L’analisi fatta dal nostro Direttore a chiusura del dibattito aperto su questo sito a proposito della necessità di riforme istituzionali profonde, ci trova concordi ma anche desiderosi di fare qualche personale puntualizzazione, e poiché il Direttore ci concede generosamente una rubrica settimanale ne approfitteremo sapendo di poter contare sulla sua proverbiale tolleranza.
Che la galassia cosiddetta laica, cioè identificabile nelle forze che un tempo – un tempo, badate bene – si dicevano liberali, socialiste, repubblicane e radicali, sia sempre più frammentata e soprattutto sempre più lontana dalla nostra realtà politica quotidiana, è un dato di fatto, così come lo è la constatazione che ogni tentativo di riunire questi dispersi segnali di vita nell’universo per tentare di farne quantomeno un pianetino sia andato miseramente fallito. E’indubbiamente vero, come scrive Cariglia, che la responsabilità principale di questo fallimento vada addebitata alla strenua volontà di mantenere ognuno il proprio simbolo, la propria bandierina, rimanendo entro antichi schemi separatisti e di sostanziale reciproca diffidenza, per cui ognuno resta nel proprio conosciuto ambito, per quanto sempre più ristretto, come una sorta di garanzia di riconoscibilità e dunque di conservazione. Ma è anche vero che le ragioni di questa apparentemente testarda ripicca vanno ricercate non solo nel persistere di classi dirigenti ormai vecchie come Giobbe e dotate, ahimè, dello stesso pervicace attaccamento al ruolo, ma anche, duole dirlo ma è così, nella sostanziale incapacità di elaborazione di un progetto politico che abbia due caratteristiche indispensabili: credibilità e funzionalità. Tentativi come quello fatto a Bertinoro sono destinati al fallimento perché minati già dalle premesse, ovvero dalla presenza della vecchia nomenklatura in cerca di spazi, fosse pure solo mediatici, e dalla riproposizione delle rispettive bandiere da ficcarsi opportunamente e reciprocamente negli occhi ad ogni intervento dell’uno o dell’altro. Lo stesso dicasi – e ci perdoni Cariglia se qui divergiamo dalla sua analisi – del tentativo fatto a suo tempo dallo Sdi e dai Radicali sotto la comune sigla di Rosa nel pugno, chè di comune appunto c’era solo il nome, perché si fronteggiavano e si scontravano, cosa puntualmente accaduta fino alla scissione, due forze politiche sostanzialmente molto diverse che nulla avevano da mettere insieme se non la volontà di una rappresentanza parlamentare, ottenuta per di più appoggiando un governo di matrice cattocomunista che, anche solo per coerenza, avrebbero dovuto avversare con tutte le loro forze. Ora, il traballante e per nulla convincente equilibrio su cui poggia il bipolarismo italiano, che non ci stancheremo mai di definire fasullo e bastardo, dovrebbe risultare un formidabile stimolo per tutte le forze componenti la galassia laica a riunirsi ed a elaborare un progetto politico mirato e tagliato sullo stato reale del nostro paese e rivolto ad un elettorato che non si è ancora arreso allo scippo di ogni forma di partecipazione democratica e che risponderebbe almeno con interesse, quantomeno ascoltando, ad una proposta sensata, ragionevole e soprattutto convincente, frutto dell’unione delle forze laiche, riformiste e liberali. Le prossime elezioni regionali sono invece un’altra delle mille occasioni perse in questi anni; raccolta delle firme permettendo, rivedremo in alcune liste i Liberali, con una coalizione peraltro discutibile; l’ennesima sigla che testimonierà una nuova puntata della scissione dell’atomo socialista; i Radicali che tentano il colpaccio solitario con la Bonino; i repubblicani non pervenuti, ma ci rimettiamo all’amico Baldini per eventuali novità che ci possano essere sfuggite. Non si sa cosa questa rappresentanza in ordine sparso possa di fatto significare agli elettori, anche a quelli nostalgici di un tempo che fu, se non altro perché risulta difficile anche solo per chi legge, figurarsi