Un été brûlant. Visto il secondo giorno e considerato subito il film più brutto in assoluto anche se dovevano scorrere ancora molte pellicole sotto gli occhi di chi scrive. Avevo pensato che sarebbe rimasto il film più brutto perché non credevo di avere la forza di vederne un altro ancora peggiore ma, siccome al male non c’è mai fine, c’è stato un secondo film, anche questo in concorso che si è messo subito in corsa per la palma di film più brutto e dispiace dirlo è il film di Cristina Comencini. Ma andiamo con ordine.
Tempi troppo lunghi per il film di Philippe Garrel, due volte Leone d’oro a Venezia (1991, 2005), dialoghi demenziali (dopo un incontro con l’amante Angéle esprime il desiderio di andare a pregare in chiesa) e interpretazione da urlo di una Monica Bellucci, nuda per pochi secondi, in una delle prime scene.
Frédéric è un giovane pittore in cerca del successo, vive con Angèle, attrice di successo in Italia; scialba e quasi annoiata l’interpretazione di Louis Garrel mentre il rapporto fra i due fa acqua da tutte le parti. Angèle lascerà Frédéric che una notte, fatto il pieno di alcol, andrà a schiantarsi con la macchina contro un platano. Fra questa scena, quasi all’inizio del film e il finale la storia tra Paul ed Elisabeth, comparse in attesa di diventare attori, ospiti di Frédéric e Angèl, nella loro casa di Roma.
Non emoziona l’incidente, non emoziona la crisi di Frédéric, perfino le musiche pur essendo belle, come lo è la scena del ballo, una sorta di sensualissimo fare l’amore sotto gli occhi distratti di tutti, lasciano lo spettatore ben lontano dal contesto del film.
Il nudo della Bellucci era stato sbandierato come lo scandalo di Venezia, ma si è rivelato vero specchietto per le allodole; Monica con la sua recente maternità ha lasciato libero corso alla sua prorompente bellezza mediterranea e il suo nudo ha tutta la castità di una donna che apre il cuore alla bellezza della vita. Monica è ancora bella, di una bellezza rara addolcita dagli anni; brava , purtroppo, non lo sarà mai.
Poco cavalleresco e molto scorretto il regista che fischiato in sala da pubblico e addetti ai lavori ha dichiarato, in conferenza stampa, che i fischi non erano per lui, senza capire che si possono fare anche film brutti, ma lui a bruttezza se ne è proprio approfittato.
IL film esce in Francia il 28 settembre e subito dopo, ad ottobre, sarà nelle nostre sale. Non vale il prezzo del biglietto.
Quando la notte era uno dei film più attesi e la Comencini ci aveva abituati a ben altre opere. Probabilmente anche lei voleva dire una cosa diversa da quella che abbiamo visto sullo schermo, ma decisamente il tutto le è sfuggito di mano con un risultato a dir poco catastrofico. Bello il titolo, dal libro scritto dalla stessa Comencini e trattato per la sceneggiatura da lei e da Doriana Leondeff, non altrettanto bello il film.
E’ certamente dura per chi ha lavorato con serietà, per chi ha messo parte di sé nella direzione degli attori, per chi ha creduto di offrire un prodotto riuscito sapere che il film è stato accolto con fischi e risate ma questa è la realtà che la Comencini non è stata capace di accettare e pensare che il film era uno dei tre film italiani in concorso, quello che alla vigilia pareva avere le carte in regola per degnamente figurare in una cornice così importante.
Parla di complotto Cristina Comencini mentre il produttore Riccardo Tozzi, marito della regista, afferma che i fischi a metà film hanno innestato un processo di destabilizzazione: “Io sono a favore della più piena libertà, ma questa è una proiezione destabilizzata da un gruppo di persone. Quale che sia il motivo, è una forma di violenza.”
Per fortuna c’è ancora la possibilità di ridere e fischiare al cinema, anche e soprattutto ai Festival ma i due non si pongono la domanda più semplice: “Perché è successo?”.
Non sono neanche d’accordo, come è stato detto, “Prima facciamo finire il film, dopo la proiezione liberi di tirare i pomodori”… vediamo il film, fischiamo e ridiamo poi, in sala stampa, spieghiamo civilmente le ragioni del nostro dissenso.
Il film è indifendibile; non basta crederci, non basta metterci il cuore, non basta un paesaggio mozzafiato per ottenere un bel film, non bastano neanche due attori perfetti per la parte che devono interpretare come la Pandolfi e Timi (onnipresente al Festival con ben quattro pellicole). Non bastano le buone intenzioni, non basta voler parlare di solitudine , di maternità, di rapporto uomo/donna, genitori/figli, non basta il pianto continuo, notte dopo notte, di un bambino per giustificare quello che succede in un luogo isolato, difficile, non bastano la montagna e la pioggia che costringe in casa senza possibilità di un momento di distrazione. Non basta una bella carta per avvolgere un regalo che si rivela una fregatura quando ascolti affermazioni demenziali tipo “la madre adorava i bambini, prima di fuggire aveva preparato la merenda per loro” (e vedi una tavola apparecchiata per la merenda…manca il barattolo gigante della Nutella da mangiare a cucchiaiate consolatrici); non puoi non ridere davanti alle teleferiche che si incrociano a metà percorso (diventa un film comico: due si cercano e si incrociano, disperati, mentre vanno in direzioni opposte) e non puoi che restare orripilata davanti al dialogo “…io poi con questa gamba…”
Alla Comencini è sembrato inaudito che si potesse ridere in sala, a me è sembrato inaudito che in un film fatto di tanti silenzi si dovessero ascoltare dialoghi di questo tipo. Il film esce il 28 ottobre: se vi volete male andate a vederlo.
Maria Rita Monaco

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