
Su due artisti, più di altri, sento di richiamare l’attenzione: uno è il livornese Eugenio Cecconi, che negli anni sessanta abbandona la pratica legale e si dedica interamente alla pittura. Alcuni dei suoi quadri più riusciti hanno come oggetto la zona di Castiglioncello e le battute della caccia (hobby indiscusso), in particolare, al cinghiale: in Padule e cignali colpiscono la morbidezza cromatica, quelle tinte azzurre e lavanda che fanno da sfondo alla immensa distesa bionda dei paglieti. L’altro è Llewelyn Lloyd, sempre labronico ma di origini gallesi, che come molti matura presso la scuola dei maestri pittori (nel suo caso Ghiglia, Romiti e Modigliani) senza farsi mancare l’esperienza fiorentina dell’Accademia di Belle Arti. Il periodo ‘elbano’, successivo alla fase divisionista, è rappresentato in mostra da ben 11 tele e ve ne sono di autenticamente belle: non solo quelle delle barche – Barca a Marciana, Barca al tramonto e Madonna del Monte (Barca a Villa Anselmi) – ma anche Baracchina a Procchio – in cui si esprime una vera e propria pittura di luce, nitida, forte ed essenziale – e Paesaggio tirolese, che replica le citate qualità in un’opera gioiello; senza tralasciare quel Golfo di Procchio (di dimensioni rilevanti per la media delle opere in mostra, 67,5×125) in cui l’albero, il verde in primo piano e una metà del golfo sono al riparo delle ombre del tramonto mentre la luce illanguidisce sull’altra metà e già campeggia sul panorama una pallidissima luna. Quante volte davanti ad un quadro capita di stazionare palpitando come davanti ad una veduta vera, alla pace della natura reale? Davanti al Golfo di Procchio promette di ripetersi sempre.

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