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W la Rai…

Prendiamo qualche caso ad esempio il famoso Paolo Mieli che, al canale della Storia per la Rai e non solo lì, sono anni che ci elargisce varie lezioni. Se si fa capolino nel suo CV si scopre che, fra i tanti e prestigiosi incarichi, è stato direttore al Corriere della Sera dal 1992 al 1997. All’epoca la proprietà era nelle mani del gruppo Fiat, di alcune banche e gruppi industriali che erano membri permanenti del famoso “salotto buono”, fondato, gestito e diretto da Enrico Cuccia di Mediobanca. A soli 18 anni, nel settembre 1967, Eugenio Scalfari lo assume a L’Espresso avendo evidentemente intravisto le allora ancora sconosciute qualità del giovane Paolo.

di Raffaele Romano | 24 Ottobre 2023

Cantava anni fa Renato Zero ed è quello che, ormai, si è realizzato in pieno anche se per pochi e ben remunerati eletti. La Rai che dovrebbe essere qualcosa di simile alla BBC o giù di lì da una trentina d’anni ha eliminato il motivo per cui fu fondata e per cui viene pagata dai contribuenti ed è scesa a livello delle Tv commerciali in tutto e per tutto. La differenza la fanno a loro vantaggio Mediaset, La7 e via dicendo in quanto loro fanno attenzione ai costi e non sprecano. Purtroppo la stessa cosa non fa la Rai che gode di un sostanzioso contributo miliardario col canone e, allo stesso tempo, ci riempie di pubblicità come una qualsiasi Tv commerciale e si avvale di un esercito sconfinato di esterni di giornalisti veri o presunti, parenti, nulla facenti ed affini quando al suo interno paga ottimi stipendi a migliaia fra giornalisti, impiegati e dirigenti. Sulla qualità delle trasmissioni sono tutte alla pari ossia offrono tutte un bassissimo livello informativo e di spettacolo. Ad esempio ogni giorno è sempre lo stesso teatrino che fanno, in ogni telegiornale, coi politici su un provvedimento o sulla sparata di turno: 3 o 4 parlano per 30 secondi a favore e 3 o 4 per 30 secondi contro. La sensazione è che i media li chiamano e li mettono davanti alla camera e, poi, battono il ciack e se sbagliano, verosimilmente, ripetono con un nuovo ciack. Da alcuni anni le Tv si avvalgono di “grandi giornalisti italiani” che propongono la “Storia a noantri” dal loro punto di vista. A prescindere dal fatto che pesano molto sui bilanci coi loro cachet, penso soprattutto alla Rai come ente pubblico. Alcuni fra loro sono stati, all’epoca dei fatti storici narrati, parte in causa ovvero si sono schierati su posizioni che, al di là se giuste o sbagliate, sposavano una tesi. Oltre a suscitare qualche dubbio sulle competenze, sull’opportunità e sull’essersi schierati con una parte essi, si ha la sensazione, che in studio leggano dal gobbo posto dietro alle cam e, il più delle volte, sembra che recitino.
Prendiamo qualche caso ad esempio il famoso Paolo Mieli che, al canale della Storia per la Rai e non solo lì, sono anni che ci elargisce varie lezioni. Se si fa capolino nel suo CV si scopre che, fra i tanti e prestigiosi incarichi, è stato direttore al Corriere della Sera dal 1992 al 1997. All’epoca la proprietà era nelle mani del gruppo Fiat, di alcune banche e gruppi industriali che erano membri permanenti del famoso “salotto buono”, fondato, gestito e diretto da Enrico Cuccia di Mediobanca. A soli 18 anni, nel settembre 1967, Eugenio Scalfari lo assume a L’Espresso avendo evidentemente intravisto le allora ancora sconosciute qualità del giovane Paolo. Anche lui prende qualche brutta cantonata infatti il 13 giugno 1971 insieme ad un gruppo di intellettuali e giornalisti tra i quali Alberto Moravia, Cesare Musatti, Tullio De Mauro, Natalia Ginzburg, Norberto Bobbio, Lucio Colletti, Enzo Paci, Elvio Fachinelli, Umberto Eco e Giulio Carlo Argan firmano un manifesto in cui si accusava il commissario Luigi Calabresi di essere un torturatore e di avere una “responsabilità” nella morte, avvenuta il 15 dicembre 1969, dell’anarchico Giuseppe Pinelli e se ne chiedeva, sulla base di una “ricusazione di coscienza”, l’allontanamento dagli uffici della Questura di Milano. L’anno dopo, il 17 maggio 1972, il commissario Luigi Calabresi veniva assassinato. Molti anni dopo i veri mandanti e colpevoli di quel delitto furono individuati con sentenze definitive in esponenti della formazione della sinistra extraparlamentare di Lotta Continua: nelle persone di Giorgio Pietrostefani, Adriano Sofri e Ovidio Bompressi. Così scrisse Gemma Capra in “Mio marito il commissario Calabresi”, Edizioni Paoline.
