
L’essenza dello scontro referendario si è finalmente spogliata dei tecnicismi giuridici e ha rivelato il suo significato profondo: un conflitto tra una concezione del potere inteso come privilegio e possesso della cosa pubblica e una visione delle istituzioni come baluardo di legalità, etica e uguaglianza democratica.
“Utilizzate anche il solito sistema clientelare: non ci credi, beh fammi questo favore. Perché tu sei mio cugino, perché io ti ho fatto questo favore. Aiutami per quest’altra questione perché io te ne ho fatti già tanti. Utilizziamo anche questi mezzi. Perché dobbiamo vincere questa battaglia”. A rivolgersi così a dirigenti e simpatizzanti meloniani di Genzano di Lucania, in provincia di Potenza, è stato il deputato di Fratelli d’Italia Aldo Mattia, ospite di un incontro a sostegno del «sì» al referendum costituzionale di domenica e lunedì.
Non risulta che ci sia stata finora una condanna pubblica esplicita da parte del gruppo dirigente nazionale di Fratelli d’Italia, di Meloni, di La Russa o del loquacissimo Donzelli.
Sul piano politico si tratta di una cosa grave. Mattia non ha fatto una battuta ambigua o infelice, ma ha evocato apertamente un sistema politico in cui il consenso non si costruisce sul merito e sui programmi politici ma sullo scambio dei favori e sul clientelismo.
Questo fa pensare a quanto i partiti siano degenerati e rende la questione morale non un ricordo del passato ma un grande tema del presente.
In questo quadro si svela come la volontà di colpire l’autonomia della magistratura diventi un modo per rivendicare l’impunità e affermare la pretesa di esercitare il potere oltre ogni vincolo e controllo di legittimità.
É il senso profondo dello scontro in atto sul referendum.
Enrico Berlinguer aveva trattato la questione morale come cruciale per l’Italia; ancora oggi, purtroppo, le sue considerazioni sono pienamente attuali.
“I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti”.
Ecco denunciato dal più grande leader della sinistra italiana il livello di degrado in cui era giunto il Paese e in cui per tanti aspetti permane, incapace di intraprendere decisamente la strada di una riforma morale che Berlinguer indicava quale vera e urgente modernizzazione del Paese.
La questione morale non si risolve certo per via giudiziaria ma neppure indebolendo i poteri della magistratura a favore del potere politico dell’esecutivo.
La destra dice che andrà a votare SI in nome di Silvio Berlusconi, dopo aver trasformato in un santo un plurindagato, condannato a 4 anni per frode fiscale e perciò grande nemico della magistratura.
Noi andremo a votare No in nome di Enrico Berlinguer un comunista italiano e perbene che sollevò la madre di tutte le questioni nel nostro Paese, cioè il clientelismo della politica e l’immortalità delle classi dirigenti.
L’Italia, a ben vedere, nel corso di tutti questi decenni è stata attraversata da uno scontro politico che tutti li precede e condiziona: quello tra chi considera lo Stato una proprietà privata e pretenderebbe di usarlo impunemente per fini di parte, personali o di gruppo, e chi non si rassegna a vederlo ridotto così e vuole cambiare le cose e lotta per la giustizia e contro una politica ridotta ad affarismo e clientele.
Domenica e lunedì si sceglie da che parte stare e noi possiamo segnare un punto importante a favore di un’Italia più equa e più sana, in una parola, civile.
Enrico Rossi

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