Una domenica sono entrato alla mostra “Van Gogh Alive”, nella chiesa sconsacrata di Santo Stefano al Ponte – a due passi dal Ponte Vecchio -, e ne sono uscito ancora in credito di quelle emozioni che essa aveva promesso e che non mi avevano neppure sfiorato. Dove si erano perdute? Forse nelle angustie di una coda durata un’ora e venti minuti oppure nell’ammucchiata di gente che pareva dover entrare al luna park? Nella percezione di un’iniziativa tutta giocata a fare cassa che ti fa sentire l’ennesimo pollo spennato o nella inopportuna promiscuità tra l’inizio del percorso (si fa per dire) ‘espositivo’ e le frequentatissime toilettes? No, a ben riflettere nulla di tutto questo – per quanto già significativo – avrebbe potuto irretire il mio patrimonio emotivo, normalmente pronto ad accogliere sollecitazioni anche le più diverse e impensate. Cos’era dunque successo? Avevo, semplicemente, metabolizzato un evento insignificante, di nessuno spessore.
Essendo la nostra una civiltà imperniata sull’imperversare di comunicazione e tecnologie, “Van Gogh Alive” (nel logo detta altrimenti “the experience”) ci conferma che anche l’arte può essere ridotta ad una poltiglia luccicante buona ad avvicinare – come si dice – grandi masse di visitatori. Senonché, a cosa vengono avvicinate orde su orde… piuttosto disordinate di visitatori? Quale differenza passa tra l’essere dinanzi ad una tela ‘in carne ed ossa’ di un grande pittore ed entrare in un immenso spazio buio, un ambiente multi-screen ove girano centinaia di immagini una dietro l’altra, con luci e suoni a scandire suggestioni e rapimenti? Donde nasce la magia dell’arte, dalla tecnologia o dalla creatività umana?
“Van Gogh Alive” non è quel “nuovo modo di vivere e conoscere l’arte” che gli organizzatori pretendono che sia. Nell’approccio immediato all’opera d’arte l’individuo può scegliere di essere ‘attivo’, il movimento promana da lui (con la sua percezione, cultura e sensibilità) verso l’opera (che non parla, non suona, è inerte), mentre in questa ‘avventura’ multisensoriale è l’arte, in un certo senso, che si mette in moto e gli va incontro, o addosso, onde avvolgerlo. Con il particolare – davvero non banale – che nel primo caso si realizza una forma, inevitabilmente parziale e soggettiva quanto si vuole, di conoscenza di un manufatto d’arte; nel secondo si attua piuttosto una specie di sortilegio, uno stordimento del visitatore, il quale è relegato ad un atteggiamento per lo più passivo, orlato di qualche stupore ma senza elaborazione.
E’ anzitutto la presunzione o comunque il cattivo gusto di chiamare tutto questo ‘approccio’ o ‘avvicinamento all’arte’ che aveva seccato in me ogni possibile sussulto, ispirandomi al contrario un certo disappunto.
Vana e colpevole pretesa è quella di trasformare l’esperienza estetica per addomesticarla al calpestìo delle masse. Potrà in tal modo compiersi un’impresa di successo, del tutto legittima; non si potrà, tuttavia, chiamarla evento d’arte solo perché le immagini rimandano ai quadri e alle parole di un grande artista.
Per quanto ne so, non è l’arte che si deve piegare all’uomo, bensì l’uomo che ha l’opportunità di elevarsi, nello sforzo di comprendere il linguaggio e il significato dell’arte.
Dunque, con il dovuto rispetto, “Van Gogh Alive” sta all’arte come l’omogeneizzato sta alla carne. D’altronde, se Vincent Van Gogh ebbe a scrivere: “Faccio sempre ciò che non sono capace di fare per imparare come farlo”, l’idea stessa di “Van Gogh Alive” lo smentisce, poiché chiama le persone a fare ciò che già fanno ogni giorno, se è vero – come è vero – che passano il loro maggior tempo davanti a schermi di pc, tablet, telefonini e apparecchi tv.
Per tutto questo riterrei appropriato chiamare “Van Gogh Alive” non già “the experience”, bensì “the non-experience”.




Un po’ di clemenza e anche di realismo, Signor Latella: la nostra lingua – se ne è certamente accorto – è già, usando una sua espressione, “inquinata” da parole straniere – molte provenienti dall’inglese e dal francese, per esempio. Qui, peraltro, alcuni vocaboli come “alive” e “experience” appartengono all’intestazione stessa dell’iniziativa. In più ho utilizzato “screen” e “toilette”. Non amo il ricorso massivo ad anglicismi ma prima di tutto detesto il nazionalismo e, con esso, ogni autarchia. Sono per il libero mercato, anche nella lingua.
per cortesia, al di là del suo interessante articolo,cerchi di scrivere in italiano oppure tutto in inglese cercando possibilmente di non inquinare la nostra lingua che credo sia anche la sua. Grazie