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Unione Europea e Cina: “lo status quo non è un’opzione”

L’approccio dell’Unione Europea (UE) verso la Cina si è a lungo basato su un equilibrio tra apertura economica e dialogo politico, accompagnato dall’idea che l’intensificarsi delle relazioni bilaterali avrebbe favorito una progressiva convergenza, se non sul piano politico, almeno su quello economico. Oggi, tuttavia, quell’equilibrio appare sempre meno sostenibile. Infatti, il rapido ampliamento del deficit commerciale europeo, l’ascesa tecnologica della Cina, la crescente centralità della sicurezza economica e il deterioramento del contesto geopolitico internazionale contribuiscono progressivamente a trasformare la natura del rapporto bilaterale.

di Istituto Ispi | 24 Luglio 2026

di Ivano Di Carlo*

L’approccio dell’Unione Europea (UE) verso la Cina si è a lungo basato su un equilibrio tra apertura economica e dialogo politico, accompagnato dall’idea che l’intensificarsi delle relazioni bilaterali avrebbe favorito una progressiva convergenza, se non sul piano politico, almeno su quello economico. Oggi, tuttavia, quell’equilibrio appare sempre meno sostenibile. Infatti, il rapido ampliamento del deficit commerciale europeo, l’ascesa tecnologica della Cina, la crescente centralità della sicurezza economica e il deterioramento del contesto geopolitico internazionale contribuiscono progressivamente a trasformare la natura del rapporto bilaterale.

Lungi dal configurarsi come un abbandono della cooperazione, questo cambiamento consiste piuttosto in una riconsiderazione dell’esposizione politica ed economica alla Cina. Se negli ultimi anni la strategia dell’UE si è concentrata principalmente sul ridurre le proprie vulnerabilità economiche, oggi Bruxelles persegue un ulteriore obiettivo: riequilibrare una relazione economica percepita come sempre più asimmetrica. Ne deriva un approccio più assertivo, nel quale il dialogo viene gradualmente affiancato da un insieme crescente di strumenti di sicurezza economica, difesa commerciale e controllo degli investimenti, volti a rafforzare la capacità negoziale dell’Unione di ottenere condizioni più eque e tutelare i propri interessi. Questa trasformazione viene, tuttavia, interpretata in maniera profondamente diversa dalle due parti, alimentando il rischio di una graduale escalation delle tensioni commerciali.

Se sul piano economico il principale terreno di frizione è rappresentato dal crescente squilibro commerciale tra le due economie, su quello geopolitico permane una situazione di stallo che risulta sempre più difficile da sostenere per tutti gli attori coinvolti. In questo contesto, utilizzando le parole del commissario europeo Maroš Šefčovič, “lo status quo non è un’opzione”[1].

A complicare il quadro contribuiscono sia la ridefinizione della relazione tra gli Stati Uniti e la Cina, sia le divisioni interne all’UE. Il vero cambiamento, dunque, non risiede nell’emergere di singole controversie commerciali, ma nella progressiva ridefinizione del rapporto tra economia, sicurezza e geopolitica nelle relazioni tra l’UE e la Cina. La questione non è più se la relazione cambierà, ma quale forma assumerà.

Una guerra commerciale all’orizzonte?

Al “de-risking” si aggiunge il “re-balancing”

Tra i diversi aspetti delle relazioni tra UE e Cina, quello geoeconomico ha rappresentato il principale ambito di evoluzione nel corso del primo semestre del 2026. Il tratto distintivo non è stato tanto l’emergere di nuove controversie commerciali, quanto il progressivo consolidarsi di una logica di competizione economica più strutturata, che include nel ventaglio delle possibilità l’ipotesi di un’imminente escalation delle tensioni commerciali.

Negli ultimi mesi Bruxelles ha cercato di tradurre la crescente insoddisfazione dei governi europei nei confronti della Cina in una strategia economica più organica e centralizzata. Le persistenti asimmetrie commerciali, le pratiche industriali cinesi così come l’approfondimento di alcune dipendenze strategiche hanno spinto l’Unione ad andare oltre la necessità di ridurre le proprie vulnerabilità (de-risking), per perseguire un più ampio obiettivo di riequilibrio (re-balancing) della relazione economica. Dopo anni di richieste rimaste in larga parte inascoltate da Pechino, Bruxelles sembra essere giunta alla conclusione che il dialogo, da solo, non sia più sufficiente e che sia necessario affiancare a esso una credibile capacità di deterrenza economica, funzionale a rafforzare la posizione negoziale dell’Unione.

