E’ sempre stata la politica estera la grande discriminante all’interno del socialismo, in Italia.
Dalla divisione fra interventisti e no in occasione della grande guerra (1915-18) alla scissione di Giuseppe Saragat (1947) per collocare stabilmente il Paese nell’ambito delle grandi democrazie occidentali, al di fuori della sfera di influenza dell’impero sovietico; dalle scelte per l’adesione all’Europa, al Patto Atlantico.
Oggi lo scenario mondiale è cambiato: venuta meno la contrapposizione fra due blocchi, le grandi democrazie devono fronteggiare il terrorismo e le sfide per abbattere i regimi totalitari e riequilibrare la diffusione della ricchezza.
Ma nella nostra piccola e talvolta provinciale Italia, l’orologio della storia, per molti è ancora fermo.
Alcuni partiti che non possono più sostenere il blocco comunista come una volta, per la semplice ragione che non c’è più, non rinunciano tuttavia ad essere apertamente antiamericani e surrettiziamente a favore di spietate dittature.
Da questa semplice constatazione non si può prescindere nel momento in cui sono in atto tentativi per ricomporre la diaspora socialista. Si tratti di mettere assieme la sola famiglia socialista e socialdemocratica o (a maggior ragione) di creare una nuova famiglia, allargata a radicali, liberali, repubblicani, la vecchia discriminante della politica estera non può essere elusa.
Coloro che sostengono che la collocazione naturale dei socialisti è a sinistra, da Boselli a Bobo Craxi a tutti gli altri, hanno il dovere di dire fino da oggi come intendono neutralizzare (non pensiamo possano arrivare a condividerle) le posizioni dei Bertinotti, dei Diliberto, dei Mussi e di tutti gli altri esponenti della sinistra estrema.
Sul versante opposto De Michelis, La Malfa, Martino e gli altri non possono continuare a fare solo spallucce le troppe volte che la Lega deborda, soprattutto in materia di adesione alla Comunità europea.
Il tema deve essere affrontato oggi, non domani. Rinnegare il più grande merito dei parti socialisti e laici (la nitidezza e determinazione delle loro scelte di politica estera) non solo sarebbe atto di viltà. Non servirebbe a niente, perché il dilemma si riproporrebbe quotidianamente.
Nicola Cariglia

Le parole di Cariglia sono la miglior risposta a chi, tra i socialisti, parte dal presupposto che il dibattito circa la collocazione del Nuovo Psi non possa prescindere dal dialogo con uno dei due schieramenti. Diversamente, il Partito dovrà porsi il problema di una casa comune
laico-riformista autonoma dai poli, anche e soprattutto nella prospettiva di porsi come alternativa alla loro inadeguatezza quale risposta efficace ai problemi del Paese.
I socialisti autonomisti veneti, che presenteranno un documento in tal senso all’assise socialista di settembre, hanno già pronte alcune iniziative, non ultima quella di incardinare un percorso comune con il Gruppo dei Centouno fondato su una collaborazione fattiva, che potrebbe portare alla formazione di un nucleo unitario sulla base di valori condivisi.
Giulio Laroni
giornalista
Nuovo Psi – federazione di Venezia