poi per chi vota, capire il senso di certe mosse e di certe coalizioni, nate nello spazio di un mattino solo per soddisfare le esigenze voraci della legge bipolare. Alla fine dei conti, ci pare – e questa naturalmente è un’opinione strettamente personale – che le forze laiche, tutte, soffrano dello stesso grave problema che attanaglia gli ex comunisti oggi vaganti nelle file del Pd, ovvero una mancata analisi oggettiva, razionale ed impietosa degli errori commessi, con conseguente chiusura del passato che permetta di aprirsi finalmente alla sfida di un futuro politico tutto da inventare. Le bandiere sono gloriose ma non sono sufficienti a dire chi siamo oggi, rappresentano ciò che siamo stati ma non ciò che saremo, e questo, sia detto qui per evitare ogni possibile fraintendimento, non tocca i principi in cui crediamo ma le modalità con cui intendiamo metterli in atto. Se il mondo cambia sempre più velocemente, dobbiamo essere in grado di correre insieme a lui, verificando ogni giorno la bontà delle idee in cui crediamo nel confronto con il quotidiano, e non nel ricordo di un passato che non esiste più e nulla può più darci oggi. La partita della credibilità si gioca sul tavolo del presente e si verifica su quello del futuro: torniamo a misurarci oggi dichiarando chi siamo e cosa vogliamo, forse qualcuno avrà voglia di seguirci.
ChiBo

Basterebbe il commento di Giampaolo Pansa: “Ora ci manca solo il mago Zurlì e siamo al completo”. Sì, basterebbe, ma in realtà ci pare che, quanto a trucchi, magie e colpi ad effetto il pur grande Pansa sia rimasto un tantino indietro, dunque aggiorniamoci. Abbiamo la fortuna di assistere al miglior reality show mai visto dai tempi dello sbarco sulla luna – e son passati giusto 40 anni, dunque era l’ora che ci si aggiornasse – gentilmente offerto agli italiani dal Pd, ovvero Per Divertirsi venite con noi. A dire la verità, in quel di Firenze ne avevamo già avuto un inebriante assaggio con le primarie per la scelta del candidato sindaco, che ci hanno regalato tali e tanti colpi di scena che il partito è andato ad un passo dal commissariamento, ma le folle erano in estasi – e quando ci ricapita un simile divertimento quotidiano?! Forti dunque dei successi tributati dal pubblico fiorentino, notoriamente restio ad entusiasmarsi facilmente e dunque banco di prova durissimo per ogni show che abbia ambizioni di audience, i vertici del Partito Disperso hanno cominciato una tournèe in giro per il paese, ora che la bella stagione aiuta ed il caldo dà un tantino alla testa, sfidandosi a colpi di convention, fondazioni, circoli, gruppi e sottogruppi che manco su Facebook ne avevamo visti così tanti – a proposito, ma quanto costa il mantenimento di questo apparato semipolitico?! – ad una gara che fa impallidire il ricordo di quelle dei trovatori in ottava rima, quanto a fantasia, originalità di espedienti poetici e banalità assortite. Avevamo infatti appena metabolizzato la nuova etica della politica enunciata dalla Serracchiani, ovvero la teoria empaticamente nota come: sorridi ed il partito sarà tuo, quindi un leader deve essere simpatico, il resto verrà da sé – e non era stato facile, per noi intelletualini abituati ai sacri testi digerire questo colpo di puro marketing politico – quando dalle sue profondità padane si è fatto vivo Bersani con uno slogan stupefacente – e vi risparmieremo la facile battuta – ovvero: voglio un partito come una bocciofila. Chiosando: non siamo mica il Pci. Ecco, in effetti pare che gli elettori si fossero già accorti per conto proprio di questa mutazione genetica tuttora allo studio degli infettivologi e fin qui denominata Sindrome del partito liquido, ma subito è saltato su Fassino a dire: eh, no, ragazzi, patti chiari, che io a fare il boccino non ci sto, son troppo lungo, al massimo posso fare il giudice di gara. Come se D’Alema, che da un po’ di tempo a questa parte si materializza ovunque ci sia un palco, fosse pure quello della Sagra del