Consumi? Consumatori? Consumare? Le decisioni di chi governa hanno l’obiettivo di favorire i consumi. Si parla di far ripartire i consumi. I consumatori debbono acquistare, spendere, sperperare allegramente. Detti termini – tanto i sostantivi quanto il verbo – hanno ormai un ruolo di protagonisti. La politica ha perso così l’ennesima occasione per non cedere a tutta la volgarità di cui è capace, ovvero alla propria inettitudine a guardare alla sostanza delle cose e dei problemi, per risolverli veramente.
Il sostegno ai consumi, in tempi di recessione, è un must perché il denaro deve riprendere a circolare, tonificando l’economia. In questo ragionamento purtroppo il consumatore è costantemente e soltanto un ingranaggio di un più ampio e ben più importante processo di circolazione della ricchezza. E tutto si esaurisce qui. La costante evoluzione delle scienze economiche ha prodotto risultati e consapevolezze che la politica, nel suo marchiano semplicismo, nella riduttività, nella povertà che non sa fare a meno di esprimere, cancella e chiude in una logica chiusa, che non conosce alternative e non ammette deroghe.
Ma c’è un pericoloso equivoco, alla base di tutto. Forse è conseguenza anche di questo “equivoco” il fatto che la politica si limiti, almeno in Italia, a distribuire mance e rinunci al compito più importante, quello di determinare un nuovo sistema di regole – atteso che il sistema sociale e assistenziale è vecchio e ha oggettivamente fallito. Il Welfare, o almeno, questo Welfare non assicura protezione ai bisognosi, copre di tutele una schiera di fortunati, lasciando in braghe di tela molti altri. Alla classe politica costerebbe troppo l’esercizio autentico del proprio mestiere: uno scontro frontale con il ‘partito’ dei conservatori, che alligna tanto a (centro)destra quanto a (centro)sinistra ed è vivo, reattivo, feroce nella difesa delle proprie prerogative ed ha fortezze storiche nel sindacato e nell’apparato pubblico-amministrativo. Ed appare, complessivamente, invincibile. Per questo si tende al rinvio sine die delle riforme più importanti. In realtà, questo ‘partito’ sarebbe estremamente fragile: perché contraddittorio, perché marcatamente iniquo.
Ma, come dicevo, si può vedere la rinuncia della politica ad intaccare questo stato delle cose (anche) come il triste corollario della pretesa (ecco l’”equivoco”) che la felicità individuale sia rilasciata esclusivamente alla possibilità che hanno gli individui di procacciarsi beni e/o servizi e consumarli. Se tutto fosse riducibile a questo, mi domando: che differenza dovremmo instaurare tra un Paese e una animal farm? Amartya Sen ha spiegato con semplicità che cosa faccia di una nazione una realtà moderna ed avanzata e come la sfida della crescita e dello sviluppo passino per l’eliminazione dei vari tipi di illibertà e la promozione dei diritti di cittadinanza, del diritto di agire e operare costruendo ciascuno la vita che preferisce; inseguendo, ciascuno, la felicità che gli è più congeniale.
Non dovrebbe esserci posto per le mance in uno Stato moderno, perché le sue istituzioni e le sue norme dovrebbero essere preordinate all’unico fine di favorire la massima libertà possibile, e la dignità, degli individui.
Una rete, un sistema di istituzioni e di regole preordinate al sostegno dei bisognosi, strutturalmente capace di raggiungere chiunque nella necessità, incentivante comportamenti proattivi e ispirata ad un criterio di sussidiarietà orizzontale tendenzialmente rigido (il privato gestisce, il pubblico controlla) trasformerebbe l’elargizione in un diritto e il bisognoso-beneficiando in un cittadino, a tutto tondo. Il tutto nel quadro di una politica fondata su libertà e responsabilità, centrata sulle persone, sul loro diritto inalienabile a raggiungere la felicità, che per qualcuno potrebbe essere semplicemente e legittimamente: consumare, consumare, consumare.
Non è accettabile che il potere, la politica, le classi dirigenti riducano i singoli alla dimensione di consumatori: siamo prima di tutto uomini, persone, individui, cittadini!
Partono da una rivoluzione del linguaggio e dalla riappropriazione di alcuni concetti le opportunità – per la verità esigue, al momento – di trasformare la politica e, per essa, il Paese.
Paolo Marini

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