
di Alessandra Colarizi*
L’ascesa della stand-up comedy in Cina è più di semplice intrattenimento. Per molti, la comicità offre una forma di sfogo emotivo. Gli spettacoli prendono spunto da fallimenti individuali e da una diffusa ansia sociale, offrendo uno spazio intimo in cui ridere delle difficoltà della vita di tutti i giorni. Per questo Pechino li teme. Molti sono stati azzittiti da quando nel 2023 il cabarettista Li Haoshi è stato costretto a pagare una multa di 2 milioni di dollari per aver paragonato le forze armate cinesi a dei cani.
Nei suoi scritti Marx usava costantemente l’ironia e il sarcasmo, specialmente nella condanna a politici borghesi, economisti e avversari. Engels fu anche più esplicito nel riconoscere il valore della satira come arma politica: la riteneva una forma di critica sociale capace di smascherare pretese intellettuali, ipocrisie e contraddizioni. Non tollera alcun umorismo invece il presidente cinese Xi Jinping. Mentre i padri del marxismo hanno ispirato i principi fondativi del “socialismo con caratteristiche cinesi”, ai piani alti di Pechino oggi la loro vena iconoclasta viene percepita come una minaccia per il sistema del Partito unico.
Appena assunto il potere, Xi ha sottoposto a stretto controllo l’arte e l’industria dell’intrattenimento. Aprendo il Forum sui Lavori di Letteratura e Arte, il 15 ottobre 2014 il leader ha sottolineato che l’arte e la letteratura devono essere al servizio del socialismo e che è necessario promuovere l’etica e l’estetica tradizionale cinese, evitando stili volgari, kitsch o imitazioni occidentali. Da allora nelle maglie della censura sono rimasti intrappolati comici e artisti: da Gao Zhen, lo scultore arrestato per aver “dissacrato” Mao, a Li Haoshi, il cabarettista costretto nel 2023 a pagare una multa di 2 milioni di dollari per aver paragonato le forze armate cinesi a dei cani.
La stand-up comedy figura tra i generi più colpiti dalla campagna moralizzatrice di Pechino. Implicando una frequente interazione con il pubblico, questo tipo di performance – che vede il comico esibirsi in piedi (stand-up in inglese) sul palco – è spesso ricca di battute velenose, con rimandi alla vita reale. Difficile non sconfinare nella politica. Li Haoshi non è l’unico ad aver superato la sottile linea rossa della censura. Tre anni fa, il comico Chizi, è stato “diffidato” dopo aver criticato la situazione delle minoranze etniche nello Xinjiang durante una tournée in Nord America. Per quanto scampato a responsabilità penali, l’uomo si è visto bloccare gli account social. Una sorte toccata lo scorso marzo anche alla cabarettista uigura Xiao Pa, allontanata dalla platea virtuale e dai teatri per aver “istigato l’odio tra i generi” con le sue performance ironiche su temi legati al femminismo, alla crisi demografica e alle disuguaglianze di genere nella società cinese. D’altro canto, con la svolta austera di Xi la lista degli argomenti “sensibili” è diventata incredibilmente lunga. Fattore che ha reso il cabaret un’attività ad alto rischio.
L’origine della stand-up comedy in Cina
Nata negli Stati Uniti all’inizio del XIX secolo, la stand-up comedy (in mandarino tuōkǒu xiù 脱口秀) ha acquisito popolarità in Cina dopo l’esibizione dell’artista sino-americano Joe Wong alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca nel 2010. Da allora diversi club sono comparsi nelle principali città del paese. Shanghai, la vera capitale cinese della comicità, solo nel 2024 ha ospitato oltre 15.000 spettacoli di stand-up comedy. Nella prima metà del 2025, il numero delle esibizioni in tutta la Cina è aumentato di oltre il 50% su base annua, mentre gli incassi al botteghino sono cresciuti del 135%.
L’inclusione del genere prima nei talk show televisivi, e poi nei programmi trasmessi sulle piattaforme online come Tencent Video e Youku, ha contribuito a conquistare l’immaginario collettivo. Il resto lo hanno fatto gli incentivi dei governi locali, intenzionati a sfruttare il potenziale economico del fenomeno. In meno di dieci anni, “grazie a questa combinazione vincente di politiche preferenziali, maggiori investimenti e un crescente interesse popolare, la stand-up comedy ha trasformato un fenomeno culturale di nicchia in un’industria di massa”, spiega la rivista Sixth Tone. Un’industria piuttosto giovane, considerato che, secondo dati ufficiali, gli under 30 rappresentano oltre il 52% del pubblico.
