Nonostante il silenzio di parte della stampa e di molti critici, le opere di Guareschi, grazie anche al paziente lavoro dei figli, Alberto e Carlotta, e dell’editore Rizzoli, sono filtrate nelle librerie.

Sono trent’anni che dalle pagine di qualsiasi testata disposta ad accogliere questi scritti, non faccio che parlare di Giovannino e di quanto questo “gigante” della letteratura italiana sia stato ingiustamente, colpevolmente, criminalmente emarginato e costretto ad un ostracismo che, secondo il disegno dei tanti che negli anni hanno abbracciato questa causa, rendesse “invisibile” l’Autore e le sue opere.
Operazione, peraltro, miseramente fallita perché, nonostante il silenzio di parte della stampa e di molti critici, le opere di Guareschi, grazie anche al paziente lavoro dei figli, Alberto e Carlotta, e dell’editore Rizzoli, sono filtrate nelle librerie e da lì nelle coscienze di tanti italiani di ogni età che, letto o ri-letto ciò che l’uomo dalle “duecento parole” ha scritto nei suoi lunghi anni di militanza come insigne esponente di un’umanità controcorrente, si sono resi conto di quanto quelle parole avessero il potere di commuovere, regalare un sorriso e illuminare.
Ma, dopo la sua morte, alcuni coraggiosi hanno tenuto viva la fiamma della sua missione e, ancor meglio di come ho fatto io, hanno scritto su di lui e sui suoi libri che sono molti di più della pur famosa tetralogia di Don Camillo e che raccolgono saperi antichi dispensati con immagini di grande efficacia e di ancor più grande potenza.
Ultimo, ma non ultimo, annoveriamo con piacere Walter Muto, classe 1965, una laurea all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano alla Facoltà di Lettere Moderne con una tesi in Storia della Musica, il Quinto anno di Chitarra Classica al Conservatorio di Verona e 4 anni di Classe di Composizione al Conservatorio di Milano. “2000 volte su un palcoscenico” come cita nella sua biografia, dai concerti da solo a quelli con le molte Band in cui ha militato; dal teatro al cabaret musicale; nei grandi teatri come nei piccoli circoli, banchetti e convention, scuole e feste di piazza. Un eclettico artista che, ha “incontrato” Guareschi sulla sua strada e, come capita talvolta, se n’é innamorato di un amore totale ed entusiasta.
Da una mostra, allestita con Paolo Gulisano e da uno spettacolo realizzato con Carlo Pastori ed Enrico Beruschi, “Non moriamo neanche se ci ammazzano” e dalle invitabili riflessioni che un simile lavoro comporta, è nato il suo pregevole volume edito da Marietti 1820 “Guareschi l’umorismo e la speranza – piccola antologia commentata dell’opera di Giovannino Guareschi”.
Come ben sottolinea Paolo Giulisano nella prefazione, “…l’uomo di oggi, dice Guareschi, è infelice perché ha espulso Cristo dalla sua vita. E non v’è altra medicina che la fede. Bisogna salvare la fede, come il contadino salva il seme durante l’alluvione…” (cfr.prefaz p.11).
Quell’uomo dai “difficili costumi” come Giulisano definisce Guareschi, è un uomo “di forte moralità, intransigente, ma di una moralità che nulla ha a che fare con la rigidità puritana in quanto ricca di misericordia (…) quella misericordia che non è stata mai negata a nessuno nei numerosi episodi di Mondo piccolo, sia che venga manifestata dal Crocifisso, sia che venga praticata dal Sindaco o dal Parroco”.
Ma Guareschi è anche un grande umorista, autore di satira, caricaturista e vignettista, un uomo che non aveva paura di raccontare, anche attraverso questi strumenti, quelle verità scomode che da uomo libero incontrava nella sua strada e Walter Muto ne approfondisce con puntualità e passione i momenti più salienti.
Partendo dall’assunto condiviso che: “L’umorismo non è un genere letterario ma un modo particolare di intendere la vita” (cfr. Ritorno alla base, BUR 2004), Muto ci sottopone una serie di citazioni illuminanti relative alla identità di “umorista” presente in Guareschi:
“Umorista è chi sa retrodatare le sue azioni e le sue sensazioni. E perciò possedere il senso dell’autocritica e le parole che oggi – in preda a qualche sentimento o a qualche risentimento – sarebbe tratto a pronunciare, le ode (prima ancora di averle espresse) come pronunciate anni fa…” (cfr. ibidem)
“L’umorista, vittima oggi d’un grave incidente, guarda ad esso serenamente evitando di reputarlo “cataclisma” come fa l’uomo privo di senso dell’umorismo, e trova oggi stesso il lato divertente della vicenda” (cfr. ibidem)
“Oh, se ognuno rispettasse gli errori del prossimo suo come rispetta gli errori di se steso! La vita, allora, sarebbe una dolcissima cosa e noi – probabilmente – non saremmo costretti ad aggirarci in questo ben custodito recinto” (cfr. il lager)
“Umorismo vuol dire non soltanto critica, ma soprattutto autocritica. E l’autocritica è ragionamento freddo e tranquillo, mentre invece le masse vivono esclusivamente di “fede politica”. E ciò è grave perché rinunciando a fare della politica con il ragionamento ma insistendo a volerla fare con la fede che accetta il dogma e non ammette il ragionamento, può accadere che i partiti di massa si trasformino in partiti di mandria” (cfr. Italia Provvisoria)
L’umorismo, dice ancora Guareschi:
“…è nemico dichiarato della retorica perché mentre la retorica gonfia e impennacchia ogni vicenda, l’umorismo la sgonfia e la disadorna riducendola, con una critica spietata, all’osso (…) Ed ecco che contro la retorica, l’umorismo presenta una guerra atta a non eccitare gli animi ma a incitare i cervelli al ragionamento” (cfr. Italia Provvisoria).
