
Il parallelo tra Roberto Vannacci e Nigel Farage è diventato una scorciatoia comoda nel dibattito politico italiano. Comoda, ma profondamente fuorviante. Non perché manchino somiglianze nello stile comunicativo o nel repertorio retorico – anzi, Vannacci può anche ripetere a memoria il libretto d’opera del populismo anglosassone – ma perché il contesto politico, istituzionale e sociale in cui i due agiscono è radicalmente diverso.
Ed è il contesto, non la retorica, a determinare traiettorie ed esiti politici.
Nigel Farage è il prodotto di una crisi strutturale del sistema politico britannico. Reform UK non nasce nel vuoto: cresce sulle ceneri di un Partito Conservatore che, negli ultimi quindici anni, si è progressivamente spostato verso posizioni che in Italia definiremmo senza esitazioni di sinistra, quando non apertamente social-liberali. Su molti dossier – welfare, ambiente, diritti civili, spesa pubblica – i Tory sono risultati infinitamente più moderati, e spesso apertamente di sinistra, rispetto a Fratelli d’Italia.

Questo spostamento ha aperto un buco a destra. Ma non solo. Parallelamente, il collasso di credibilità dei Labour ha prodotto un vuoto anche a sinistra, soprattutto sul piano economico e sociale. In questo doppio spazio si è inserita una forza anomala: populista nei valori, statalista sull’economia, capace di intercettare consenso trasversale in un Paese stremato dalla stagnazione e dalla crisi di rappresentanza. Il tutto in un sistema maggioritario uninominale, dove il voto utile è una variabile decisiva e dove, quando un partito tradizionale implode, l’effetto è immediato e dirompente. Non ci sono reti di protezione proporzionali, non c’è frammentazione come valvola di sfogo: o vinci, o sparisci. Nulla di tutto questo è replicabile in Italia.
.
Il nostro è un Paese in cui la destra è strutturalmente forte, radicata, plurale. E in cui la sinistra, lungi dall’essere collassata, è spesso radicale, ideologicamente coesa e iper-rappresentata nel discorso pubblico, anche quando perde sul piano elettorale. È un sistema saturo, non svuotato.
In questo quadro, partiti personali, movimenti identitari o formazioni “di rottura” a destra ne abbiamo visti decine negli ultimi trent’anni. Quasi tutti hanno avuto la stessa parabola: grande attenzione mediatica iniziale, consenso volatile, rapido assorbimento o marginalizzazione. Non per complotti, ma per una ragione strutturale: lo spazio politico è già occupato.
C’è poi un altro elemento spesso sottovalutato. Le comunità politiche di destra in Italia sono tradizionalmente scettiche, diffidenti verso operazioni percepite come estemporanee o eccessivamente personalistiche. Non basta la radicalità verbale, non basta la postura “anti-sistema”, soprattutto quando il sistema è già governato dalla destra.
Questo non significa che Vannacci sia destinato all’irrilevanza. Al contrario: può fare bene, può intercettare una domanda reale di rappresentanza, può incidere sul dibattito culturale e persino elettorale. Ma se accadrà, non sarà una replica del caso Farage.
Sarà un’altra storia, con una traiettoria diversa e un esito diverso, perché diversi sono i vuoti – o, più spesso, le saturazioni – del sistema italiano. Confondere i copioni con i palcoscenici è l’errore più comune dell’analisi politica superficiale. Ed è un errore che, oggi più che mai, andrebbe evitato.
Luca Rampazzo

Lascia un commento