Molti anni dopo Piero Sansonetti nel suo volume “La sinistra è di destra” confessò quello che avveniva durante tangentopoli e mafiopoli, quando il Corriere della Sera, La Stampa, la Repubblica e l’Unità ai quali presto si accodarono altre testate come Il Messaggero e, infine, anche il Giornale di Montanelli concordavano le notizie da dare il giorno dopo, le prime pagine e quant’altro servisse a distruggere i vari soggetti del pentapartito. E non risultano ad oggi smentite dai direttori, né dai proprietari dell’epoca delle testate. Si tratta di una pagina triste della nostra storia, resa ancora più amara dall’apparente atto di pentimento di Cesare Romiti, a. d. della Fiat e quindi proprietario del Corriere, che per non essere inghiottito dal vortice di tangentopoli si presentò a Di Pietro con un elenco di presunte tangenti pagate dalla Fiat. E questo avrebbe dovuto dimostrare la volontà di collaborazione da parte del colosso dell’auto. Il risultato fu che sulle tangenti della Fiat in pratica non se ne parlò quasi più e questo anche perché lo stesso Romiti si era fatto carico di lanciare un vero e proprio appello a tutti gli imprenditori: “Andate dai magistrati e raccontate le pressioni, le compromissioni con politici e amministratori pubblici, le tangenti.” Poaretti, dicono a Venezia! Piero Sansonetti, allora vice direttore all’Unità diretto dal non comunista Walter Veltroni così sintetizzò nel suo citato volume ciò che in quel periodo avveniva: verso le sette di ogni sera si scambiavano varie telefonate tra i direttori e le redazioni per discutere e mettersi d’accordo su come aprire i giornali e, soprattutto, quali notizie sparare in prima pagina e la tipologia dei commenti da evidenziare e che a guidare le operazioni erano Walter Veltroni e Paolo Mieli. Un particolare plotone di esecuzione mediatica che assestò il colpo mortale ai partiti storici italiani sul famoso decreto Conso che, precisò Sansonetti, era stato varato per depenalizzare il reato di finanziamento illecito ai partiti. In un’intervista al Foglio di Giuliano Ferrara, il direttore de “Il Giornale” raccontò i suoi anni al Corriere della Sera e il suo rapporto con Paolo Mieli col quale discusse con toni molto accesi durante una puntata di Ballarò. Così scrisse su Libero il 14 luglio del 2013 Ignazio Stagno: “Sin dai tempi di Mani pulite il Corriere aveva due direttori, Mieli e Francesco Saverio Borrelli, il procuratore capo di Milano. I magistrati ci passavano tutto Sallusti è un fiume in piena e aggiunge: I magistrati ci passavano le notizie, con una tempistica che serviva a favorire le loro manovre”. Quando si pensa che a questi valenti giornalisti hanno affidato il compito di fare Storia c’è da rimanere un po’ sconcertati. Proseguendo l’iter si incontra Alessandro Barberi che, di professione, fa il professore di storia medievale all’Università degli Studi del Piemonte Orientale di Vercelli e quindi conseguentemente gli hanno dato il compito sulla Storia contemporanea. Dall’Ufficio Stampa della Rai si legge “Nel secolo breve”, introdotta e commentata dal professor Alessandro Barbero, è la serie di Rai Cultura che racconta, attraverso momenti cruciali, la Storia del Novecento. Scrivono di lui che la sua passione per la storia e la sua capacità di comunicare in modo coinvolgente lo rendono il conduttore ideale per un programma di questo genere. La7 prevede che il suo programma possa essere inserito in una serata dedicata alla storia italiana, affiancando altre produzioni di successo come Inchieste da fermo, Una giornata particolare e Atlantide per La7 che, secondo taluni, ha dimostrato di saper creare programmi culturali di successo con Inchieste da fermo, condotto da Federico Rampini, di Una giornata particolare di Aldo Cazzullo e di Atlantide di Andrea Purgatori. Di Rampini si apprende che dal 1974 al 1984 è stato iscritto al PCI e che la sua attività di giornalista inizia nel 1977 a Città futura, settimanale della Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI) il cui segretario era Massimo D’Alema. Poi va al settimanale del PCI, Rinascita, e per logica ed affine cultura politico economica passa al Sole 24Ore quindi a Repubblica ed infine al Corriere della Sera. Nel frattempo ha anche preso la cittadinanza americana. Poi c’è Aldo Cazzullo entrato a “La Stampa” come praticante nel 1988 purtroppo a 22 anni e non ai 18 di Mieli. Dopo 15 anni alla Stampa, di proprietà Fiat, passa anche lui al Corriere della Sera come inviato speciale ed editorialista e dal 2022 ne è anche vice direttore ad personam, di cui per nostra ignoranza non comprendiamo il significato. Dal 14 settembre 2022 conduce su La7 il programma di approfondimento storico Una giornata particolare. Senza disdegnare la Rai con trasmissioni tipo Quante storie su Rai 3 patrocinate dall’eterno Corrado Augias ed ora dal giovane Giorgio Zanchini. Molto nutrita è la presenza di soggetti non equiparabili ai grandi già citati per cui se ne prende uno solo, ma sono tanti quelli che hanno fatto di tutto tranne che televisione e alto giornalismo, forse quello più emblematico è il caso di Nunzia De Girolamo che è stata giovanissima in Forza Italia e nel 2008 è eletta alla Camera col Cavaliere Berlusconi. Nel 2013 viene rieletta alla Camera nello stesso schieramento. A coronare la folgorante carriera diviene nel 2013 Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. Nello stesso anno lascia Berlusconi e passa al Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano. Nel 2015 il 22 settembre lascia Alfano per ritornare con Berlusconi. Da quel momento inizia per lei una nuova vita professionale partecipando nel 2019 al talent show Ballando con le stelle. Inevitabilmente a quel punto non poteva che essere chiamata in RAI col programma dal significativo titolo “Ciao Maschio”. Finchè lo scorso 10 ottobre ha preso il via, questa volta in prima serata su Rai 3, il suo nuovo talk Avanti popolo col bene placido dei fondatori del Partito Socialista.
Tant’è………………