Così la geniale invenzione dei “trinaciuti” vuol essere una stigmatizzazione di quell’ “obbedienza cieca, pronta, assoluta” figlia di un atteggiamento sempre più frequente, “mettere il cervello all’ammasso”
“il laboriosissimo popolo italiano è, ohimè, affetto da una pesante pigrizia mentale: non vuole pensare, preferisce trovare tutto pensato” (cfr. Italia Provvisoria).
E, come opportunamente ben ricorda Walter Muto, per Guareschi “ci sono trinaciuti di ogni estrazione e in ogni partito, a destra e a sinistra, insomma ovunque si rinunci a pensare con la propria testa riducendosi a far pensare qualcun altro al posto nostro”.
Ma quali sono le radici più profonde dell’umorismo guareschiano? Walter Muto non ha dubbi: rifacendosi alla premessa di “Italia Provvisoria”, uno splendido volume pubblicato nell’immediato dopoguerra a cavallo tra il referendum e le elezioni del ’48, e ad una conferenza che Guareschi tenne a Lugano nel ’51 e che non venne mai pubblicata, risulta lampante che il suo umorismo è profondamente cristiano:
“…siamo da secoli ubriachi di retorica e questo perché ci manca il senso dell’umorismo. Impariamo a parlare con la semplicità dei Vangeli. Diventiamo più seri: impariamo a ridere…” (cfr. Italia Provvisoria).
Giustamente Walter Muto ci invita a riflettere: “balza chiaro il collegamento tra l’umorismo e la carità cristiana. Laddove per umorismo non si intenda, come molti fanno oggi, la critica feroce, l’ironia spietata o il sarcasmo cattivo e fine a se stesso. Questo non è umorismo. (..) L’umorismo è ridere di se stessi, non in maniera sciocca e insulsa, ma togliendo da noi il peggio di noi stessi, che è un prodotto della retorica”
E, ancora una volta, le parole di Guareschi mettono un punto su ogni possibile dubbio a riguardo:
“…Cominciamo col distruggere la parte peggiore di noi stessi: quella che pascola nei prati della retorica e si ubriaca di frasi fatte, di aggettivi altisonanti, di fedi indiscusse, di dogmi politici, di imprescindibili destini…”
Poiché, come ben sottolinea Muto, “non è possibile fare umorismo se non partendo, sempre e comunque da se stessi. Del resto, tornando con l’Autore alla conferenza di Lugano del 29 marzo 1951, constatiamo come, già allora, Guareschi prendeva atto che:
“L’umorismo, in sostanza, pur se apparentemente sembra un’arma di offesa è una potente e benefica arma di difesa. Ed è un’arma segreta perché. Disgraziatamente, l’umanità ne disconosce l’uso e così è un’arma usata da una inconsistente minoranza…”
Ed ancora:
“L’umorismo non distrugge. L’umorismo rivela ciò che deve essere distrutto perché cattivo. L’umorismo distrugge soltanto l’equivoco e rafforza ciò che è sostanzialmente buono…”
Equivoco che è oltremodo pericoloso dal momento che:
“un’altra enorme massa di persone mentalmente pigre, di gente che potrebbe vedere e intervenire a tempo per estirpare le pianticelle germogliate dai semi dell’equivoco, assiste indifferente al crescere di quelle pianticelle che poi diventeranno boscaglia inestricabile, ma allora è troppo tardi. Non bisogna che il seme dell’equivoco possa germogliare…” (cfr. Italia Provvisoria).
L’appassionata ricognizione di Walter Muto si muove con competenza nella vasta produzione letteraria guareschiana portando decine e decine di “prove” a quella tesi che, d’istinto e per empatia, non possiamo che sposare. Del resto, Guareschi maestro dell’umorismo con la “U” maiuscola, è una incontrovertibile evidenza, non solo sulle fantastiche pagine del Bertoldo o del Candido, ma in quelle più discrete e affascinanti de Il Corrierino delle Famiglie, Un marito in collegio, La scoperta di Milano, Lo Zibaldino, Vita con Giò e, ovviamente, le indimenticabili pagini della tetralogia di Don Camillo e Peppone dove l’umorismo si fa sofisticato esercizio di autentica “pietas” cristiana.
Il lavoro di Muto si pone quindi con grande valore di sintesi e di rielaborazione critica in quel cammino di conoscenza che, da Gualazzini in poi, autori come Tonelli, Ferrazzoli, Gnocchi e molti altri, hanno portato avanti in nome di una verità negata e di un ingiusto ostracismo che ha visto per decenni Guareschi fuori da qualsiasi dibattito sulla letteratura del Novecento.
Vorrei lasciare, a conclusione di queste riflessioni sull’opera di Walter Muto, ancora a Guareschi il compito di concludere con un suggerimento prezioso che, sono certo, potrebbe davvero, se messo in pratica, cambiare non solo la nostra vita ma anche quella del mondo:
“In definitiva è necessario cercare innanzi tutto se stessi. Ritrovare la propria coscienza personale che a volte può essere in contrasto con la coscienza collettiva.
Bisogna anzitutto trovare il comico, e quindi l’illogico, in se stessi. Ed ecco l’arma collaudata, calibrata, messa a punto contro il bersaglio interno, è pronta per sparare verso l’esterno. Scovato e mitragliato il nemico interno, possiamo scovare e difenderci dal nemico esterno”.

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