“Just satisfaction (Article 41) – The Court held that Italy was to pay each applicant 10,000 euros (EUR) in respect of non-pecuniary damage and the applicants EUR 9,344.51, jointly, in respect of costs and expenses”.
Questo è quanto stabilito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo nella sentenza di appena qualche giorno fa, datata 1° settembre, condannando l’Italia ad un risarcimento di trenta mila euro per l’espulsione di tre cittadini tunisini, oltre che al pagamento delle spese di giudizio quantificate complessivamente in oltre nove mila euro.
I motivi della condanna? L’Italia risulta avere violato, in primis, il divieto di trattamenti disumani e degradanti. Ciò nel settembre 2011.
E non è la prima volta che ci viene mossa una simile accusa visto che, a suo tempo, il trattamento inumano e degradante nelle nostre carceri ci era costata un’altra condanna.
La vicenda che ha dato luogo alla condanna di Strasburgo risale al settembre del 2011 e ha per protagonisti tre migranti tunisini che, durante la “primavera araba”, avevano lasciato il loro Paese diretti a Lampedusa.
Intercettati dalle Autorità italiane, venivano portati sull’isola e poi trattenuti presso il Centro di prima accoglienza, dove, qualche giorno dopo, divampava un incendio. Mentre si disponeva il trasferimento degli ospiti del Centro presso un campo sportivo, i tre uomini riuscivano a fuggire (e partecipavano a una manifestazione di protesta sulle condizioni dell’accoglienza) ma una volta ritrovati venivano arrestati e condotti a Palermo dove finivano per essere trattenuti su una nave nel porto, per alcuni giorni, per poi essere rimpatriati.
Ora, la Corte di Strasburgo ha deciso che l’Italia ha violato la CEDU ed in particolare il divieto di trattamenti disumani e degradanti, i diritti di libertà e sicurezza, il diritto di informazione sui motivi della detenzione, il diritto di ricorrere contro una detenzione “irregolare” e lesiva della loro dignità.
La Corte ha inoltre ritenuto che i provvedimenti di espulsione, sebbene singoli, siano stati redatti in termini identici e senza evidenziare alcuno specifico riferimento alle situazioni personali di ciascuno dei tre, violando così il divieto di espulsioni collettive di stranieri (ex art. 4, protocollo 4, Cedu).
Da qui la condanna al risarcimento di 10mila euro per ciascuno dei tre tunisini, oltre le spese di giudizio, con sentenza che diventerà definitiva tra 3 mesi ove le parti non ne chiederanno un riesame.
A distanza di esattamente quattro anni, i fatti di allora – che pur correttamente hanno dato luogo alla condanna del nostro Paese – sembrano oggi purtroppo assumere contorni sfocati … quasi a perdere i tratti gravi della fattispecie della violazione dei diritti umani.
Colpa del confronto con la drammaticità degli eventi che in questi nostri giorni vivono i profughi che continuano ad arrivare in Europa seguendo non solo la tradizionale rotta del mediterraneo ma anche quella, che anzi è preferita, dei Balcani: in fuga, partono dalla Turchia e tentano di passare per i Paesi dell’ex Jugoslavia.
Ma l’Europa che li attende si è trovata impreparata e incapace di fronte a questo che, per intensità e durata, è un esodo senza precedenti. Ecco allora che la Francia ha respinto i profughi a Ventimiglia, la Macedonia ha fatto uso della forza, l’Ungheria ha innalzato un muro sul confine con la Serbia, la polizia ceca li ha identificati con numeri segnati sulla pelle che hanno ricordato funeste schedature etniche.
Quante volte si stanno violando i più fondamentali diritti umani?
“La polizia non ama i siriani in Serbia, in Macedonia, in Ungheria o in Grecia. Fermate la guerra e non verremo in Europa”: sono le parole rivolte da un bambino siriano a un poliziotto ungherese intercettate dalla tv Al Jazeera e che ormai sono diventate famose, anche oltre i confini dell’Europa.
Parole che devono suonare come pietre in tutti noi che le abbiamo ascoltate e non devono cadere nell’oblio. Perché è già molto grave che – per incapacità o per semplicistica noncuranza – non si sono saputi cogliere in tempo gli intuibili riverberi che le guerre fuori dall’Occidente avrebbero determinato nel flusso delle migrazioni.
E ora quegli uomini, quelle donne e quei bambini, dopo gli orrori della guerra, subiscono anche la mortificazione e lo sconforto per un’ accoglienza che molta parte dell’Europa vorrebbe loro negare.

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