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Violenza illegalita’ ingiustizia

L’impressione è che la scoperta dello strumento della violenza sia così annichilente da contagiare soprattutto chi non ha pratica con gli esami di coscienza. Di Vincenzo Andraus

di Vincenzo Andraous | 16 Maggio 2022

Alcuni ragazzotti in centro stanno discutendo in merito alle richieste di condanna al processo per la morte di Willy. Alcuni ne parlano sottovoce, altri ridacchiano. Ad ascoltarli bene la sintesi che ne viene fuori, è che i fratelli bullo 1 e bullo 2 non volessero uccidere quel ragazzino, è accaduto ma non intendevano togliergli la vita. Insomma un adolescente è morto, una persona è stata schiacciata senza pietà, colpita e annientata asimmetricamente, ebbene non c’è emozione della vergogna, più semplicemente la ricerca dell’attenuante, in una memoria corta e denudata della sofferenza per chi innocente non è più presenza. I ragazzotti ne parlano come si trattasse di un evento con cui si fanno i conti ad ogni alzo della mattina, che può accadere a ogni calata della sera, come a dire che qualche pugno non fa primavera. C’è qualcosa che non quadra, che sta fuori posto, che manca all’appello. L’impressione è che la scoperta dello strumento della violenza  sia così annichilente da contagiare soprattutto chi non ha pratica con gli esami di coscienza, in particolar modo con la prossimità della propria dignità, con la sua necessaria manutenzione che mai dovrebbe venire meno. Il rispetto di noi stessi, il mantenimento del rispetto per noi stessi, perché possiamo esser uomini sconfitti, incapaci di risolvere un problema che ci assilla, ma se sapremo non cedere mai alla tentazione di usare il prossimo, di usare gli altri per giungere all’obiettivo prefissato, saremo a buon punto con la nostra dignità. Senza di ciò non avremo rispetto degli altri. I ragazzi mi guardano un po’ infastiditi dalle mie obiezioni, tentano di divincolarsi dalle parole con qualche risata esagerata, ma li incalzo facendogli notare che il tempo può avere gli abiti sdruciti ma possiede l’autorevolezza dettata dall’esperienza, come somma degli errori, per cui forse di fronte ad accadimenti così tragici e incomprensibili, azioni così vili e prive di una qualsiasi utilità, sarà bene davvero mollare gli ormeggi, liberandoci dei carichi inutili, della zavorra, di quei deliri di onnipotenza e commiserazione che comportano tragedie terribili. Mancano all’appello le regole, quelle che sembrano farci annoiare e dunque non intendiamo rispettare perché troppo banali. Eppure le regole sono delle vere e proprie salvavita,  non subordinare mai le passioni alle regole sottende il dazio da pagare, quello più pesante, quello più imperdonabile. A voi ragazzotti dal bicipite proteso mi viene da dire che un uomo è ciò che ha commesso, se lo dimentica come ha ben detto qualcuno, è un bicchiere capovolto sulla tavola, un vuoto chiuso.

Vincenzo Andraus

Pubblicato in : EditorialeTag: conti, merito, processo

Info Vincenzo Andraous

Catanese, nato nel 1954, ergastolano, ha ottenuto dopo decenni di carcere ristretto la semilibertà. in precedenza ha usufruito di percorsi premio e lavoro esterno, svolgendo attività di tutor-educatore presso la Comunità “Casa del Giovane” di Pavia. E’ stato animatore del Collettivo Verde del carcere di Voghera, impegnato in attività sociali e culturali con televisioni pubbliche e private, Enti, Scuole, Parrocchie, Università, Associazioni e Movimenti culturali di tutta pa penisola. Ha al suo attivo numerose collaborazioni a tesi di laurea in psicologia e sociologia, collabora con riviste e giornali laici e cattolici. Ha pubblicato libri di poesia, di saggistica sul carcere el devianza nonché una autobiografia.

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