
Cento giorni: tanto è bastato a Donald Trump per cambiare l’America e il mondo. La guerra di dazi contro alleati e avversari, i tentativi (finora vani) di porre fine alle guerre in Ucraina e a Gaza, le deportazioni degli immigrati, la battaglia contro le università, le decine di migliaia di licenziamenti e lo smantellamento di agenzie federali e programmi sull’inclusività e i diritti delle minoranze hanno trasformato – in poco più di tre mesi – il volto degli Stati Uniti e precipitato il resto del mondo in una nuova età dell’incertezza. Di sicuro, quella del Trump 2.0 è un’America mai vista prima. “Ho fatto quello che avevo promesso in campagna elettorale”, ha detto il presidente in una lunga intervista al Time, ma non tutti sembrano d’accordo. I suoi indici di gradimento negli Usa sono crollati e anche gli italiani non sembrano dargli molto più credito. Secondo il sondaggio ISPI realizzato da Ipsos nell’ambito dell’Osservatorio “ItaliaInsight – L’Italia nel mondo”, ben il 66% degli italiani ha un giudizio negativo. Il Trump bis è un disastro, secondo gli italiani, per il 58% dei quali, in questi 100 giorni, gli Stati Uniti “hanno perso credibilità” mentre per il 54% “non sono più una democrazia liberale”. Inaugurando la sua seconda presidenza, a gennaio, Trump aveva promesso di offrire agli americani una nuova “età dell’oro”. Appena 100 giorni dopo, però, sembra essere tornato il presidente impopolare e polarizzante che era stato per gran parte del suo primo mandato.

Squilibrio tra poteri?
Il secondo mandato di Trump è segnato da un’espansione senza precedenti dei poteri dell’esecutivo, esercitati per rispondere a emergenze spesso fittizie o semplicemente assunti per prassi. È una presidenza imperiale che governa a colpi di decreto: ben 139 finora. La Casa Bianca ha prima svuotato il ruolo del Congresso, assumendosi il controllo della spesa pubblica – prerogativa parlamentare – per poi ingaggiare uno scontro diretto senza precedenti con la magistratura sul terreno dell’immigrazione. Certo, ogni direttiva incostituzionale o presunta tale genera un ricorso, ma la giustizia procede con lentezza e nel frattempo il confine delle violazioni e dell’erosione democratica si sposta oltre. Quella a cui stiamo assistendo, osserva Mario Del Pero “costituisce una prima, importante torsione autoritaria e illiberale degli Usa di Donald Trump”. L’attuale amministrazione infatti, non solo ha trasgredito ordini della Corte suprema, ma ha favorito l’arresto di giudici ‘inadempienti’ da parte dell’FBI. Solo ieri un nuovo decreto esecutivo ha ordinato alle agenzie federali di impiegare “ogni risorsa a disposizione” contro le città santuario che si rifiutino di cooperare con le deportazioni di massa. E per i 100 giorni dall’insediamento le aiuole della Casa bianca sono state decorate con altrettanti manifesti di immigrati arrestati, e la specifica dei crimini che avevano commesso.
Un mondo diverso?
In politica estera, il cambio di passo non è stato meno drastico. In rapida successione appena poco dopo l’insediamento, il presidente ha minacciato di occupare la Groenlandia, prendere il controllo del Canale di Panama e annettere il Canada. Ha ribaltato le politiche della precedente amministrazione sull’Ucraina. E nel tentativo di rimodellare gli equilibri economici globali, come sottolinea l’economista Lucia Tajoli, “ha scatenato una guerra commerciale imponendo dazi che hanno fatto precipitare i mercati”, salvo poi fare una parziale marcia indietro. Nei confronti della Cina, la strategia di Trump è stata fortemente altalenante, con tentativi ripetuti di prendere le distanze e altri di riprendere contatto, ma come rileva Filippo Fasulo, “senza però riuscire più di tanto a ottenere concessioni da parte cinese”. Contrariamente alle aspettative, Trump non è intervenuto in maniera decisa sul dossier Nato, per cui bisognerà aspettare il vertice di giugno ma, osserva Antonio Missiroli, è indubbio che Washington non investirà più di tanto nell’Alleanza e richiederà agli europei di farsi sempre più carico della loro sicurezza e difesa.
Cosa aspettarsi?
Nonostante la presa sulle istituzioni appaia persino più salda di quanto non lo fosse nel corso del primo mandato, non è detto che Trump riuscirà a portare a termine il suo progetto di trasformazione degli Stati Uniti senza incontrare ostacoli. L’opposizione, inizialmente paralizzata dalla sconfitta elettorale e incapace di contrastare l’offensiva comunicativa dei repubblicani, sta dando segnali di risveglio. Il rifiuto dell’università di Harvard di accettare le pressioni del governo sulla propria gestione interna è uno dei segnali più visibili della resistenza ancora presente in una parte dell’America democratica, progressista e laica. Anche nei settori moderati dell’economia e della finanza cominciano a mostrarsi i primi scricchiolii. La guerra commerciale sta provocando un crollo della fiducia dei consumatori, oggi ai minimi da tre anni, e l’inflazione è in crescita. Anche alcuni esponenti repubblicani hanno iniziato a criticare le misure economiche dell’amministrazione, temendo di non essere rieletti. Non da ultimo, i sondaggi mostrano che un numero crescente di cittadini ha paura del proprio governo. L’indice di approvazione di Trump è sceso intorno a 40%, un dato inferiore a quello di qualsiasi altro presidente nello stesso periodo, negli ultimi 70 anni. Se è possibile, dunque, che questi primi cento giorni rappresentino l’apice del suo potere, non è detto che non segnino anche l’inizio del suo declino.
Il commento
Di Mario Del Pero, ISPI e Sciences Po
“Al meglio, quello cui stiamo assistendo è un tentativo di alterare in modo radicale gli equilibri tra i poteri. Al peggio, ed è la lettura probabilmente corretta, costituisce una prima, importante torsione autoritaria e illiberale degli Usa di Donald Trump. Infatti, nei primi 100 giorni della seconda presidenza Trump, il terzo potere – quello legislativo – è rimasto largamente ai margini. A dispetto delle maggioranze di cui i repubblicani dispongono nelle due Camere, Trump lo ha coinvolto poco o nulla. Perché la sua agenda legislativa è minima e si limita di fatto solo a una nuova serie di tagli alle tasse. E, soprattutto, perché si tratta di scelta politica e istituzionale, funzionale ad alterare i rapporti tra i diversi rami del Governo”. Continua a leggere.
Alessia De Luca

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