Il dato più evidente riguarda il persistente squilibrio commerciale europeo. Nel 2025 l’interscambio complessivo tra UE e Cina ha superato i €730 miliardi[2]. Se questo da un lato conferma la Cina come uno dei principali partner commerciali dell’Unione, dall’altro il deficit europeo continua a mantenersi su livelli insostenibili, attestandosi nello stesso anno intorno ai €360 miliardi[3], pari a quasi un miliardo di euro al giorno. Si tratta di un indicatore frequentemente richiamato nel dibattito politico europeo come simbolo della crescente asimmetria del rapporto economico[4]. Nel solo primo trimestre del 2026 il disavanzo commerciale ha già sfiorato i €100 miliardi, registrando il livello più elevato dal terzo trimestre del 2022[5].

Il problema, tuttavia, non riguarda esclusivamente l’entità del deficit commerciale, quanto piuttosto la sua composizione. Le importazioni dalla Cina si concentrano sempre più su settori tecnologicamente avanzati e strategicamente rilevanti. Pechino non occupa più soltanto i segmenti produttivi a basso valore aggiunto ma compete ormai lungo l’intera catena del valore[6], inclusi i settori nei quali l’Europa riteneva di mantenere un vantaggio competitivo. La Cina ha progressivamente ampliato il proprio peso nella produzione manifatturiera mondiale, passando dal 6% del totale globale nel 2000 a circa un terzo nella situazione attuale[7]. Al contempo, l’accesso delle imprese europee al mercato cinese continua a essere ostacolato da barriere regolatorie, restrizioni agli investimenti e politiche industriali favorevoli agli operatori nazionali.

Da questa combinazione di fattori deriva una crescente sfiducia europea nei confronti dell’attuale assetto delle relazioni economiche bilaterali. In risposta, Bruxelles ha progressivamente ampliato il proprio arsenale di strumenti di sicurezza economica, tentando di rafforzare simultaneamente soprattutto i meccanismi di difesa commerciale e i controlli sugli investimenti strategici. In breve, l’obiettivo è quello di accrescere la resilienza del mercato europeo e la capacità di deterrenza dell’Unione, rendendo più costoso per paesi terzi il ricorso a pratiche commerciali ritenute sleali o a possibili forme di coercizione economica. 

Dal punto di vista cinese, tuttavia, questa trasformazione viene interpretata in maniera diversa. A Pechino cresce infatti la convinzione che l’Europa stia progressivamente politicizzando le relazioni economiche adottando strumenti che, pur formalmente compatibili con le regole del commercio internazionale, sarebbero in realtà orientanti al contenimento strategico della Cina[8].

La conseguenza è un irrigidimento delle rispettive posizioni. Ciò che Bruxelles considera una risposta difensiva, viene interpretato come offensivo da Pechino. Ne deriva un crescente clima di sospetto reciproco che alimenta il rischio di una progressiva escalation delle tensioni commerciali.

“Overcapacity”, il ritorno del “China shock”, e il 15° Piano quinquennale

Accanto al concetto di overcapacity, ossia la produzione in eccesso o “sovraccapacità” produttiva dell’industria cinese, nel dibattito europeo ha progressivamente assunto un ruolo centrale quello di China shock 2.0, due concetti tra loro strettamente connessi. L’espressione richiama volutamente il China shock verificatosi in seguito all’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) nei primi anni 2000[9]. In quella fase storica, la sostanziale e rapida crescita delle esportazioni cinesi nei settori manifatturieri tradizionali modificò profondamente gli equilibri industriali occidentali, contribuendo alla contrazione dell’occupazione in diversi settori e accelerando i processi di delocalizzazione produttiva.

Oggi, però, il China shock 2.0 è strutturalmente diverso. Se vent’anni fa la competizione riguardava prevalentemente produzioni a basso valore aggiunto (come giocattoli, tessile, elettronica di base), attualmente interessa settori tecnologicamente avanzati quali automotive elettrico, batterie ed energie pulite. È proprio questo cambiamento qualitativo, insieme all’aumento dei volumi esportati, ad alimentare le preoccupazioni europee.

