
Vannacci non è un incidente della politica recente. È un sintomo. E come tutti i sintomi fastidiosi, racconta più del contesto che della persona. La sua figura sembra quasi “in anticipo” rispetto a un Parlamento che negli anni ha mostrato lassismo, approssimazione e, spesso, una preparazione poco credibile. In mezzo a questo panorama sfilacciato, uno così emerge non perché sia automaticamente la risposta giusta, ma perché il terreno intorno è diventato friabile.
Il tema non è stabilire chi abbia ragione o torto su ogni uscita. Il tema è che contenuti spesso poco pragmatici e con una visione corta su come funziona un mondo globalizzato trovano spazio perché manca altro. Quando la politica smette di pensare in grande, quando evita la complessità e si rifugia nello slogan, chi parla in modo diretto, perentorio, quasi “di comando”, viene percepito come qualcuno che almeno si prende la responsabilità di dire qualcosa.
Capiamoci; la chiarezza non è automaticamente profondità. Il tono deciso non è, da solo, una strategia. Oggi le decisioni nazionali sono legate a catene economiche, geopolitiche e culturali enormi, spesso invisibili finché non ti esplodono in mano. In questo scenario, ridurre tutto a identità, appartenenze e semplificazioni muscolari rischia di produrre politiche inefficaci e, nei casi peggiori, autolesioniste. Non perché “forti”, ma perché corte di respiro.
Eppure “it works” direbbero gli inglesi. Funziona anche perché esiste un fattore che in Italia pesa come un macigno: l’analfabetismo funzionale. L’italiano medio, bombardato da frasi semplici e reazioni istintive, spesso non ha strumenti o voglia di distinguere tra una postura e un progetto, tra un tono e una visione. Così, chi ha un atteggiamento rigoroso e deciso sembra subito più solido. Chi divide sembra più lucido. Chi semplifica sembra più competente. È una dinamica vecchia, quasi scolastica, ma torna ogni volta che la politica smette di costruire e si limita a gestire se stessa.
E infatti non c’è nulla di misterioso in questa attrazione. Se una legione brancaleoniana come il M5S, quando si presentò nel 2013, riuscì a portarsi a casa una valanga di seggi, arrivando in Parlamento con la mitologia delle scatolette di tonno, allora è difficile fingere sorpresa davanti all’idea che un Generale possa raccogliere voti a sufficienza per conquistarsi un suo spazio tra gli scranni. Anche perché, diciamolo, quelle scatolette non le hanno solo “aperte”: alla fine se le sono mangiate pure loro, comodamente seduti insieme agli altri accoliti del palazzo, con la stessa fame e lo stesso adattamento rapido alla poltrona che avevano giurato di combattere.
Vannacci, in questo senso, non è “l’uomo nuovo”. È lo specchio di un sistema stanco. Un sistema che ha rinunciato a formare classi dirigenti capaci di stare dentro un mondo complesso e poi si stupisce se emergono figure che parlano come se la globalizzazione fosse una scelta di gusto, e non un dato di realtà.
La domanda vera, allora, non è perché trovi consenso. La domanda è perché così pochi, attorno a lui, riescano a offrire un’alternativa credibile, concreta, adulta. Finché quella risposta resterà debole, personaggi del genere continueranno a sembrare riferimenti: non per la qualità della visione, ma perché il resto spesso appare ancora meno all’altezza.
Piero Terracina

Vannacci, piaccia o non piaccia, è un Generale e quindi un Servitore dello Stato, con una carriera alle spalle.
Calenda è un attore mancato.
Un peccato non abbia continuato quella carriera. Probabilmente avrebbe anche avuto successo e sarebbe anche risultato più simpatico e utile alla comunità, senza gravare sui costi della collettività.