ranocchio pavese, con fenomeni di bilocazione che hanno riscosso l’attenzione persino della Santa Sede, gliela facesse passare liscia, lui che va dicendo ovunque che sono tutti brutti, sporchi e cattivi e che l’unico rimasto con un po’ di uso di mondo e, vivaddio, una faccia di tolla proporzionalmente pressofusa, elementi indispensabili a gestire l’opposizione, è notoriamente lui. In questo circo viaggiante mancava però il saltimbanco, il vero artista, colui che viene dalla strada e con passi da attento equilibrista – e si sa quanto sia difficile stare in bilico sull’orlo del ridicolo ogni giorno – può arrampicarsi fino alla poltrona più alta, insegnando a tutti questi guitti fasulli di cosa sia veramente capace l’arte di un capocomico di razza. Così Beppe Grillo si è candidato alle primarie del Partito Devastato, per metterci definitivamente una pietra sopra e stringere finalmente in un fatal abbraccio il noto rivoluzionario Di Pietro che sta pubblicando appelli per la libertà in Italia su testate straniere che ancora si chiedono in quale lingua sconosciuta e tuttora non decrittata si esprima costui. Per stoppare l’azione guastatrice di Grillo, il lungo-degente Fassino si è affrettato a dichiarare a Repubblica: le differenze tra il Partito democratico e l’Italia dei Valori sono più di tono che di sostanza, reintroducendo così nel dibattito toni finalmente più alti, da diatriba filosofica, come non se ne erano più sentiti dai tempi gloriosi in cui Anselmo d’Aosta disputava su nominalismo ed essenzialismo. Perché diciamolo, come si fa a stabilire dove, in quale punto recondito del suo essere rampante, in Di Pietro finisce il tono ed inizia la sostanza?! In attesa che i pensatori delle quattromilanovecento Fondazioni democratiche sparse per l’Italia – dei Valori e non – ci forniscano una risposta motivata, approfondita ed articolata all’angoscioso quesito, speriamo ci giunga la notizia dell’unica candidatura in grado di risollevare le sorti del Pd, ovvero quella del Mago Casanova. Una delle sue magie sarebbe veramente opportuna per far sparire in un attimo il vecchio circo ormai sfiatato, e far emergere una nuova generazione di politici, magari finalmente in grado di tornare a parlare dell’unica cosa che serve per fare politica: le idee. Che, con buona pace di Fassino, quando ci sono hanno toni e sostanza e nessuno ha bisogno di farsele spiegare. Gli elettori le riconoscono al volo.
Caro Traquandi,
è lei a inaugurare una trita polemica, scadendo nel personale e evitando la questione. Lei stesso ci ha ricordato essere parente di Nello Traquandi, sottolineatura quasi inutile poiché il cognome Traquandi riporta a chiunque la figura e l’azione politica di Nello Traquandi. Proprio in tanto adagiarsi parentale lei 68enne rientra a pieno titolo tra i patetici protagonisti della mia pochade di 67enne sui laici che giocano all’Ottocento. E permetta anche a me un rilievo personale. Crede davvero che alla nostra età si sia raggiunto un tale livello di maturità, esperienza e passione da poter guardare la vita con delle certezze? Possiamo crescere ancora, ma solo da noi per noi e chiudimo il sipario sull’Ottocento.
Non è nel mio costume polemizzare con chicchesia, però la visione che Marzio Siracusa di Firenze da dei componenti l’albero genealogico laico, mazziniano e ottocentesco cui mi onoro di discendere, mi fa intervenire sull’argomento.
Se, al contrario del gruppo dei 101 e di Pensalibero, fossimo stati sul proscenio di Zelig o di Colorado, con lui avrei riso dei colletti inamidati, i guanti e le ghette indossati dai protagonisti colti e borghesi dell’Italia di Cavour, Ricasoli, Minghetti, Cadorna, Cairoli, Crispi, per finire a Felice Cavallotti. Pur tuttavia non posso esimermi dal suggerire al pivello che, è pur vero, oggi non ci sono più patrie da costruire ( Bossi e Di Pietro insegnano), o preti da contrastare (Bagnasco e Sodano infatti non interferiscono mai nell’ambito della Istituzione repubblicana).
