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Web tax: miliardi irlandesi e velleità italiane

La questione è europea, e infatti la legge in discussione sposta già al 2019 la sua validità. Come dire: multinazionali del web, non preoccupatevi, stiamo facendo finta….

di Beppe Facchetti | 11 Dicembre 2017

Alla fine, l’Irlanda ha ceduto. Accetterà, bontà sua, che Apple le accrediti 13 miliardi di euro di tasse non pagate secondo le regole europee.

Dublino ha fatto resistenza ma, minacciata di infrazione dalla commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager, e molto a malincuore, incasserà infine una cifra che corrisponde a quasi due terzi dell’intera manovra di bilancio del nostro Paese, l’intera clausola IVA.

L’evento, che sembra surreale al contribuente inseguito da avvisi del fisco 5 anni dopo aver pagato 15 euro in meno di IMU, offre la possibilità di almeno tre considerazioni generali sulla differenza tra il mondo reale e il mondo come rappresentazione, cioè quello, oggi in voga, dei problemi complessi da risolvere con soluzioni semplicistiche.

La prima è che la web-tax, vedi Irlanda, è questione Europea.

La seconda è che la tassazione nel mondo on line non è più solo un fatto contabile. L’Irlanda preferiva non incassare quei 13 miliardi, e continuare a far pagare lo zero virgola anziché il già modesto 12,5 delle altre imprese, perché nel conto complessivo, sia Apple che tutte le multinazionali del web, installandosi nel suo verde territorio grazie a queste agevolazioni, avrebbero portato tali vantaggi che 13 miliardi sarebbero stati davvero quisquilie. Meglio così che veder scappar via una ricchezza che ha risollevato l’Irlanda dalla crisi, facendola diventare un’economia di servizi (70% del Pil), con stipendi medi in questo ambito di 70 mila euro. Un bella rivoluzione anche culturale, perché mette in discussione il fondamento stesso della sovranità fiscale dello Stato come ultima istanza di giustizia ed equità.

Il terzo elemento di riflessione ci porta direttamente in Italia, dove si discute una legge di bilancio che per la prima volta vorrebbe introdurre una web-tax.

Anche qui, visto in termini semplicistici, tutto sembra molto ovvio: guadagni tanto nella penisola, paghi in proporzione. Sbagliato, per una serie di ragioni emergenti appena entri nel concreto.  L’Italia vorrebbe essere la prima ad inventarsi una tassazione nazionale, ma non è ancora un grande mercato digitale (25° posto su 28 in Europa). Per R&S Mediobanca le 21 multinazionali “software&web” valgono da noi 1,5 miliardi e 5800 posti di lavoro. Ma la dimensione mondiale è di ben 558 miliardi, con 85 di utili, 1,3 milioni di dipendenti, una liquidità corrente di 400 miliardi e soprattutto una capitalizzazione in borsa di quasi 2800 miliardi, sei volte l’intera Borsa di Milano e poco meno dell’intero PIL della Germania.

Al Senato, infatti, la montagna ha partorito un topolino velleitario, che Franco De Benedetti ha definito un errore ideologico, noi diremmo populismo digitale. Altro che miliardi. A fatica, si sono ipotizzati 114 milioni di introito, per di più con beffa incorporata. Anziché una tassa sui venditori (Amazon fuori) è diventata un dazio sugli acquirenti, da riscuotere attraverso gli intermediari bancari, con rischio forte di evasione (col solo Iban le Banche non possono sapere di che si tratta). L’economista GianPaolo Galli, oggi deputato PD, ha commentato: “si volevano colpire i giganti del web e si finisce per colpire le Pmi italiane”, quelle dell’invocato 4.0.

Alla Camera si sono accorti di questa classica eterogenesi dei fini e – contrordine – pensano di rimediare: via il 6% sui “servizi” digitali, e ipotesi di tassazione molto bassa (1-2%) sulle transazioni (Amazon dentro).

Ma c’è comunque molto altro da risolvere, avendo contro i migliori avvocati del mondo. Si dice web, ma le modalità di transazione cambiano a seconda delle varie App utilizzate, e soprattutto, finchè ci sarà una Irlanda, un’Olanda o un Lussemburgo, o chissà quale altro Paese in cui queste multinazionali già pagano (poco, come si è visto) le tasse, perché mai dovrebbero pagarle anche da noi?

Si torna al punto di partenza: la questione è europea, e infatti la legge in discussione sposta già al 2019 la sua validità.

Come dire: multinazionali del web, non preoccupatevi, stiamo facendo finta…

Beppe Facchetti

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, apple, banche, borsa, considerazioni, crisi, euro, europa, evasione, fini, fisco, germania, italia, iva, lavoro, manovra, mercato, milano, mondo, pd, posti di lavoro, tassa, tasse

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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