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Voti (pochi) veti (troppi) e lo stato in bilico

La libertà dal “vincolo di mandato” è il sale della vita politica. Esso non trovò spazio nei partiti totalitari, usi a screditare i dissenzienti come traditori, radiati ed esposti al pubblico ludibrio.

di Aldo A. Mola | 9 Aprile 2018

Di veti “ad personam” la democrazia in Italia è già morta una volta, nel 1921-1922. Tanti “politici” non lo ricordano o non l’hanno mai appreso. Perciò è bene ripassare quei fatti. Don Luigi Sturzo, segretario del Partito popolare italiano (la Democrazia cristiana di allora, adesso cara a Grillo Beppe), mise il “veto” a Giolitti quale presidente di un governo formato da liberali, cattolici e socialisti. Anche per colpa sua, al posto dell’ottantenne Statista liberale, l’unico in grado di fermare la deriva verso l’abisso, al potere salì il trentanovenne Mussolini (ex socialmassimalista e di molto altro), col benestare del democristiano Alcide De Gasperi, che spianò la via al suo governo. Vi è motivo di ricordarlo nella Domenica “in albis”, festa di transizione. Deposta la veste infangata, oggi si indossa quella candida, battesimale. È giorno di lavacri e purificazione. Ne ha bisogno l’Italia odierna, uscita da cinque anni melmosi. La XVII^ legislatura ha lasciato un’eredità pesante. Chi si illude che le votazioni abbiano spalancato chissà quale radioso futuro non ha coscienza della realtà incombente, né, meno ancora, di capisaldi della Costituzione che non ammettono né aggiramenti né scorciatoie.

Il Presidente Sergio Mattarella ha ammonito di essere interprete dei cittadini. E’ il nocchiero di un’Italia in gran tempesta. Al netto di astenuti, schede bianche e nulle, i Cinque Stelle di Di Maio (dal sorriso tra teso e sardonico, come accade a chi è agli sgoccioli) hanno ottenuto il 32% dei voti validi. Meno di un terzo. Non bastano né mai basteranno a sorreggere un governo. Quando nel 1992 calò su quella soglia, la fatiscente Democrazia cristiana gettò la spugna. Le mancava il 68% degli italiani. Esattamente quanti non ne hanno oggi i grillini per pretendere il controllo delle Camere, delle Commissioni, il governo e… la Luna. Essi possono strepitare quanto vogliono, ma da soli non hanno alcuna maggioranza. Perciò si “offrono” a destra e anche a manca, all’insegna del “Franza o Spagna pur che se magna”: afferrare il potere, spendere e spandere e fare i Frati Cipolla sperando di non finire come Masaniello. Sanno che né per loro né per altri “illusionisti” vi sarà un nuovo 4 marzo 2018. Quando si tornasse alle urne (tra sei mesi, un anno o più) gli elettori staranno molto peggio di oggi e avranno smesso di credere ai miracoli della Casaleggio Associati, alla Piattaforma Rousseau e alle altre fanfaluche strombazzate durante la peggior campagna elettorale dell’Italia repubblicana. Alla prova dei fatti si vedrà anche se e quanto reggeranno certi gruppi comprendenti anticaglie di partiti dalla storia un tempo gloriosa, ma ridotti a raccattare un seggio purchessia.

La pausa di riflessione dettata dal Presidente Mattarella è propizia per ricordare alcuni capisaldi del regime vigente (il migliore possibile, sic stantibus rebus, come convenimmo più volte in dialogo con Marco Pannella). In primo luogo “il Presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio” (art. 92 comma 2 Cost.). La Carta non dice come e perché giunga o debba giungere alla decisione. È suo riservato dominio. La prassi è mutevole, la pienezza del potere è altra. Ricalca esattamente lo Statuto Albertino, che riservava al re la nomina dei ministri, come fece Vittorio Emanuele III il 30 ottobre 1922 e il 25 luglio 1943, sentite le parti in gioco e assunte le sue responsabilità dinnanzi alla storia, perché quello è il compito del Capo dello Stato: “Un brut fardèl”, come disse il morente Vittorio Emanuele II al figlio Umberto (assassinato a Monza il 29 luglio 1900, a conferma di quanto sia sempre stato difficile governare l’Italia).

Mentre infuria il fatuo strepito sull’abolizione dei “vitalizi” spettanti ai parlamentari va ricordato ai neofiti della politica che il riconoscimento economico della rappresentanza politica fu introdotta nel 1912-1913 in coincidenza con il suffragio universale, proprio per consentire ai non abbienti di svolgere decorosamente la funzione politica, altrimenti riservata a una casta. Abusi, sperperi e ruberie vanno certo aboliti, ma  salvaguardando le prerogative dei parlamentari, inclusa la remunerazione, uno dei perni della loro indipendenza (è abnorme, semmai, che gli “eletti” debbano versare una mensilità al “datore dell’elezione”, del quale si riconoscono succubi). Del tutto improprio è misurare l’efficacia dell’esercizio della carica con la presenza in aula, come qualcuno improvvidamente ha proposto. Anziché sedere accalcati e sudaticci negli scomodissimi scranni di Palazzo Madama e di Montecitorio, deputati e senatori hanno molti validi modi e tante altre sedi per professare la missione loro assegnata con l’elezione: visitando il Paese, ascoltandone i cittadini, studiando…. Basta si rileggano le opere di misericordia spirituale e corporale, che precedono la Carta del 1948. Meno sedute, ma più concludenti. Meno “riforme”, meno “leggi” (anzi, vanno sfoltite) e più concentrazione sugli impegni vitali del Paese: Esteri (Alfano è ancora sempre lì…), Difesa (evitando pessime figure e soprattutto il ridicolo mandando missioni militari a caso in giro per il mondo), Istruzione (quando avremo un ministro adeguato alla carica un tempo ricoperta da Benedetto Croce e da Giovanni Gentile?).