In questo contesto si colloca il fenomeno della sovraccapacità produttiva cinese, che assume dunque un significato ancora più rilevante. Negli ultimi anni la Cina ha registrato un forte incremento delle esportazioni a fronte di una domanda interna relativamente debole, inducendo molte imprese nazionali a riversare una quota sempre più consistente della produzione sui mercati internazionali. Tale squilibrio del mercato interno, insieme a una politica industriale basata su ampi sussidi pubblici, e al mantenimento di un tasso di cambio dello yuan relativamente competitivo (che alcune analisi stimano essere sottovalutato di circa il 20-30%[10]) ha contribuito all’espansione del surplus commerciale cinese che nel 2025 ha superato il trilione di dollari[11].

Per molti analisti, l’intensità e la rapidità di questa nuova configurazione rappresentano un vero e proprio supershock, dato che la pressione esercitata sulla base manifatturiera europea è questa volta più sistemica. Questa percezione trova riscontro, ad esempio, in un’analisi pubblicata nel febbraio 2026 dall’ufficio di pianificazione del governo francese che stima che nel medio periodo, fino al 55% della produzione manifatturiera europea potrebbe essere a rischio, con percentuali che salgono al 70% in Germania e al 60% in Italia[12]. Anche le recenti ristrutturazioni annunciate da alcuni importanti gruppi automobilistici europei testimoniano come queste dinamiche abbiano ormai superato il piano teorico, producendo effetti concreti sull’industria continentale[13].

A rafforzare queste preoccupazioni contribuisce anche il 15° Piano quinquennale (2026-30)[14], approvato lo scorso marzo dalla Cina. Il documento conferma per grandi linee la continuità della strategia economica perseguita da Pechino negli ultimi anni, fondata sul rafforzamento dell’autosufficienza tecnologica, e della sicurezza economica in vista di una riduzione delle dipendenze esterne. Dal punto di vista europeo, il Piano suggerisce che non vi sia, almeno nel breve-medio periodo, un cambiamento significativo del modello di crescita cinese. Anche qualora il governo cinese riuscisse a promuovere una maggiore crescita dei consumi interni, gli effetti si vedrebbero nel lungo termine, poiché richiederebbero un cambiamento strutturale nelle abitudini di risparmio delle famiglie cinesi.

Pechino respinge tuttavia questa interpretazione. Secondo la narrazione ufficiale cinese, il surplus commerciale non rappresenta una distorsione del mercato, bensì il risultato di vantaggi competitivi costruiti attraverso investimenti mirati, innovazione, economia di scala ed efficienza produttiva, dai quali anche le economie occidentali avrebbero tratto beneficio negli ultimi decenni. Da questa argomentazione nasce l’espressione China Opportunity 2.0[15], affermata in occasione del 17° Annual meeting of the new champions (Amnc, anche noto come “Davos estiva”) svoltosi a Dalian, che mira a presentare la Cina non come una minaccia per l’economia mondiale ma come una nuova opportunità.

Il confronto tra China Shock 2.0 e China Opportunity 2.0 riflette dunque due interpretazioni profondamente differenti dello stesso fenomeno economico. Pechino e Bruxelles non divergono soltanto sulle possibili soluzioni, ma anche sulla diagnosi del problema.

È tuttavia importante evitare una lettura esclusivamente esogena delle difficoltà europee. L’indebolimento della competitività industriale dell’Unione è infatti riconducibile soprattutto a fattori interni, tra cui la delocalizzazione di alcune produzioni, investimenti insufficienti in ricerca e innovazione, l’assenza di una politica industriale europea pienamente coordinata e un’eccessiva attenzione aziendale alla massimizzazione dei profitti nel breve periodo. In questo senso, attribuire esclusivamente alla Cina la responsabilità delle attuali difficoltà rischierebbe di offrire una rappresentazione parziale del problema. L’ascesa della Cina, invece, mette in luce le vulnerabilità strutturali dell’economia europea che per anni sono rimaste in secondo piano.

Tra deterrenza economica e rischio di escalation

Le tensioni commerciali tra Bruxelles e Pechino non hanno ancora assunto i contorni di una vera e propria guerra commerciale, ma negli ultimi mesi si sono moltiplicati i segnali di frizione.

Pechino ha espresso crescenti preoccupazioni per quella che definisce una politicizzazione delle relazioni e delle politiche economiche da parte dell’UE[16]. Secondo le autorità cinesi, azioni formalmente giustificate con motivazioni commerciali perseguirebbero in realtà finalità di contenimento economico, se non addirittura politico, della Cina.

