
C’è qualcosa di profondamente stonato nella decisione di alcune federazioni sportive di disertare la cerimonia di inaugurazione delle Paraolimpiadi di Verona. Il motivo è noto: la presenza delle delegazioni di atleti russi e bielorussi che hanno sfilato ieri sera con le rispettive bandiere nazionali. Una scelta che, nelle intenzioni dei promotori del boicottaggio, dovrebbe rappresentare un gesto politico di condanna nei confronti della guerra in Ucraina.
Ma proprio qui sta l’assurdità della vicenda.
Le Paraolimpiadi – come lo sport in generale – nascono per essere uno spazio diverso dalla politica internazionale, un luogo dove gli atleti competono non come strumenti degli Stati ma come individui. Questo vale ancora di più per gli atleti paralimpici, che spesso portano sulle proprie spalle storie personali di sofferenza, resilienza e riscatto. Trasformare anche questo palcoscenico in un campo di battaglia simbolico significa tradire lo spirito stesso dello sport.
Nessuno ignora il dramma della guerra russo-ucraina. Da oltre due anni il conflitto continua a mietere vittime e a destabilizzare l’Europa. Ma proprio mentre il mondo si trova già sull’orlo di nuove escalation – con il pericoloso fronte aperto tra Stati Uniti, Iran e Israele che rischia di incendiare il Medio Oriente – appare quantomeno miope alimentare ulteriori divisioni in uno degli ultimi spazi di incontro rimasti.
Colpire gli atleti non ha mai fermato una guerra.
Gli sportivi russi e bielorussi che hanno sfilato a Verona non sono i decisori delle politiche dei loro governi. Molti di loro sono persone che hanno affrontato difficoltà enormi per poter praticare lo sport. Pretendere che siano trasformati in simboli di colpa collettiva è una scorciatoia morale che finisce per assomigliare più a una forma di discriminazione che a una presa di posizione etica.
Lo sport internazionale ha già conosciuto stagioni di boicottaggi: da Mosca 1980 a Los Angeles 1984. Non hanno cambiato la storia delle guerre, ma hanno impoverito quella dello sport.
Per questo la scelta di disertare l’inaugurazione di Verona appare più come un gesto dimostrativo che come una vera presa di coscienza politica. Una protesta che rischia di colpire proprio l’evento che più dovrebbe rappresentare l’inclusione.
Le Paraolimpiadi non dovrebbero diventare il luogo dove si importano i conflitti del mondo, ma quello dove – almeno per qualche giorno – si prova a superarli.
Perché se anche lo sport perde questa funzione, allora davvero rimane ben poco degli spazi in cui l’umanità può ancora riconoscersi come tale.
Cesare Mannucci

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