L’unica cosa vera è che oggi la comunicazione è il vero mezzo utile alla diffusione delle proprie idee.
Evviva, allora il Grande Fratello o l’Isola dei famosi: lì si che i soggettisti e gli sceneggiatori coltivano l’estro della produzione della conoscenza.
Renato Traquandi
Sì, sì, Chiara, e io vengo in costume di zotico, ignorante che gira pieno di gratitudine fra tanti signoroni pieni di libri e bontà…
Caro Marzio, non porto il pizzetto, chissà perchè non mi cresce, e neanche il busto con le stecche data la mia proverbiale secchezza, dunque capirai perchè le riunioni in costume dei laici, di cui ho già parlato nel pezzo della settimana scorsa, mi spingono poi a scrivere quanto sopra…però se ci tieni potremmo organizzare un bel revival per l’ultimo di Carnevale, così, tanto per sentirci meno soli…
Alle riunioni in costume dei laici dimenticavo di aggiungere la voce lontana che a brevi scadenze annuncia ” El Prampulen, el Prampulen “. Mentre un altro socialista, monocolo e costume da professore universitario, ovviamente medico e umanista, ci ricorda le virtù della Terza Repubblica che or ora ha rimediato contro il povero Dreyfuss. Il primo atto della riunione infine potrebbe portare in scena un nugolo nero di travestiti da mazziniani, pizzetto intransigente ma incerto tra il pedagogo giacobino e il pedagogo gentiliano, tutti pronti però a inveire contro la chiesa auspicando un rinnovato patto tra Dio e Popolo. Per concludere vedrei bene anche un laico su di giri, che nei panni del buon Benso usa i sinonimi dei concetti, ma ignaro di anticipare genialmente Einstein, grida ” Libera universalità in libera territorialità! ” Amen.
P.S. Certo che i laici di ” Pensalibero ” non me ne vorranno.
Renato: nel 1974 avevo undici anni e leggevo già i giornali, anche se naturalmente con i mezzi della mia età. La tua vicenda è di certo emblematica, ma permettimi di dirti questo: io non voglio impedirti di continuare a sognare, vorrei che il tuo ed il nostro sogno si realizzasse concretamente. Come ho scritto nel pezzo, non discuto i nostri ideali, ma le modalità con cui metterli in atto e che, necessariamente, non possono più essere quelle di un tempo, perchè siamo nel 2010 e questo qualcosa vorrà pur dire. Le bandiere ce le portiamo nel cuore, ma è necessario che si trovi una nuova via al riformismo laico, liberale, repubblicano e socialista, che sappia parlare alle nuove gnerazioni e che sappia risvegliare quelle “disincantate” come me. Grazie per il tuo intervento.
Nicola: certo che diciamo la stessa cosa, tranne che sulla Rosa nel Pugno, che io – perdonami – continuo a vedere solo come coalizione acchappavoti, forzatamente nata per rispondere alle esigenze della legge elettorale attuale, ma che non ha retto l’urto della prova del “dopo”. Che abbia raccolto voti, è indubbio, ma era una cambiale in bianco che non è stata onorata, perchè non poteva esserlo per i motivi di cui sopra. Per il resto, hai ragione, speriamo di vederci presto. Ti abbraccio.
Cara Chiara,
temo che ci stiamo proprio comportando da laici, marcano differenze anche quando diciamo la stessa cosa. Scherzo: probabilmente mi sono spiegato male e cerco ora di farlo megli.
Ho scritto esplicitamente che occorre bruciare le scialuppe nelle quali alcuni hanno preteso di salvare chi le idee, chi gli strapuntini.
Ed ho aggiunto che un’idea può portare qualche voto, una vecchia sigla no. La Rosa nel Pugno è finita come è finita per i motivi che tu ricordi; ma prima di finire, dopo che era stato incassato il malloppo di quindici o sedici deputati, aveva raccolto voti legati alla speranza di un progetto nuovo. Più di quanti, si sarebbe visto dopo, radicali e socialisti ne avrebbero incassati con le loro sigle.