Benché tenda a non ammetterlo esplicitamente, anche la Cina ha negli ultimi anni progressivamente rafforzato il proprio quadro normativo in materia di sicurezza economica. Questo processo precede molte delle iniziative europee e riflette la volontà di Pechino di rendere la propria economia più resiliente e meno esposta a eventuali forme di coercizione economica estera.

In questa direzione, e più recentemente, si collocano, ad esempio, i regolamenti del Consiglio di stato cinese che rafforzano la capacità della Cina di proteggere le proprie catene di approvvigionamento, scoraggiare le strategie di de-risking adottate dalle imprese straniere e rendere l’economia cinese più resiliente rispetto a eventuali sanzioni imposte da altri governi[17]. I decreti 834, 835, e 837 conferiscono appunto al governo nuovi poteri per intervenire sia all’interno sia al di fuori della Cina[18].

Anche l’Unione ha progressivamente ampliato il proprio arsenale. Accanto ai tradizionali meccanismi antidumping e antisussidi, Bruxelles dispone oggi di alcuni strumenti tra i quali il Foreign direct investment screening mechanism, l’International procurement instrument, il Foreign subsidies regulatione l’Anti-coercion instrument, concepiti per rispondere a pratiche considerate distorsive o coercitive.

A questi strumenti si aggiungono nuove iniziative ancora in fase di definizione. Tra le più discusse figura l’Industrial accelerator act (Iaa) che potrebbe introdurre criteri di contenuto europeo (Made in Europe) nell’assegnazione di grandi appalti pubblici e nei progetti industriali strategici. Pur essendo ancora in una fase preliminare, la proposta ha già suscitato forti reazioni da parte di Pechino. Lo stesso portavoce del ministero del Commercio cinese (Mofcom) ad aprile ha commentato tale progetto come politicamente inaccettabile[19], mettendo in guardia l’UE rispetto a possibili “contromisure” in caso di adozione.

Di recente sono state aggiornate anche le regole per intensificare il controllo sugli investimenti esteri in settori critici, come semiconduttori, infrastrutture digitali e materie prime critiche[20]. Anche la revisione del Cybersecurity act potrebbe limitare l’accesso delle imprese cinesi ad alcuni segmenti del mercato europeo[21]. Si discute altresì dell’introduzione di ulteriori strumenti volti a contrastare fenomeni di diversione commerciale[22].

Tra le proposte emerse figura anche l’ipotesi di un meccanismo europeo ispirato alla Section 301 del Trade act statunitense, utilizzata in passato da Washington per imporre dazi sia all’UE sia alla Cina. L’importanza del dibattito risiede forse meno nella concreta possibilità di adottare tale strumento e più nel segnale politico che esso trasmette: fino a pochi anni fa, infatti, sarebbe stato difficile immaginare un confronto europeo su strumenti di politica commerciale considerati “offensivi”. L’idea, avanzata anche dal presidente francese Emmanuel Macron e concepita come strumento per rispondere alla sovraccapacità industriale attraverso dazi mirati contro pratiche commerciali considerate scorrette, resta controversa per la sua possibile incompatibilità con le regole del commercio internazionale.

Il dibattito sull’adozione di strumenti più incisivi si inserisce in un contesto di crescente ricerca di coordinamento tra le principali economie avanzate[23]. In vista del G7, Macron aveva auspicato un confronto più ampio sulla sovraccapacità industriale cinese, con l’obiettivo di esplorare possibili forme di coordinamento anche con gli Stati Uniti e paesi alleati[24].

Nel frattempo, un non-paper promosso da cinque paesi membri dell’Unione, tra cui l’Italia, ha chiesto un rafforzamento degli strumenti europei contro le pratiche commerciali sleali cinesi[25]. L’iniziativa evidenzia come il dibattito non riguardi soltanto l’opportunità di dotarsi di strumenti di difesa commerciale, bensì del loro utilizzo. Come analizzato nel paragrafo precedente, se il coordinamento internazionale risulta molto complesso, altrettanto significative sono le divisioni tra gli Stati membri. Il rapido ripensamento della Spagna[26] sul sostegno iniziale al non-paper dimostra quanto sia ancora difficile costruire una posizione europea pienamente condivisa nei confronti della Cina.

