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USCIRE DALLA MALEDIZIONE. L’ISLAM TRA CIVILTÀ E BARBARIE

Il libro di Abdelwahab Meddeb

di Redazione Pensalibero.it | 4 Luglio 2011

L’Islam è malato, afflitto da un cancro interno che lo sta divorando e portando lentamente all’autodistruzione. A dirlo non sono i commentatori “occidentali” che si limitano ad analizzare le conseguenze tragiche delle azioni criminali compiute in nome di Allah, ma la voce accorata di chi conosce bene il Corano e la storia del pensiero islamico, e sa riconoscerne le distorsioni.
Dal suo punto di osservazione privilegiato (“la doppia genealogia che mi costituisce, che è occidentale-orientale, europea-islamica”) Abdelwahab Meddeb invita l’Islam a una profonda autoanalisi per uscire dalla spirale d’odio che ne ha arrestato l’evoluzione e riscoprire la sua vocazione originaria di agente di civiltà e benessere universale.
Leggendo i suoi interventi si ha la sensazione che il tanto auspicato incontro di civiltà è già in atto, in lui come in altri intellettuali musulmani cresciuti nel segno di un forte legame sia con la tradizione islamica che con il pensiero critico europeo, e per questa ragione in grado di identificare con chiarezza i limiti e i punti di forza di entrambe le culture.
La metafora della malattia scelta efficacemente dallo scrittore tunisino per descrivere la situazione del mondo islamico contemporaneo, prevede però anche una strada per la guarigione. E la cura è nascosta nello stesso male, proprio nelle pagine di quel Corano innalzato a valore assoluto per diffondere odio e morte, che invece nella sua tradizione più antica e più pura ammette una pluralità di interpretazioni, contempla il perdono come atto di forza superiore che purifica un’offesa ricevuta, e rifiuta la condanna per l’apostata.
Come scrive Meddeb “L’Islam custodisce nella sua memoria gli elementi che possono assicurare la mutazione e fornirgli le chiavi per aprire le porte di un secolo che si affaccia sull’orizzonte cosmopolita”: basta attingere a quella tradizione islamica, a un tempo greca e cristiana, che già nel Medioevo smussava certe asprezze coraniche aprendo alla discussione esegetica.
Il cambiamento è una necessità urgente e irrinunciabile. In un mondo in cui i discorsi, e con loro le immagini, circolano veloci e abbattono i confini nazionali, è impensabile rifiutare un confronto dialogico con l’altro. La ricerca dello scontro violento a tutti i costi non fa che alimentare il pregiudizio della debolezza teologica di un Islam cieco e violento fedele a un Dio dell’orrore e del male. Per affrontare adeguatamente la sfida della modernità l’Islam deve intraprendere un processo storico di investigazione critica che possa portarlo a prendere le distanze da “coloro che ne fanno un’entità bestiale e detestabile” affinché possa essere identificato con ciò che per l’autore è realmente: “una configurazione intelligente e amabile”.
Questo significa incoraggiare l’emergenza di dottori musulmani di nuovo corso capaci di proporre una moderna esegesi del testo sacro, vale a dire distinguere la parte sacra e immutabile del Corano dalle forzature ideologiche dettate da congiunture storiche ormai superate. Solo così, rivolgendo contro i seminatori di odio la loro stesse arma, la parola divina, l’Islam potrà uscire dal “terreno di maledizione” evocato da Empedocle, in cui prosperano i demoni e cresce la violenza che moltiplica le ferite.
Meddeb, con precisi riferimenti ai grandi filosofi islamici del passato, suggerisce le tappe di questo percorso: la separazione tra politica e religione (già espressa nel Medioevo da Ibn Khaldun e Mawardi) tra l’assoluto, caratteristica propria soltanto del divino, e l’imperfetta e transeunte fattualità delle cose umane che impone un continuo adattamento alle esigenze del momento; il deciso rifiuto di un certo “fascismo islamista” che proclama, a torto, di agire in nome di Dio; e infine il rapporto con l’alterità, le donne e lo straniero, ripensato nel segno di un reciproco arricchimento lungo il cammino di ricerca della verità.
Con questo libro Meddeb non intende parlare soltanto al mondo mussulmano ma raccontare anche agli “altri” un Islam diverso degli stereotipi offerti dalla cronaca. Un Islam complesso e variegato, capace di combattere il demone della discordia con il lume della ragione.

DALL’INTRODUZIONE: Questo libro vuole essere “trattato di guarigione” per un Islam malato. Rende attuale la metafora di Avicenna, scelta come titolo del suo Qitâb Ash-Shifâ1, “Libro della guarigione”, che il filosofo consacra al suo sistema dove fisica e metafisica sono negate ma del quale il titolo suona “medico”. Conviene tuttavia precisare che la parola Shifâ, impiegata da quel saggio, deriva dal verbo shfâ, che vuole dire tanto guarire qualcuno da una malattia quanto liberarlo da una sete inestinguibile. Si tratta in effetti di organizzare un sapere per una diffusione destinata sia a disalterare e sia a guarire. E se c’è medicina, diagnostica che identifica la malattia, prescrizione che mira a ristabilire la salute, sete da calmare, la cosa riguarda non tanto il corpo quanto lo spirito e l’anima. Tuttavia, la salute (najât) dell&r squo;anima e dello spirito cresce con la salute del corpo. L’obiettivo del filosofo e quello del medico si ricongiungono. E quando ci pieghiamo al capezzale dell’Islam malato, non perdiamo di vista che farmacia e parola vanno insieme e convergono verso lo stesso disegno curativo. Questo consiste nel ricordare al moribondo che ha diritto di uscire dalla maledizione, di curare la sua malattia, di neutralizzare la malignità del male che l’ha colpito, di allontanarsi dal processo di desertificazione che lo sprofonda nella barbarie.
Deve attivare la propria volontà, se vuole ritrovare salute e benessere, deve estinguere la sete e riconoscerne la soddisfazione per ritornare ad essere agente di civiltà.
Il tempo della guarigione è venuto.

Pubblicato in : Cultura ed eventi

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