Non c’è due senza tre. Dopo l’accordo del 23 luglio, la nuova versione stilata dal Consiglio dei ministri la scorsa settimana, ecco la terza, e solo per ora, definitiva stesura del protocollo welfare. Gli analisti economici hanno scritto intere pagine di giornale per spiegarci i punti principali dell’intesa, con una disamina puntuale delle differenze fra i vari testi e con il conto politico di chi vince e di chi perde. A noi preme sottolineare un dato che sta a monte e che è, a nostro avviso, più preoccupante di qualsiasi analisi politica su profitti e perdite: il governo è come una fronda al vento. Si piega dalla parte che soffia più forte. E’ stato così dopo la firma di luglio, quando a protestare con maggiore veemenza è stata la sinistra. La stessa cosa si è ripetuta nell’ultima settimana quando Confindustria per un verso, le eccessive ricadute di costi sulle imprese, e i sindacati per l’altro, la perdita di ruolo nei confronti della sinistra politica, hanno imposto nuove modifiche. Probabilmente assisteremo al ripetersi del copione quando il testo approderà in Parlamento. In quella sede però il vento non soffierà da una sola direzione. La sinistra radicale e il centro dell’Unione tenteranno di tutto per far passare nuove modifiche che ovviamente, vista l’eterogeneità della coalizione al governo, saranno esattamente opposte. In gioco non c’è solo il contenuto del protocollo e quindi le misure che saranno applicate con le inevitabili forti ricadute sullo sviluppo del Paese, ma anche il senso di marcia dell’Unione. Più spinto a sinistra, se vincono Pdci e Prc, più rivolto al centro, se prevalgono le frange più moderate. Chi perde, resterà in subordine per lungo tempo con conseguenze molto negative dal punto di vista elettorale. La partita sarà talmente accesa che, nonostante tutte le buone intenzioni del tipo “il Parlamento è sovrano e deciderà”, Prodi ad un certo punto sarà costretto, per non correre il rischio di andare a casa, a ricorrere al voto di fiducia, forte anche del consenso ottenuto dal Si nel referendum fra i lavoratori. Sarà a quel punto che vedremo se e per chi Parigi vale davvero una messa.
G. M.

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