Per queste ragioni, non sorprende che il Consiglio europeo del 18-19 giugno abbia affrontato la questione inserendo all’ordine del giorno il tema “degli squilibri macroeconomici globali”[27], evitando tuttavia qualsiasi riferimento esplicito alla Cina. Pur essendo il tema chiaramente presente nel dibattito politico, alcuni Stati membri hanno preferito una formulazione più generale verosimilmente per evitare ulteriori tensioni diplomatiche con Pechino.

Una novità importante è emersa durante l’incontro del 29 giugno tra il commissario europeo Maroš Šefčovič e il ministro del Commercio cinese Wang Wentao. Durante l’incontro ufficiale è stato lanciato un nuovo meccanismo chiamato “Trade and investment consultations” (Tic), che rappresenta probabilmente il segnale più concreto di una volontà condivisa di mantenere aperti almeno i canali di dialogo, nonostante il progressivo deterioramento del clima politico. Il prossimo dialogo si terrà con molta probabilità a ottobre, con i seguenti tavoli di lavoro: 1) riequilibrio del commercio e degli investimenti; 2) controlli sulle esportazioni; 3) diritti di proprietà intellettuale; 4) riforma dell’Omc[28]. Questo non vuol dire che le consultazioni produrranno effettivamente qualcosa di concreto, ma è comunque un segnale incoraggiante. Allo stesso tempo, la data di ottobre viene percepita come un vero e proprio ultimatum, nella speranza che la Cina introduca alcuni cambiamenti nelle proprie politiche commerciali. Si tratta però di un processo complesso, poiché trasformazioni strutturali di lungo periodo non possono avvenire in pochi mesi. Più verosimilmente, Pechino potrebbe optare per concessioni limitate, mirate a dissuadere alcuni Stati membri dal sostenere misure più incisive nei suoi confronti. In assenza di progressi significativi, non si può escludere una risposta più dura da parte dell’Unione. 

Nel complesso, la relazione economica tra UE e Cina sembra perciò sempre più improntata a una logica di azione e reazione.Ciascuna delle due parti presenta le proprie iniziative come misure difensive[29], mentre interpreta quelle dell’altra come strumenti di pressione politica. Il rischio principale consiste nella progressiva normalizzazione dell’uso della leva economica come strumento di competizione geopolitica. 

Nonostante questi attriti, le cause profonde del conflitto restano irrisolte. I modelli economici dell’Europa e della Cina rispondono a logiche difficilmente conciliabili. Per Pechino, mantenere un’elevata capacità manifatturiera è essenziale per sostenere crescita e occupazione, allo stesso tempo per l’UE, risulta sempre più urgente difendere la propria base industriale e il controllo sulle tecnologie strategiche.

Fig. 3 – Bilancia commerciale UE-Cina, per gruppi di prodotti

Geopolitica: il rischio di marginalizzazione europea

Sul piano geopolitico, il principale elemento di frizione tra Bruxelles e Pechino continua a essere la guerra in Ucraina. La diversa lettura del conflitto rimane un grande ostacolo al miglioramento delle relazioni bilaterali e alimenta un clima di crescente diffidenza, soprattutto a fronte dell’esportazione dalla Cina di beni dual use ritenuti funzionali al sostegno dello sforzo bellico russo in Ucraina. Ad aprile, difatti, l’UE ha inserito diverse imprese cinesi nel 20° pacchetto di sanzioni contro la Russia[30]. Nel frattempo, emergono segnali contrastanti. Se da un lato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha invitato il suo omologo ucraino a visitare Pechino, dall’altro, recenti indiscrezioni indicano che la Cina avrebbe addestrato militari russi, alcuni dei quali poi impiegati Ucraina[31]. Finché questa ambivalenza rimarrà irrisolta, appare difficile immaginare un significativo miglioramento delle relazioni tra le due parti, anche qualora si registrassero progressi sul piano economico.

La guerra in Ucraina rappresenta tuttavia soltanto uno degli elementi di un cambiamento geopolitico più vasto. L’intensificarsi della competizione tra le grandi potenze riduce gli spazi di manovra dell’UE, mentre l’assenza di una vera e propria strategia di lungo periodo, il deterioramento del quadro geopolitico internazionale, e la difficoltà di coordinamento con gli Stati Uniti ne limitano ulteriormente la capacità di incidere sulle principali dinamiche geopolitiche.

