“But first, are you experienced? / Uh – have you ever been experienced – uh? / Well, I have”. Sono trascorsi cinquant’anni esatti da quando Jimi Hendrix, rivolgendosi a un “tu” indeterminato, gli domandava se avesse mai “sperimentato qualcosa di simile”. È probabile che qualche adolescente del terzo millennio continui ad ascoltare questa canzone, magari provi anche a suonarla, dopo avere imbracciato una Fender Stratocaster. Difficilmente, però, potrà afferrare in pieno il significato del verbo inglese “to experience”, al pari di quello dell’italiano “provare” o del tedesco “erleben”. I millennials, infatti, sono la generazione dell’inesperienza.
Infatti, il dominio pressoché assoluto dei mezzi di comunicazione e, in particolare, delle tecnologie digitali ha comportato una drastica riduzione dello spazio dell’esperienza sia per gli adulti (che, se non altro, a suo tempo l’hanno fatta) sia per i più giovani (che, non avendola fatta, neppure potranno ricordarla). Perennemente connessi, con Google Maps a portata di mano per gli spostamenti e Wikipedia per una prima essenziale ricerca relativa a qualunque argomento o materia, i nostri ragazzi raggiungono la meta sempre nel modo più veloce e diretto. Non si perdono, mai. Né in senso reale né in senso figurato. D’altronde, ci si può forse smarrire in ciò che si conosce o che, comunque, siamo in grado di tenere in ogni istante sotto controllo? Si può ancora essere assaliti dall’angoscia – o dall’ebbrezza – dinanzi a un ignoto che, in realtà, ignoto non lo è mai completamente, in quanto è scritto, registrato, fotografato, conservato da qualche parte all’interno dello smartphone e accessibile attraverso una o più app? Leggi tutto: http://www.toscanalibri.it/it/scritti/quando-il-visto-fa-posto-al-previsto-i-ragazzi-e-l-esperienza_2615.html

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