La giovane segretaria di un produttore cinematografico, Valeria Tramonti (Micaela Ramazzotti) vive sullo stesso pianerottolo di Amalia Roberti, sua madre donna eccentrica, nevrotica e dal passato piuttosto misterioso (Laura Morante). Questa modesta collaboratrice del produttore, in incognito, scrive sceneggiature di successo che poi rivende al dottor Alessando Pes (Alessandro Gassmann) di cui è innamorata e che ha perduto la vena da una decina di anni.
Un giorno la segretaria incontra al mercato un personaggio misterioso e dal comportamento un po’ ambiguo, è Alberto Rak (Renato Carpentieri), investigatore di grande esperienza e di provata professionalità, adesso è in pensione ma non ha certo deposto le armi dell’ indagine. Il vecchio le regala i dettagli di un fatto di cronaca piuttosto noti buoni per la trama di un film di sicuro successo, ma che ancora una volta, la sceneggiatrice non potrà firmare.
Quel plot esplosivo sarà pure destinato al successo nelle sale, ma è altamente pericoloso; “la storia senza nome” racconta, infatti, il misterioso furto avvenuto a Palermo nel 1969, di una famosa opera caravaggesca: la Natività. Il furto aveva fatto scalpore anche perché il mafioso Brusca aveva asserito che il quadro era finito in pasto ai maiali. L’investigatore sostiene, invece, che il quadro esista ancora e che la mafia sia in trattative con lo Stato per riconsegnarlo dietro un lauto riscatto milionario. Il governo ormai in procinto di cadere vuole a tutti i costi che la trattativa vada in porto.
Partendo quindi dallo stretto rapporto tra mafia e politica, niente è quello che sembra e Andò, che ama chi fa bene cinema e scrive bene per il cinema costella il suo film di omaggi e chiari riferimenti alla “storia” del cinema, dal manifesto del film nel film di Skolimowski, alle ombre proiettate e ingigantite da una lampada
Per la ghost writer Valeria sarà l’inizio di un interminabile vortice di vicende rocambolesche, tanto per gradire il nuovo socio del produttore è un avvocato affiliato alla mafia, si tratta di Diego Spadafora (Gaetano Bruno) che la sceneggiatura dello stesso Andò e Angelo Pasquini in collaborazione con Giacomo Bendotti vuole, incomprensibilmente, balbuziente tanto da farne una ridicola macchietta.
Ma se Valeria si trova nei guai cosa succede a colui che nei fatti ha firmato lo script? Risposta esatta, è preso di mira dalla mafia che vuole sapere come Pes sia giunto a quelle notizie: le conseguenze non saranno indolori per il presunto sceneggiatore.
Un film godibile in un susseguirsi di colpi di scena, peraltro prevedibili, dove si ironizza sull’impreparazione del Governo italiano, su quanto la mafia la faccia da padrona in questo paese, sulla inadeguatezza del governo. Basterebbe solo il Ministro della cultura (Renato Scarpa) che senza l’aiuto di Amalia non saprebbe togliere un ragno dal buco.
Il regista ingaggiato dalla produzione rimane intrigato da questa sceneggiatura che procede per gradi è Jerzy Kunze che altri non è che Jerzy Skolimowski, infatti il film si farà e avrà anche successo.
A proposito, forse i non addetti non se ne accorgeranno ma il dottor Pes, interrogato pesantemente dai mafiosi su quello che non può sapere, risponde con citazioni da film, in ultimo cita anche il padre Vittorio ne LA GRANDE GUERRA diretto da Monicelli:“ mi te disi propi un bel nient”. Al padre la risposta comporta la fucilazione, al figlio solo una degenza in ospedale per coma, ma si sa: Vittorio era più grande!
Il film è nei cinema dal 20 settembre. Se ne raccomanda la visione.
Maria Rita Monaco

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