Di particolare rilevanza per l’Unione sono stati i summit svoltisi a Pechino nel mese di maggio, nel corso dei quali il presidente statunitense Donald Trump prima e quello russo Vladimir Putin poi hanno incontrato il loro corrispettivo cinese Xi Jinping.

In particolare, l’amministrazione Trump sembra privilegiare un approccio sempre più orientato al dialogo diretto con Pechino sulle principali questioni economiche e strategiche, alimentando tra numerosi osservatori la percezione di una dinamica sempre più vicina a un “G2” informale[32]. Questa interpretazione è stata ulteriormente confermata dalle dichiarazioni dello stesso Trump che, riferendosi all’incontro con Xi, lo ha appunto definito un “G2”. Al di là del valore simbolico dell’espressione, tale richiamo riflette una visione delle relazioni internazionali nella quale le principali questioni globali vengono affrontate soprattutto attraverso il dialogo tra Washington e Pechino: questa visione, opposta a quella dell’UE, finisce così per ridurre spesso il ruolo già sotto pressione delle organizzazioni multilaterali e indebolire gli sforzi europei di coordinamento transatlantico.

Sebbene gli incontri tra Xi e Trump e tra Xi e Putin rispondano a logiche differenti, evidenziano una medesima trasformazione del sistema internazionale. Nel primo caso, Washington e Pechino cercano di gestire una competizione destinata a proseguire, evitando tuttavia che essa degeneri in un confronto incontrollato[33]. In questo contesto, Xi ha sostenuto l’idea che le relazioni tra gli Stati Uniti e la Cina debbano svilupparsi all’interno di un quadro di “stabilità strategica costruttiva”[34]. Nel secondo, Pechino e Mosca continuano invece a consolidare una partnership sempre più ampia, che si estende oltre la cooperazione tradizionale coinvolgendo aspetti diplomatici, tecnologici, militari e di coordinamento politico nelle principali organizzazioni multilaterali. Pur evitando un’alleanza formale, Pechino e Mosca condividono un crescente interesse nel promuovere un sistema internazionale multipolare e meno centrato sull’Occidente, sebbene la Cina abbia una visione maggiormente riformatrice dell’ordine esistente rispetto alla Russia.

Per l’UE ciò rappresenta una sfida strutturale. Pur continuando a essere una delle principali potenze economiche mondiali, Bruxelles incontra crescenti difficoltà nel trasformare tale peso in un’influenza geopolitica comparabile. Il rischio non consiste tanto nella marginalizzazione formale dell’Unione, quanto nella progressiva riduzione della capacità di incidere sulla definizione dell’agenda internazionale.

Conclusioni

Alla luce di quanto discusso, il cambiamento della relazione bilaterale tra UE e Cina non consiste semplicemente nell’aumento delle tensioni commerciali o nell’introduzione di nuovi strumenti di difesa economica, ma riflette un più profondo e complesso intreccio tra economia, sicurezza e geopolitica. In questo nuovo contesto, il commercio non rappresenta più soltanto uno spazio di cooperazione, ma diventa sempre più uno strumento di competizione strategica.

Bruxelles ha progressivamente affiancato alla logica del de-risking una strategia più ampia di re-balancing, con l’obiettivo di riequilibrare una relazione economica percepita come sempre più asimmetrica. A tal fine, l’Unione si è dotata negli ultimi anni di un numero crescente di strumenti di sicurezza economica, difesa commerciale e controllo degli investimenti. Questa evoluzione rappresenta un cambiamento significativo rispetto al passato, e riflette una crescente consapevolezza delle vulnerabilità e dipendenze europee.

Il punto centrale, più che il numero degli strumenti che Bruxelles avrà a disposizione, riguarda la strategia che dovrebbe guidarne l’utilizzo. La maggior parte degli strumenti esistenti o in fase di sviluppo è infatti spesso concepita per affrontare singoli problemi. La sfida posta dalla Cina, però, presenta una natura diversa. Non riguarda un singolo settore o una singola misura commerciale, ma un modello economico e industriale nel suo complesso, nel quale politiche industriali, sicurezza nazionale, innovazione tecnologica e politica estera operano in maniera profondamente integrata. Il rischio dell’Unione è quello di rispondere a una sfida sistemica attraverso strumenti prevalentemente settoriali e per lo più frammentati.

