
Ancora una volta sugli Stati Uniti incombe l’ombra dello shutdown, la chiusura delle attività governative non essenziali, a causa di uno stallo politico al Congresso. Un incontro dell’ultim’ora tra il presidente Donald Trump e i leader democratici al Congresso non ha prodotto grandi progressi. Anzi, le distanze tra le parti si sono ampliate dopo che Trump ha pubblicato un video creato con l’intelligenza artificiale che prende in giro la leadership democratica. Il video mostrava il leader della minoranza alla Camera Hakeem Jeffries con un sombrero e baffi finti, e Chuck Schumer – suo omologo a senato – che affermava con voce artificiale che i migranti irregolari dovrebbero avere accesso all’assistenza sanitaria gratuita. L’attuale bilancio federale scade oggi. Per evitare la paralisi il Congresso potrebbe approvare una misura temporanea, che proroghi alcuni finanziamenti per un periodo limitato. Ma le regole sono diverse nei due rami: alla Camera basta la maggioranza semplice, mentre al Senato servono 60 voti su 100, sette in più di quanti ne disponga il GOP. Ciò rende indispensabile l’appoggio dei democratici, che in cambio chiedono la proroga dei sussidi dell’Affordable Care Act (Obamacare), in scadenza a fine anno. I repubblicani rifiutano, accusando i rivali di voler garantire miliardi di dollari in sussidi sanitari agli immigrati senza documenti. Se non verrà trovato un compromesso entro la mezzanotte, gli Stati Uniti entreranno in una nuova fase di incertezza politica e di gravi conseguenze economiche, con il rischio di alimentare ulteriormente la sfiducia degli americani verso le istituzioni.

Chi pagherà il prezzo politico dello stallo?
Ad agitare lo spettro della paralisi è stato anche il vicepresidente JD Vance, che ha accusato i democratici di “puntare una pistola alla testa del popolo americano”. Intanto l’ufficio bilancio della Casa Bianca ha avvertito che uno shutdown potrebbe provocare licenziamenti di massa e trasferire parte dell’autorità di spesa al ramo esecutivo. Dal fronte democratico, il senatore John Fetterman – unico ad aver votato a favore di un piano repubblicano in una precedente votazione fallita – ha espresso preoccupazione per i milioni di persone che potrebbero essere colpite: “State correndo il rischio di far sprofondare la nostra nazione nel caos. Milioni di vite saranno sconvolte. Che tipo di messaggio trasmette questo al nostro Paese, ai nostri alleati e ai nostri nemici?”. Dopo mesi di assedio e richieste da parte degli elettori di attaccare più duramente il governo, i Dem sembrano vedere finalmente l’opportunità di soddisfare la loro base popolare. Ma se lo shutdown dovesse concretizzarsi non è detto che ne trarrebbero vantaggio. Secondo alcuni analisti gli elettori potrebbero addossare la colpa ai democratici, più che ai repubblicani, per aver rifiutato un accordo senza provare a negoziare condizioni migliori.
Cos’è lo shutdown?
Lo shutdown significa, in concreto, il congelamento del 27% della spesa pubblica federale. Senza l’approvazione dei fondi che servono a finanziare parte dei servizi governativi, infatti, si rischia il blocco parziale di agenzie federali e dipartimenti (come ad esempio quello della Difesa), ma anche musei, parchi pubblici e servizi di assistenza ai più fragili. In mancanza di un accordo inoltre, il Congresso è costretto a navigare a vista approvando solo i rifinanziamenti che presentino gli stessi livelli di spesa dell’anno precedente. Non è un problema nuovo, ma si verifica sempre più di frequente. E nel corso degli anni non sempre il governo è riuscito a scongiurarlo: basti pensare che dal 1975 ad oggi si sono verificati 20 shutdown, il più lungo dei quali, durante la presidenza Trump, è durato 34 giorni. Sebbene la battaglia riguardasse la spesa per il muro al confine tra Stati Uniti e Messico, proposto dal presidente, si concluse perché i controllori del traffico aereo federali, che lavoravano senza stipendio, iniziarono a rimanere a casa, minacciando di creare gravi disagi al traffico aereo statunitense. Situazioni simili, infatti, possono essere imprevedibili. E mentre entrambe le parti sembrano determinate di andare allo scontro, non si sa quando o come finirà questa battaglia i cui effetti non si fermano ai servizi e ai consumi. I mercati finanziari sono in agitazione e si rischia un aumento dei tassi di interesse sui titoli di Stato, considerati più rischiosi, e questo aggraverebbe i timori di un default entro la fine del 2025.
Una prova di forza?
Nonostante il rischio di shutdown si ripresenti ormai puntuale ogni anno, sintomo della crescente polarizzazione politica negli Usa, quest’anno lo scontro tra il presidente Donald Trump e i democratici del Congresso avviene sullo sfondo del tentativo più aggressivo mai messo a segno da parte di un presidente di estendere il suo potere sull’intero sistema federale. Un tentativo che si sta intensificando a 13 mesi dalle elezioni di medio termine. Solo negli ultimi giorni, Trump ha ordinato l’invio di militari a Portland, in Oregon, per proteggere le operazioni di controllo dell’immigrazione, dichiarando che la città è “una zona di guerra” dopo che si erano verificate alcune proteste. Inoltre ha ottenuto che l’ex direttore dell’FBI James Comey – che Trump considera un nemico giurato – fosse incriminato dal Dipartimento di Giustizia. I prossimi giorni diranno se i democratici riusciranno a frenare questa escalation con l’ostruzionismo al Senato. Intanto, considerata la minaccia di Trump di licenziare sommariamente migliaia di dipendenti se i democratici se dovessero innescare uno shutdown, i giorni a venire saranno particolarmente angoscianti per coloro che saranno colpiti da un’amministrazione pronta a non fare sconti a nessuno.
Il commento
Di Gianluca Pastori, Senior Associate Research Fellow ISPI
“Oltre alle solite divisioni fra democratici e repubblicani (che non impediscono, comunque, vari voti ‘fuori schieramento’), nell’attuale dibattito sullo shutdown convergono i tanti mal di pancia del movimento MAGA. I tagli al big state e alle ‘spese improduttive’ (comprese quelle che hanno sostenuto a lungo il soft power americano) sono una tema popolare presso la base del movimento, ma sembrano essere passate in secondo piano dopo la crisi dei rapporti fra il Presidente ed Elon Musk. Il dibattito in corso al Congresso potrebbe essere l’occasione per rilanciare la questione se – come pare – l’Office of Management and Budget della Casa Bianca avrebbe prefigurato – in caso di sospensione dei servizi federali – la chiusura permanente di tutte le posizioni legate a programmi non in linea con le priorità presidenziali. Sarebbe una mossa dalle ricadute pesanti sia in termini politici, sia occupazionali, ma che – in una logica di ‘tanto peggio, tanto meglio’ – potrebbe ridare lustro a un’immagine di Donald Trump che negli ultimi tempi sembra essersi appannata, almeno agli occhi dei supporter più duri e puri”.
Alessia De Luca

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