La fortuna riscossa dal cabaret deve molto al clima austero in cui opera l’industria creativa cinese. Mentre i programmi televisivi e in rete sono sottoposti a scrupolosi controlli, gli spettacoli dal vivo nei club delle grandi città offrono un margine di manovra leggermente maggiore per l’umorismo anche su questioni controverse. Se la politica tout court continua ad essere bandita, le restrizioni sono meno proibitive quando la riflessione riguarda pressioni lavorative, la corsa al successo personale e le aspettative nelle relazioni sentimentali/famigliari.
Dall’intrattenimento alla satira sociale
L’ascesa della stand-up comedy in Cina è infatti più di semplice intrattenimento. Per molti, la comicità offre una forma di sfogo emotivo. Gli spettacoli prendono spunto da fallimenti individuali e da una diffusa ansia sociale, offrendo uno spazio intimo in cui ridere delle difficoltà della vita di tutti i giorni. Inserendosi nella categoria del cosiddetto “consumo emotivo” (l’acquisto di servizi e prestazioni gratificanti anziché di beni materiali), la performance umoristica permette al pubblico di trovare conforto nella risata condivisa, ricordando a ciascuno che non è solo davanti alle avversità.
Secondo il The Paper, “i comici di stand-up spesso partono dalle proprie esperienze o da fenomeni osservati, raccontando storie e sentimenti reali che appartengono alla gente comune e che facilmente entrano in risonanza con essa”. L’osservazione e il commento di fenomeni sociali attraverso il filtro del sarcasmo “permette di esprimere opinioni sulla situazione attuale spingendo il pubblico a riflettere su determinate problematiche da prospettiva nuova”, spiega il quotidiano statale.
E’ proprio questo taglio fortemente introspettivo che discosta il cabaret di derivazione americana dal xiàngsheng (相声), il “dialogo comico” (“crosstalk”) tradizionale cinese, incentrato sui giochi linguistici e la battuta leggera. E lo ha reso un mezzo particolarmente apprezzato dal movimento per i diritti delle donne. Non parliamo necessariamente di vere e proprie attiviste. Fang Shaoli, ad esempio, è un’ex operaia di cinquant’anni. Dopo il divorzio si è rivolta alla stand-up comedy per occupare il proprio tempo e discutere delle difficoltà affrontate durante il matrimonio. Partecipando al reality “Il Re della Commedia” (Xǐ jù zhī wáng 喜剧之王), trasmesso sulla piattaforma di condivisione video iQIYI, ha portato all’attenzione del grande pubblico il sessismo endemico della società cinese.
Certo, non è sempre facile capire il grado di tolleranza di Pechino. I criteri dei censori cambiano continuamente. La comica taiwanese Vickie Wang racconta che nel 2017, prima del suo debutto open mic a Shanghai, gli organizzatori della serata l’hanno avvertita di non scherzare su politica, diritti LGBTQ+, Tibet, Taiwan o il massacro di piazza Tiananmen. Ma ora che in Cina matrimoni e nascite continuano a calare anche chi discute di tematiche di genere rischia di finire nei guai.
Il problema non è solo il bavaglio imposto dalle autorità. Nel 2021 Yang Li, una delle comiche più note del paese, è stata accusata online di “”odio per gli uomini”. Un gruppo per i diritti maschili ha invitato gli utenti a denunciarla per “fomentare opposizione di genere” e creare “instabilità sociale”. Un altro ostacolo è rappresentato dal crescente nazionalismo delle nuove generazioni. “Di Bar”, forum noto per le sue campagne contro le “forze ostili anti-cinesi”, nel 2023 ha tacciato la stand-up comedy di mancato rispetto per il regime.
L’esilio, una soluzione difficile
Per sfuggire a polemiche e controlli c’è chi sceglie l’esilio. E’ il caso di Chizi: l’artista ha deciso di lasciare la Cina ed esibirsi tra Asia e Nord America. Ma oltreconfine deve confrontarsi con nuove forze di mercato e stigmi culturali. La diversità linguistica è uno dei punti di forza della stand-up comedy cinese. Mischiando inglese, mandarino e altre forme dialettali, le sue performance connettono le comunità d’oltremare alle proprie radici culturali. Ma mentre in patria i tour possono generare incassi per milioni di yuan, nei mercati esteri in cinese le cifre sono molto più contenute.
C’è poi un inconveniente reputazionale: all’estero Chizi non è più considerato solo un comico, ma anche un “dissidente”. La diaspora cinese più nazionalista lo tratta addirittura come un “traditore”. Sfilarsi da questa dicotomia non è facile. “Voglio essere più di un semplice ribelle”, ha dichiarato il cabarettista in una recente intervista al New York Times. La soluzione sa già qual è: raccontare storie meno cinesi e più “globali”. D’altronde l’obiettivo della stand-up comedy non ha limiti territoriali: strappare al pubblico una risata davanti ai dilemmi esistenziali. Vale in Cina come nel resto del mondo.
Alessandra Colarizi
*China Files

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