https://www.famigliacristiana.it/articolo/gemma-calabresi-volevo-vendicarmi-ma-dio-mi-ha-condotto-sulla-strada-del-perdono.aspx

un tipo di giornalismo diffuso sia in Tv che sui giornali. Ci riferiamo al “giornalismo sensazionalista” che, ormai, investe tutto e tutti. In questo ci viene in soccorso un grande collega del passato Sergio Turone che nel suo volume “Come diventare giornalisti, senza vendersi” edito da La Terza affermò con forza che lo considerava il tristo espediente di sedicenti giornalisti senza altre risorse per rendersi utili alla società. Giornalismo adatto a certe politiche editoriali di basso profilo. Un paragiornalismo per sala d’attesa. Da questo è sbocciato, si fa per dire, “l’invasione della narrazione” che trova illustri e stimati interpreti in Gruber, Annunziata, De Gregorio, Formigli, Giannini, Floris, Gramellini, Purgatori, Parenzo, Berlinguer, Santoro, Travaglio, Scanzi, fino a Casaleggio che decretò la fine della democrazia parlamentare con un attacco forsennato al Parlamento insieme a Grillo e i 5 stelle in nome di Rousseau, padre di tutti i totalitarismi. Tutto questo ha aumentato a dismisura le possibilità di affermare qualsiasi cosa da parte di chiunque senza che ci sia una riflessione vagamente critica di quanto scritto o affermato. Ad essi possiamo certamente affiancare illustri nomi di questo italico giornalismo che propinano pagine di “Storia” alla adorante popolazione italica

