“Ma qui un operaio che guadagna 1.100 euro al mese, consuma lo stipendio in quattro giorni!”. E’allibito il giovane collega che gira per Venezia e vede certi prezzi. 8 euro una pizza margherita, 20 euro un fritto misto, 6 euro un corsa in vaporetto, 6 euro un bicchiere di minerale in un bar di san Marco, al tavolino, due euro un bottiglietta di plastica in piedi. Cinque euro tre pezzi di frutta pelata. Un primo, un secondo, un contorno sui 50 – 60 euro, e poi zacchete oltre al coperto il servizio del 12 per cento. Eh sì Venezia è bellissima, ma è cara carissima. Scatta una sigla di un tg: caro petrolio, vicini ai 100 dollari al barile. Uguale a Venezia, cari carissimi, entrambi da morire e destinati a morire. A scomparire. Strano destino comune. Sembra quasi che sia il petrolio, dicono gli esperti destinato a finire entro 60 o 100 anni, sia Venezia che in molti ritengono perennemente a rischio scomparsa, tra aumenti di livelli di mare e bradisismi vari, si vogliano vendicare di questa loro caducità, di questo loro destino cinico e baro facendosi pagare al massimo. Salvo poi scoprire che forse avranno ancora lunga vita tutti e due. Venezia è stra piena. Cartelli della Biennale d’arte invitano ad una visita della sostanza della mente. Ma i titoli dei giornali riportano a problemi ben più umani e quotidiani: il sindaco Cacciari è contro i croupier del Casinò di Venezia che scioperano perché vogliono indennità ed aumenti. “E’ immorale sedersi al tavolo per parlare di aumenti a personale che prende il doppio di un professore universitario con trent’anni di carriera”, si sfoga il sindaco filosofo Massimo Cacciari. Leggo 139 mila euro l’anno per un croupier ispettore di sala. Cà Vendramin è chiusa, una bella sera, ma portoni chiusi, niente casinò, protestano i dipendenti più pagati della città. Ma loro lamentano: arrivano nuovi giochi e noi dobbiamo essere flessibili. Il Casinò sarebbe addirittura in perdita, altre case da gioco concorrono con quella della laguna. Oltre l’Adriatico. Cade anche un masso da Palazzo Ducale, restauri fatti male, dicono. Colonne alate davanti alla Basilica con impalcature e lavori anche al Campanile di San Marco, sarebbe inespugnabile anche per i più agguerriti leghisti, ora come ora. Strano, ci sono sempre meno piccioni, tutta una testa di turisti. Tre soli i venditori di grano per volatili. Non fanno businnes. Gli alberghi a quattro stelle vendono le ultime stanze a 350 euro a notte, e se capiti di sabato c’è il supplemento fine settimana, 20 euro, così impari a pensare ad un we week end a Venezia. Meglio di lunedì e giovedì. A tre stelle puoi trovare anche a 250 euro, ma lo scarto è evidente. Addio comò e comodini veneziani, ti aspetta del compensato. Spicca in Lista di Spagna una “cicchetteria”, targa nuova, avevamo visto osterie, fiaschetterie, vinerie, ma questa della cicchetteria è bella: bevi paghi l’ombra e mangi qualcosa, il conto è salato come in trattoria, comunque. Uno spuntino 15 euro. Balza agli occhi un unico cartello in Canareggio: menù fisso 11 euro. Si prova: zuppa di fagioli o spaghetti, seppie o baccalà o fegato, contorno. Non è male. Infatti c’è la ressa. Ma c’è ressa anche in quello in fondo da 20 euro a piatto. Certo qui l’operaio o impiegato a mille euro al mese non ci starebbe dentro. E il mio collega sbotta. “Per forza i croupier chiedono l’aumento, come fanno senno’ a vivere a Venezia?”. Ah, ti scappa la pipì: bagno pubblico, un euro. Forse la spesa più equa, costi benefici.
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Fabrizio Binacchi
Venezia e petrolio carissimi da morire
Sembra quasi che sia il petrolio, dicono gli esperti destinato a finire entro 60 o 100 anni, sia Venezia che in molti ritengono perennemente a rischio scomparsa, si vogliano vendicare di questa loro caducità, di questo loro destino cinico e baro facendosi pagare al massimo. di Fabrizio Binacchi

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