Ma guarda se, per scambiare due chiacchiere con te, mi tocca ricorrere a Pensalibero!
Era una mattina presto di metà aprile del 1974 quando tre carabinieri suonarono il campanello del mio appartamento. Ero sposato da sei anni e avevo già due bimbi.
Bellissima, intelligente e disincantata Chiara,
si apriva la vicenda che tenne in carcare Edgardo Sogno per tre mesi e che procurò a me, come a tanti altri amici miei, guai seri.
L’ordine dell’inchiesta portava la firma di Luciano Violante e l’accusa era davvero pesante: cospirazione per combattere lo stato democratico. Non volevamo altro che la modifica, in senso presidenziale, della Repubblica Italiana, con la separazione del potere legislativo da quello esecutivo e l’elezione diretta del capo dello Stato.
Facevo parte di Nuova Repubblica, tu forse non eri neanche nata, il movimento politico di Randolfo Pacciardi. Poi, con lui e molti altri riprendemmo la tessera del PRI nel 1980, grazie alla lungimiranza di Spadolini.
Il cugino di mio madre, Nello Traquandi era vecchio ma ancora lucido ed il suo sguardo mi confortava.
Due anni dopo nel 1976, non andammo nemmeno a giudizio, il fatto non costituisce reato, c’è scritto sulle carte.
Permettimi, ti prego, di continuare a sognare, ancora, a 68 anni suonati.
La storia del laicismo, del repubblicanesimo, dei patti di fratellanza, del mazzineanesimo e del socialismo riporta le lotte che molte delle nostre generazioni hanno vissuto; da lì è nato il contributo vitale alle radici della democrazia italiana.
Giustizia e Libertà, Partito d’Azione, PRI, PSI (con le sue ramificazioni) non possono e non devono essere archiviati.
Ce ne vorra ancora del tempo, ma il popolo italiano dovrà rendersi conto del vuoto di Berlusconi, Casini, Bossi, Di Pietro Bersani & Co.
Renato Traquandi Consigliere Nazionale PRI
Chiara, i laici continuano a giocare all’Ottocento. Alle loro riunioni proporrei di andare in costume, doppi petti, velette, fusciacche, bombette, occhialini e ghette potrebbero essere disponibili in una saletta, naturalmente con barbe e baffi posticci per imberbi non ancora passati al nazionalismo, e busti di balena per signore ingrossate ma già atee e libetine, in modo che ognuno posso apparire il galantuomo e libero pensatore del bel tempo che fu, mentre un vecchio grammofono gracchia inni garibaldini e canti libertari, naturalmente conclusi dall’inno alla gioia del povero Beethoven che se avesse conosciuto tanta platea avrebbe musicato l’Inno alla Paura.
Ovviamente hai ragione Chiara ,e concordo con te ,visto che da tempo anch’ io lamento lo sventolamento nostalgico di stendardi da considerare fine a se stesso .Purtroppo l’aver ragione sulle cose in argomento non riesce ,di per sè ,ad aver ragione delle regole perverse messe in atto dalla Casta a salvaguardia del proprio medioevale potere . E quindi il cambiamento non può toccare niente di quello che “vale”.
Il buffo è che qualche voce lamenta (ad esempio,contro il successo di Vendola) come l’ esperienza ,in politica, non sia tutto; ma si tratta solo di accuse e sconfessioni “tra ” addetti ai lavori , e la carriera (leggi esperienza ) continua ad essere il miraggio dei più “ardimentosi”. E hai mai osservato come tutti quelli che si evidenziano negli inneggiamenti alla libertà , poi dimostrano di sorvolare sulla questione della responsabilità ?
Naturalmente “tornando a bomba” ,non delle ideologie ,ma dei benefit economici e di potere ,oggi vanto e distorsione per i “piccoli” politici nostrani ,forse il discorso potrebbe farsi più “pulito” e politico . Ma questa è una visione fuori dalla realtà ,purtroppo !