L’ordinamento costituzionale oggi subisce una grave aggressione, che va denunciata e respinta con chiarezza. L’art. 67 della Carta recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione (maiuscolo) ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Così era nato il Parlamento del regno di Sardegna nel 1848 (unica monarchia rappresentativa in Italia, con buona pace di neoborbonici e altri nostalgici degli staterelli preunitari, incluso quello del papa-re) e così esso visse sino al 1939, quando la Camera elettiva fu sostituita con quella dei Fasci e delle Corporazioni, formata esclusivamente di tesserati del PNF, a differenza di quelle elette nel 1929 e 1934, che salvavano l’apparenza con la rappresentanza di istituti e sodalizi non formalmente “fascisti”, dalla Lega Navale al Touring Club Italiano…

La libertà dal “vincolo di mandato” è il sale della vita politica. Esso non trovò spazio nei partiti totalitari, usi a screditare i dissenzienti come traditori, radiati ed esposti al pubblico ludibrio. Fu la sorte riservata dal Partito comunista d’Italia, succubo di Stalin a Mosca, a chi non si allineava alle cangianti direttive del “Capo”(i più sfortunati vennero ammazzati o destinati a morire di fatica e di stenti nei gulag). Oggi la libertà dal vincolo di mandato è negata dal Movimento Cinque Stelle, i cui vertici pretendono di assegnare patenti di moralità politica non solo al proprio interno ma addirittura all’Italia intera. Questa arroganza va respinta con fermezza. Fa tutt’uno con quella della dottoressa Rosy Bindi, che vorrebbe subordinare la “presentabilità” alle urne a criteri privi di basi giuridiche (per esempio l’appartenenza o meno ad associazioni non proibite, quali le Comunità massoniche) e a suoi pregiudizi personali.

La bizzarra pretesa di vincolare al “Capopartito” anziché alla Nazione l’esercizio della funzione parlamentare paradossalmente viene avanzata anche nelle file di partitelli nati da scissioni. Anche sotto questo profilo la XVII^ legislatura  lascia un’eredità avvilente. Essa si chiuse con la nascita di un cartello (i Liberi e Uguali) capitanato dai presidenti delle due Camere: un precedente destinato a pesare sulle istituzioni. La loro sortita è così screditante che si preferisce esorcizzarla, nel silenzio dei costituzionalisti. Però c’è, rimarrà e peserà.

Come dunque si vestiranno certi partiti dopo questa domenica in albis? L’ipotesi di un governo di legislatura è la meno augurabile, perché comporterebbe altri cinque anni di litigiosissima campagna elettorale e di esaurimento delle magre risorse del paese. Usciamo da un lustro di lotte fratricide. Il Paese chiede aria di primavera. All’indomani del voto Dario Franceschini auspicò che la XVIII legislatura assuma un ruolo “costituente”. E’ pensiero condivisibile. Il primo passo per risalire la china è però  il varo di una legge elettorale che concili rappresentanza e stabilità: non lo era l’“Italicum” vagheggiato da Matteo Renzi (arrogante come tutti i dilettanti, al pari della proterva Maria Elena Boschi) né lo è il  non rimpianto “Rosatellum”. Da lì bisogna partire. Non perché ce lo chieda l’Europa. Lo sollecita la memoria della storia d’Italia. Lo sfascio della democrazia liberale non nacque col governo Mussolini, coalizione di tutti i partiti statutari, ma, come detto sopra, per l’opposizione di Luigi Sturzo (“prete intrigante”) a un governo liberal-socialista capitanato dall’ottantenne Giolitti e col sostegno dei cattolici, chiamati al governo sin dal lontano 1917, quando Filippo Meda assunse le Finanze. La democrazia rappresentativa andò a rotoli per via di quel “veto”. Oggi siamo daccapo lì. Tocca al presidente Mattarella ricordare ai parlamentari i loro diritti e i loro doveri. Doni loro una copia della Costituzione e accerti che l’abbiano appresa e che la rispettino. Altro poi potrà venire, nei secoli; per ora è quanto di meglio si possa avere. La patente di guida richiede esami più severi di quelli dell’elezione a parlamentare. Oltre all’eccellente Consigliere per l’Informazione, forse al Presidente occorre un Consigliere per la Formazione dei neofiti della rappresentanza democratica: un “mestiere”, questo, molto più impegnativo delle normali “professioni”, come agli Ateniesi ripeteva Socrate. I quali, infastiditi dai suoi moniti, lo condannarono ad avvelenarsi bevendo la cicuta. L’Italia odierna offre alternative migliori?

Aldo A. Mola

Pubblicato in : EditorialeTag: abolizione, alcide de gasperi, anni, benedetto croce, bindi, campagna elettorale, capo dello stato, casta, costituzione, de gasperi, democrazia, democrazia liberale, europa, figlio, finanze, franceschini, futuro, governo, informazione, italia, italia repubblicana, la nazione, lega, legge elettorale, legislatura

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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