L’attenzione del Ministro sembra tesa a un cambiamento significativo di quelle poche parti della legge Gelmini che erano condivisibili, vale a dire il rinnovo dei vertici degli atenei e le procedure di reclutamento.

In un “crescendo rossiniano”, si è assistito ad una riduzione raccapricciante dei fondi messi a disposizione delle università pubbliche da parte dei vari Governi che, in un afflato di trasversalità perversa, hanno minato, finanziaria dopo finanziaria, controriforma dopo riforma, dopo riforma della controriforma, il ruolo e la funzione degli atenei italiani compromettendone sempre di più l’impianto formativo e di specializzazione da offrire ai nostri giovani, vale a dire al futuro del nostro Paese: una azione politica, questa, progressiva, e quanto mai efficace nel risultato, per una dissolvenza della funzione di mobilità sociale dell’università.
Da luoghi di sviluppo delle capacità e di perfezionamento delle conoscenze, di base e di specializzazione, in eguali condizioni di partenza, le università italiane pubbliche si sono sempre più trasformate o in “aree di parcheggio” (fintanto che il costo delle tasse è stato una spesa accessibile) o in percorsi protetti per chi era espressione più o meno diretta di un sistema che, via via, è andato assumendo connotazioni familistiche.
Nessuna attenzione alla valenza dei programmi didattici e, nelle materie scientifiche, nessun obbligo di aggiornamento delle discipline in continua e rapida evoluzione.
Nell’articolato prodotto dal ministro Profumo, sprovvisto di un coerente progetto per l’università, trovano posto solo indistinti propositi ed un accavallarsi di intenti privi di un filo logico conduttore. Anche il lessico utilizzato tradisce la reale filosofia di fondo: allorquando si parla di ampliamento dell’accesso all’offerta formativa e di merito e lavoro (att. 9 e 11), i dati che non si considerano per nulla sono quelli relativi al fatto che si immatricola solo il 29% della popolazione di diciannovenni potenziali e che, nell’ultimo anno, la disoccupazione tra i giovani laureati è aumentata di 2,3 punti percentuali, senza contare che i salari dei giovani laureati occupati sono diminuiti fino ad un massimo del 6%.
Capacità, merito, lavoro sono termini ricorrenti nei venticinque articoli del “Profumo minidigesto” che, però, non riesce a fornire indicazioni concrete su come dare corpo al principio costituzionale del diritto al lavoro. Questo del diritto al lavoro e della stretta colleganza con il principio della mobilità sociale è un tema di estrema attualità che a noi Socialisti è particolarmente caro perché ci riporta al principio costituzionale della Repubblica “fondata sul lavoro”, dizione, questa, che riassume in sé tutta la storia della questione sociale che, per tutto l’Ottocento e per la parte del Novecento antecedente all’avvento della forma repubblicana di governo, aveva assunto carattere prioritario nelle nostre battaglie politiche, in quanto poneva al centro dell’attenzione il valore dell’apporto del lavoro di ciascuno, in luogo di altri fattori in quel tempo dominanti, quali la nobiltà di nascita o la ricchezza, ai fini del ruolo sociale dell’individuo e che oggi, mutatis mutandis, come dimostrano questi provvedimenti ministeriali, è ritornato prepotentemente alla ribalta.
Come PSI, già un anno fa denunciammo la inadeguatezza della legge Gelmini: oggi, ancor di più, alla luce di quanto, nel medesimo settore, viene realizzato in altri Paesi europei, riteniamo necessario un progetto organico di riforma dell’università pubblica.
L’attenzione del Ministro, invece, sembra paradossalmente catturata dal realizzare un cambiamento significativo di quelle poche parti della legge Gelmini che erano condivisibili, vale a dire il rinnovo dei vertici degli atenei e le procedure di reclutamento.
La prima modifica viene giustificata, dal prof. Profumo, “per far funzionare meglio per via amministrativa la riforma dell’università”: rettori highlanders o aspiranti tali lasciati ancora sul proprio scranno (ed uno di questi è proprio il Presidente della CRUI, Conferenza dei Rettori nata come associazione privata dei medesimi nel lontano e storicizzabile 1963, e trasformatasi sempre più in una lobbie), pronti a varare principi ordinamentali i più restrittivi, nel tentativo di conservare il maggior numero di privilegi in un contesto sempre più teso allo smantellamento del ruolo e della funzione dell’università pubblica, anche mediante una voluta confusione nell’ambito della separazione tra funzioni di indirizzo politico ed attività gestionali all’interno degli atenei di Stato.
La seconda, la restaurazione delle procedure di reclutamento locale, è un vero e proprio colpo di grazia che riporta l’università italiana nell’abisso del sistema di cooptazione, con buona pace del sostegno al valore del merito e della possibilità di fare, nell’ambito della docenza, massa critica al fine di garantire e consentire mobilità scientifica anche, come noi del PSI da sempre andiamo sostenendo, mediante l’attribuzione ad personam del budget relativo a ciascun docente, per modo da garantire una reale circuitazione formativa.
Se tutto questo viene contestualizzato al momento in cui l’attacco generalizzato a tutto il settore pubblico ha come unica prospettiva quello di azzerare ogni impegno sul diritto alla formazione, ci si rende rapidamente conto di quanto sia fondamentale la proposta che noi del PSI abbiamo avanzato in materia: una norma che, sulla scorta di un congruo e certo finanziamento, definisca procedure nazionali di reclutamento; istituisca la terza fascia di docenza; contrattualizzi la categoria; determini, in maniera univoca e centralizzata, il governo degli atenei italiani; incardini il sistema universitario nazionale sul principio del diritto allo studio, favorendone in tutti i modi l’esercizio, e su quello della valutazione; valorizzi la didattica e la ricerca scientifica di base; attribuisca peso curriculare al dottorato di ricerca.
In un Paese, dove il contesto economico rimane in forte crisi, l’unica risposta credibile ed efficace è la ricetta socialista di investire in formazione e ricerca, così come hanno fatto o stanno facendo tutti gli altri grandi paesi europei industrializzati.

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