
Nel Paese che ogni luglio si presenta con la faccia contrita e la voce rotta, fingendo di ricordare ciò che non ha mai voluto davvero sapere, la verità torna a bussare come un pugno sul tavolo.
E quella verità ha il volto di Salvatore Borsellino, che da trent’anni non permette allo Stato di trasformare via D’Amelio in una liturgia innocua.
Mentre la politica continua ad evocare Paolo Borsellino come un santino da campagna elettorale, Salvatore ricorda che lo stesso Stato che oggi lo celebra ha smontato gli strumenti che lui e Falcone avevano costruito per colpire la mafia: 41 bis indebolito, ergastolo ostativo svuotato, norme sui collaboratori di giustizia rese innocue, intercettazioni ridotte a fastidio.
Tutto ciò che costituiva l’ossatura del decreto Falcone è stato eroso, mentre Palermo si riempie di ergastolani tornati liberi senza aver mai collaborato, uomini che dal carcere continuano a comandare le loro famiglie mafiose.
E mentre questo accade, c’è chi tenta perfino di appropriarsi del palco di via D’Amelio, come se la memoria fosse un bene da intestarsi. Ma la memoria non si compra, non si occupa, non si sequestra: si difende. E Salvatore Borsellino lo fa da anni, impedendo ai politici di trasformare la commemorazione in una passerella.
Poi c’è la ferita che non si rimargina: l’agenda rossa!
La scatola nera della strage. Il punto che nessuno vuole toccare. L’oggetto che Paolo portava sempre con sé, l’unico luogo dove annotava ciò che stava scoprendo, ciò che aveva intuito, ciò che avrebbe dovuto dire alla magistratura. Un’agenda che non è stata inghiottita dall’esplosione, ma sottratta nei minuti successivi da mani che non erano mani di mafiosi. Mani che indossavano una divisa dello Stato. Mani che non dovevano essere lì. Mani che hanno portato via la verità.
Alla Caserma Lungaro, davanti ai familiari delle vittime e agli uomini delle scorte, Salvatore Borsellino ha ricordato l’inferno di quel 19 luglio 1992.
Ha chiesto scusa a Lucia, riconoscendo che si possono seguire strade diverse per arrivare alla verità, purché si tenda tutti verso la verità e nient’altro che la verità. Ma sull’agenda rossa non ha mai vacillato: quella agenda è la prova che Paolo stava lavorando su qualcosa di enorme, qualcosa che non doveva uscire da quella macchina.
E mentre lui parla, mentre ricorda che Paolo sarebbe stato ucciso per impedirgli di testimoniare sul coinvolgimento dell’eversione nera nella preparazione della strage di Capaci, mentre denuncia depistaggi di Stato diventati depistaggi istituzionali, mentre accusa una Commissione Antimafia che vorrebbe cancellare la presenza dei servizi nelle stragi, il Paese continua a commemorare senza capire.
La verità non è una cerimonia. Non è un palco da occupare. Non è un microfono da brandire. È un’agenda rossa scomparsa, rubata da mani che non dovevano toccarla.
È un magistrato eliminato perché aveva scoperto ciò che non doveva essere scoperto. È una famiglia che da trent’anni lotta contro un muro di silenzi, omissioni, menzogne.
E allora basta con le commemorazioni che servono solo a coprire ciò che non si vuole dire. Basta con chi nomina Paolo Borsellino senza difendere ciò per cui è stato ucciso. Basta con chi parla di legalità mentre calpesta la verità.
Via D’Amelio non è un luogo di celebrazione. È un luogo di colpa. E finché l’agenda rossa non tornerà alla luce, finché non saranno individuate tutte le responsabilità, finché non verrà detto ciò che deve essere detto, nessuno dovrebbe permettersi di pronunciare quel nome. Paolo Borsellino non è un simbolo da usare: è una verità rubata. E chi non è disposto a restituirla non dovrebbe neanche nominarlo.
Angioletta Massimino

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