Aldo Cazzullo Una giornata particolare, tutto sul nuovo format su La7

Quante storie Rai 3 Corrado Augias e Giorgio Zanchini. Cartoline dall’Italia e Dacia tra i libri con Dacia Maraini presso la tenuta dei nonni materni, Villa Valguarnera di Bagheria, anche lei Nel 1971 sottoscrisse la lettera aperta a L’Espresso contro il commissario Luigi Calabresi. Nel ’63, con l’assegnazione del prestigioso Premio Formentor a L’età del malessere, la polemica infuria sui giornali e Dacia Maraini viene pubblicamente accusata di essere una protetta di Moravia. Ci vorranno anni di duro impegno e decine di migliaia di copie vendute prima di riscattarsi da tali accuse, anche se la sua opera rimane ancora oggi inadeguatamente studiata.

la prima riguarda un grande sindacalista del dopoguerra, Giuseppe Di Vittorio, che scrisse in un articolo apparso su Vie Nuove, una rivista legata al PCI, “che Wall Street teme la Cgil. I lavoratori italiani di ogni genere ne sono fieri. Possiamo perciò assicurare Wall Street e i suoi servi che non è in loro potere intaccare l’unità della Cgil” oppure quella di Antonio Bassolino che osò accostare la figura del Di Vittorio a Padre Pio.

la prima cosa da stabilire è che bisogna comprendere la differenza che c’è fra la “Narrazione” e la “Storia”. La narrazione, ormai dilagata, è una forma ancestrale e potentissima di comunicazione per cui raccontare storie è anche un modo di manipolare gli altri. Essa ha lo scopo principale di condizionare e influenzare le menti altrui. La Storia, invece, deriva dal greco “Istoria” che significa “ricerca e indagine” ed è la disciplina che si occupa dello studio del passato tramite l’uso di fonti, di documenti, testimonianze e racconti che trasmettono il sapere del passato.

Maestro Manzi “Non è mai troppo tardi”

Il Prof. Salvatore Sechi è uno storico e accademico italiano. Laureatosi a Torino si specializza in Inghilterra al St. Anthony College di Oxford. È stato ricercatore della
Fondazione Luigi Einaudi e alla scuola dei Quaderni Rossi di Raniero Panzieri. Ha insegnato Storia dei partiti e dei movimenti politici e Storia contemporanea nelle università di Venezia, Bologna, Ferrara e Berkeley. Come politologo, ha collaborato con le principali testate italiane il (Corriere della Sera, la Repubblica, l’Unità, Il Giorno, il Resto del Carlino, l’Avanti, Il Secolo XIX) e con riviste fondamentali come Storia Contemporanea del Mulino e Nuova Storia Contemporanea. Ha chiuso la sua carriera accademica da professore ordinario di Storia contemporanea alla Università di Ferrara. E direttore dell’Istituto di Cultura italiana di San Francisco
(USA) e consulente della commissione parlamentare Mitrokhin.

Raffaele Romano
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Pubblicato in : EditorialeTag: 5 stelle, anni, banche, berlusconi, bologna, calabresi, commissione, corriere della sera, costi, democrazia, di pietro, federico rampini, francesco saverio borrelli, giornali, il corriere della sera, intervista, italia, la repubblica, la stampa, la7, lettera aperta, luigi einaudi, mani pulite, mediaset, milano

Info Raffaele Romano

Raffaele Romano è laureato ed è iscritto all’Albo dei Giornalisti del Lazio.
Ha fatto studi storici e filosofici.
Da giornalista si occupa di Storia Contemporanea quindi, per inerzia, si deve occupare di geopolitica e di economia e finanza avvalendosi di 15 anni di esperienze in banca.
Non disdegna, ogni tanto, di scrivere articoli sul “Cinema ed il Teatro”.
Ovviamente tifa per il Napoli da sempre.
Ha collaborato con molte testate a partire dal glorioso “Avanti” dove ha imparato il mestiere.
Attualmente collabora con alcune testate on line e, dal 2016, svolge l’attività di volontario per il Messico della Onlus N.P.H. USA (Nuestros Pequenos Hermanos).
Più altre cose.
L’autunno scorso ha pubblicato “Andreotti, Craxi e Moro visti dalla CIA” con documentazione desecretata presso la Centrale di Intelligence statunitense e dal Dipartimento di Stato.
A fine settembre uscirà il sequel che si occupa del movimento sindacale italiano dagli anni ’30 agli ’80 del XX secolo.

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