Trenta giorni di buio è un film sui vampiri che assaltano un paese innevato dell’Alaska, per la notte più lunga dell’anno, e si mangiano quasi tutti gli abitanti, terrorizzati e condannati. Non un capolavoro assoluto, ma un bel film. Credo d’averlo visto tre volte, in sala. Tre compagnie di giro diverse che amano lo stesso genere di film sono impegnative. Venti giorni di vuoto invece è il film tutto reale, e quotidianissimo, che ci vedremo tutti noi nelle prossime tre settimane. Perché, nonostante tutto il rinnovarsi di abitudini e consuetudini, l’agosto degli italiani vuol dire ferie quasi obbligate e quindi vuol dire vuoto in città. Venti giorni di vuoto assurdo e antimoderno. Nella piccola città di provincia come nella grande metropoli, dove ovviamente bar, lavanderie, osterie, profumerie, pizzerie, negozi chiusi accentuano il disagio e la solitudine di chi, soprattutto anziani e già soli, non possono andare non solo in vacanza al mare in montagna al lago, ma neanche fuori quartiere. Vent’anni di prediche e letteratura varia sulle vacanze intelligenti e sulle ferie da scaglionare e vent’ani di inutilità sociale. Via d’agosto. Obbligo morale. Cartelli a iosa: siamo chiusi dal 4 al 24 agosto. Perfetto. Siam chiusi dal 10 al 27 agosto. Ri perfetto. Non c’è via d’uscita: a Ferragosto bisogna stare fuori. E così ci si trova tutti a Ischia o a Riccione, a Madonna di Campiglio o a Ortisei noi tutti che volevano fuggire dai soliti volti delle nostre strade dei nostri uffici dei nostri incroci cittadini, ci ritroviamo, come in una trama di un film dell’orrore sociale, tutti insieme gli stessi angoli a guardare lo stesso jeans della città, negli stessi negozi o famiglia cooperativa di Moena o Courmayeur o a Peschici a pregare che non scoppi alcun incendio. Non c’è possibilità di successo per un Ferraluglio che invece è già nei fatti. Perché la vera vacanza intelligente non è quella concentrata tra caselli autostradali intasi e spiagge o sentieri di montagna trasformati in viali e corsi del centro storico trasportati là. Ma quella sparpagliata dal 20 giugno al 20 settembre fatta di mete fortemente volute. Di obiettivi desiderati, di svago e relax fortemente correlato allo stato di benessere del momento. Così va il mondo delle abitudini che sono dure a morire. Ragioni industriali e ragioni sociali –dicono gli esperti- impongono a molti le tradizionali ferie d’agosto. Esempio tira esempio. Parte il pizzaiolo, chiude anche il vicino fiorista, se ne va il tabaccaio e chiude la vicina osteria, scende la saracinesca dell’edicola e chiude anche il banchetto del kebab. Perché devono partire tutti gli italiani e non possono chiudere i pakistani o gli indiani?!!E vai di vuoto. Già in queste ora basculano tra una panchina e l’altra arzilli anziani in bermuda fuori corso quasi ad annusare le ultime ore di una normalità che sta per cedere il passo ad una specie di coprifuoco urbano, di desertificazione antropologica al calor bianco che ha veramente poco a che spartire con una organizzazione moderna della vita sociale. E stavolta non è nemmeno colpa di amministrazioni, istituzioni, politici, giunte. No stavolta è proprio solo colpa nostra, della nostra rigidità socio psicologica nei confronti del bene vacanza. Della nostra miopia modaiola per cui è vacanza solo se passi davanti a quel bagno di Forte e non se ti leggi un bel libro nel parco ombroso a sette minuti dalla porta di casa. Una mia amica di Imola doveva andare ad Andalo. Poco prima di partire ha avuto una salutare reazione antivaligia e lei e il marito hanno scelto di vivere alla giornata tra i colli dell’imolese e feste in borgo. L’ho vista più rilassata degli anni scorsi. Ecco. Venti giorni di vuoto. A perdere.
Fabrizio Binacchi
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VENTI GIORNI DI VUOTO
Già in queste ora basculano tra una pachina e l’altra arzilli anziani in bermuda fuori corso quasi ad annusare le ultime ore di una normalità che sta per cedere il passo ad una specie di coprifuoco urbano, di desertificazione antropologica al calor bianco. Di Fabrizio Binacchi

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