Vendola premier di una domenica di mezza estate. Il governatore della Puglia lancia la sfida, davanti alla platea degli “operai” delle “fabbriche” vendoliane (operai e fabbriche intesi in senso strettamente metaforico, giusto per ricordarsi che si viene da lontano), per guidare l’Italia. E questa volta, si dice sicuro, non ci saranno Boccia di sorta. Anzi, prima di affrontare Berlusconi, o lo sfidante dei sogni Gianfranco Fini, Vendola promette di sparigliare i giochi nel centro-sinistra. E c’è da credere che abbia davvero in mente di farlo, ragione valida per fare una riflessione e qualcosa di più sul sogno di Nichi.
In pochi anni Vendola ha sparigliato (o se preferite sfasciato) Rifondazione Comunista, sulla scorta di una sconfitta elettorale e di una profonda revisione culturale iniziata, ma mai terminata del tutto nella pratica politica, da Fausto Bertinotti. Ha cavalcato l’ircocervo di Sinistra e Libertà, strana e per certi versi affascinante coalizione, fino alla sconfitta delle Europee del 2009. Poi ne ha fatto un movimento politico, poco prima di creare, in vista della sua corsa per la conferma alla guida della Puglia, le fabbriche di Nichi. Che alla fine sono diventate un movimento nazionale e il palco dal quale Vendola si lancia verso nuovi orizzonti. Sinistra e Libertà, che nel frattempo aveva perso verdi e socialisti, si era scoperta ecologista e con un consenso molto debole al nord, va sostanzialmente in soffitta.
Così mentre Di Pietro promette di levare dal marchio dell’Idv il suo nome, Vendola scende in campo con una formula ibrida tra lo spot di Silvio nel 1994 e il Lingotto di Veltroni: personale. Ma di sinistra. E non vi stupite se mette insieme Falcone, Borsellino e Carlo Giuliani, accostamento avventuroso e impertinente: quello che conta è l’applauso di un pezzo di popolo di sinistra che ha perso i vecchi riferimenti per nutrirsi di nuove suggestioni. Dal materialismo scientifico al sogno utile. Che in quanto sogno esce dai programmi elettorali per tuffarsi in metafisiche a buon mercato e in energie eoliche avveniristiche. Marketing e ambizione direbbero i maligni, ma che c’entra: quello è il mercato. Che a Vendola potrebbe strizzare l’occhio, almeno nella totale assenza di alternative a sinista.
Reagisce infatti il Pd, dalla destra interna alla sinistra si dicono scettici, storcono il naso. Follini spiega che il Pd con quella sinistra ha chiuso, anche se non spiega come mai nelle regioni in cui governa abbia fatto giunte congiunte meno di quattro mesi fa. La Serracchiani si lancia in metafore sportive e ci spiega che la sfida di Vendola al Pd è come una partita di tennis con le racchette e senza palline. Lei, che è passata dalla critica all’establishment, non può non sapere che mancano anche la rete, le righe del campo e, quel che è peggio, gli spettatori.
Perchè la candidatura di Vendola, per quanto possa essere confinata nello spazio della canicola estiva, non è estemporanea. E mette a nudo non tanto che Vendola non è, allo stato, una candidatura vincente, ma la debolezza del Pd. Dovevano reinventare la sinistra: tra inversioni, campi di marcia, immobilismi si sono ritrovati invece in mezzo a un guado. A un guado che assomiglia a un pantano dove sopravvivere senza affogare è già un obiettivo. Serve un colpo di reni per invertire la tendenza e chissà che il dibattito generato dalla candidatura di Vendola non possa in parte rivelarsi tale. Devono dirci chi sono e che cosa vogliono per il Paese. E su questo devono costruire una candidatura che convinca gli elettori. Che l’estate porti, se non un candidato (ma siamo certi che si voterà prima del tempo?) almeno un programma.
Tomaso Greco www.leragioni.it

Nel desertificato campo del centrosinistra burocratico, elefantiaco, senza idee, nè ideali, una buona mediazione con un valore aggiunto di carisma ed esperienza gestionale amministrativa, Vendola sarebbe l’unico a tener testa a Berlusconi dopo la duplice vittoria di Prodi.
Il 2011 sarebbe l’anno giusto, a marzo si sciolgano le camere.