Con ironia e sarcasmo Polanski confeziona una commedia che indaga sulla seduzione e scombina i ruoli.

Teatro nel teatro, una pièce si deve realizzare mentre sul palco ci sono ancora alcune delle scene di uno spettacolo le cui rappresentazioni sono terminate, un musical ispirato al film “Ombre rosse”
All’ottantenne Roman Polanski, che non abbiamo problemi a definire ‘maestro’, dopo il successo di “Carnage”, passato a Venezia due anni fa, basato su una pièce teatrale e interpretato da solo quattro attori, non restava che sfidare se stesso e lo ha fatto a Cannes presentando “Venere in pelliccia” basato ancora una volta su una pièce teatrale, tratta a sua volta dal romanzo omonimo di Leopold von Sacher Masoch
dove, in perfetta unità di tempo e luogo, il regista inserisce all’interno di un teatro due soli attori in un continuo cambio di ruoli.
Sembra di assistere ad un gioco di specchi. L’immagine di Thomas (Mathieu Almaric) rimanda a quella dello stesso Polanski (cui Almaric somiglia anche fisicamente), il teatro diventa cinema e viceversa, lo specchio riflette ancora l’attrice che diventa regista, l’uomo che diventa donna, la vittima che diventa carnefice mentre lo spettatore non sa più dove finisce la realtà e dove comincia la finzione. Cambiano di continuo i detentori del potere: quando ci si convince che sia Thomas ad avere le redini del gioco ecco che Vanda prende il sopravvento, il tutto sotto l’occhio attento dell’onnipresente Polanski.
Nonostante lo spazio angusto, tutto compreso tra il palco e le prime file della sala teatrale, reso ancora più ristretto dalla fotografia spesso buia di Pawel Edelman, da anni collaboratore fisso del regista, lo spettatore non si accorge che la rappresentazione dura novanta minuti; non c’è tempo di annoiarsi perché i continui cambi di ruolo sorprendono piacevolmente mentre le zone poco illuminate del palco hanno lo scopo di far pensare allo spettatore cosa potrebbe nascondersi nell’ombra.
L’attrice cha arriva in ritardo al provino, una splendida Emmanuelle Seigner musa del regista nella vita e sulla scena, non ha solo lo stesso nome della protagonista del lavoro che dovrebbe essere rappresentato ma è una perfetta Vanda che saprà trasformarsi ad ogni battuta che interpreta, commenta, rifiuta, a partire dalla frase “E l’Onnipotente lo colpì e lo consegnò nelle mani di una donna” che è anche quella che introduce il testo di Sacher Masoch.
E’ il sottile gioco della seduzione il perno del lavoro di David Ives, che ha scritto con Polanski la sceneggiatura del film. Si indaga non tanto sul masochismo ma sull’anima, sui ruoli che uomo e donna interpretano su quell’immenso palcoscenico che è la nostra vita di tutti i giorni.
Vanda si trasforma ad ogni battuta che interpreta fino alla scena finale in cui, quale baccante, balla nuda la sua danza crudele davanti ad un Thomas ormai soggiogato, legato ad un cactus, chiaro simbolo fallico, resto della scenografia del musical “Ombre rosse” , mentre Polanski firma un altro gioiello di rara bravura regalandoci una commedia intessuta tra ironia e sarcasmo.

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