che caratterizzano le città lombarde e in particolare del suo volano naturale rappresentato la città metropolitana di Milano o verrà privilegiata la dispersione nelle micro comunità che ne sono il coerente contributo? In merito, silenziando ogni riferimento alla lodevole iniziativa in corso per la ‘grande Lecco ’ il canzese Fermi ha preferito lanciare un ambiguo ‘venite a noi’, rivolto ai molti piccoli comuni.
Ritornando al cerimoniale del primo giorno, è stato rispettato il rituale, la solita ‘ammuina’ nelle votazioni, le cui conclusioni alla fine corrispondono a quelle predefinite, se non concordate con le opposizioni, per comporre la ‘squadra’ di garanzia. A proposito della quale Il neo eletto Consigliere Segretario, Dario Violi (Movimento 5*), per esigenze di copione, ci ha tenuto ad affermare che rinuncerà all’indennità aggiuntiva di componente, ‘per il rispetto dell’etica’; ma già che c’era, ha omesso di dire che così poteva concorrere al rimborso del danno provocato dall’improvvido acquisto degli inutilizzabili tablet elettorali, pretesa dal suo movimento e barattata col voto determinante per consentire il referendum sull’autonomia dell’autunno 2017.
Tutto si è svolto nella normalità e nella cortesia del primo giorno: unica manifestazione di dissenso, quella attuata nel segreto dell’urna da anonimi consiglieri, forse solidali con la ‘pasionaria’ Silvia Sardone, per la sua esclusione dalla ruota della fortuna della Giunta. Un segnale di dissenso a scartamento ridotto? Solo il tempo lo dirà. La predilezione per le cariche istituzionali di Silvia e famiglia è nota soprattutto ai milanesi: col pedigree di consigliera comunale a Milano, nonché super votata in Regione, la nostra pretendeva che le venisse dato ‘giusto riconoscimento’, che come dice il marito, rispecchierebbe sia la rappresentatività, sia il merito. Impegno per la sicurezza e intransigenza anti-islamica sono le cifre del suo fare politica, l’area del suo impegno muove da via Padova, percorre il quartiere Adriano e sfocia nella città metropolitana di Sesto San Giovanni, nella quale riveste il ruolo di coordinatrice cittadina di Forza Italia. Da brava politica e grata moglie, con scrupolo familistico ha fatto eleggere a sindaco di Sesto il marito Roberto Di Stefano, sottraendo per la prima volta alla sinistra post comunista l’ambita poltrona. Sin qui i meriti oggettivamente un po’ familiari; per quelli che riguardano la capacità di governo o di amministrazione si attendono riscontri dalla Corte dei Conti, che ha sotto osservazione la sua non esaltante esperienza di presidente dell’Afol milanese.
Per concludere, non poteva mancare un po’ di folclore nell’affollata buvette del Consiglio, sovrarappresentata da cravatte e pochette verdi e da simboli del Carroccio all’occhiello, e da una pattuglia di ‘past consiglieri’ con tanto di vitalizio accreditato in conto corrente, che non mancano mai all’inaugurazione; fra loro si stagliava l’aitante figura di Alessandro Patelli, il già facente funzione di tesoriere della Lega Nord durante la prima repubblica. Non tutti se lo ricordano, ma Alessandro è quello che, interrogato da Di Pietro, si giustificò definendosi un ‘pirla’, per aver accettato negli anni 90 un lauto ‘contributo personale’ dalla Montedison di Carlo Sama; per la verità, troppo pirla non fu proprio, perché subito dopo riuscì a farsi due legislature regionali mettendosi così in condizione di godere di un vitalizio di quasi 4000 euro al mese e pure di presenziare ad ogni nuovo giro. Anche questo è un segnale che ci riporta alla prima repubblica.

Mimmo Merlo   (lavocemetropolitana.it)

Pubblicato in : Primo pianoTag: amministrazione, anni, anni 90, bossi, conti, corte dei conti, declassamento, di pietro, elezioni, elezioni regionali, euro, figlio, futuro, governo, italia, lega, lega nord, legislatura, lombardia, manifestazione, merito, milano, movimento, presidenza del consiglio, prima repubblica

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