Allo stesso tempo, il dibattito europeo sembra orientarsi verso un progressivo inasprimento dalla relazione economica bilaterale, fino a ipotizzare scenari di guerra commerciale. Una maggiore assertività può risultare necessaria, ma entrare in una fase di confronto economico senza una strategia complessiva rischia di avere effetti controproducenti. L’elevata dipendenza europea dalle materie prime critiche, terre rare (rilevanti per il settore della difesa) e numerose altre componenti industriali importate dalla Cina evidenziano come l’interdipendenza limiti, in effetti, il margine d’azione dell’UE. Una politica commerciale più incisiva, se non accompagnata da un rafforzamento della base industriale europea, dalla diversificazione delle catene di approvvigionamento e da seri investimenti per la ricerca e innovazione, rischierebbe di aumentare la vulnerabilità europea anziché ridurla.

In definitiva, lo status quo non appare più sostenibile, ma nemmeno una logica di contrapposizione priva di visione strategica rappresenta una soluzione. Il futuro delle relazioni tra UE e Cina dipenderà quindi non soltanto dall’evoluzione delle politiche di Pechino, ma soprattutto dalla capacità dell’Unione di definire una strategia autonoma e credibile, anche in assenza di un pieno coordinamento transatlantico che ne amplificherebbe l’impatto. Il rischio maggiore per l’UE è quello di non riuscire a trasformare gli strumenti disponibili in un’azione coerente finendo così per erodere simultaneamente la credibilità di Bruxelles e la sua capacità di deterrenza.

Ivano Di Carlo

*Istituto Ispi

[1] European Commission, Press remarks by Commissioner Šefčovič on the EU-China Trade and Investment Consultations, Speech, Bruxelles, 29 giugno 2026.

[2] European Commission, China. EU trade relations with China. Facts, figures and latest developments.

[3] Ibidem.

[4] European Commission, Statement by President von der Leyen at the joint press conference with President Costa following the meeting of the European Council of June 2026, 19 giugno 2026.

[5] F. Fasulo, P. Morselli, G.A. Casanova, “Europe’s China Strategy: Time to Go Beyond De-risking?”, Pivot to Asia, ISPI, 24 giugno 2026.

[6] J. Pouille, “China’s all-round dominance, from batteries to medicine, from high-speed trains to AI”. Le Monde, 7 giugno 2026; P. Ovečková, “The Double China Shock: How Beijing Is Disrupting Both Developing and Advanced Economies”, The Diplomat, 29 maggio 2026.

[7] Yi Fuxian, “The Rise and Coming Fall of Chinese Manufacturing”, Project Syndicate, 28 agosto 2024.

[8] “China, EU hold intensive trade talks; EU lacks sincerity, raising concerns about a sharp escalation in China-EU trade and economic friction: source”, Global Times, 30 giugno 2026; “China says key to addressing economic, trade concerns with EU lies in deepening cooperation”, CGTN, 30 giugno 2026.

[9] “We Warned About the First China Shock. The Next One Will Be Worse”, The New York Times, 14 luglio 2025.

[10] C. Boullenois, G. Williams and L. Wright “Malign Indifference: China’s Currency and the Threat to Europe”, Rhodium Group, 18 dicembre 2025.

[11] J. Cash and X. Chen, “China’s trade ends 2025 with record $1.2 trillion surplus despite Trump tariff jolt”, Reuters, 14 gennaio 2026.

[12] “The Chinese Steamroller: Quantifying the Systemic Threat to Europe’s Industrial Base”, Report, Haut-Commissariat à la Strategie et au Plan, 18 febbraio 2026.

[13] “BMW prepares worker talks after profit warning and China slowdown”, The Manufacturer, 25 giugno 2026; C. Amann e C. Steitz, “VW weighs up to 100,000 job cuts, four plant closures in biggest overhaul yet, sources say”, Reuters, 26 giugno2 026.

[14] N. Grünberg e A. Davey, “Four key points to keep in view as China implements its 15th Five-Year Plan”, Merics, 15 aprile 2026; F. Fasulo, “Cina: Piano Quinquennale per tempi incerti”, Commentary, ISPI, 9 aprile 2026.

[15] “‘China opportunity 2.0’: Insights on China from leaders at Summer Davos 2026”, World Economic Forum, 25 giugno 2026.

[16] “China envoy warns EU against “restrictive” trade actions”, Alliances News, 24 giugno 2026.

[17] “China is ‘securitizing’ its economy”, Merics, 23 aprile 2026.

[18] F. Fasulo, “Cina: le armi per l’età della geoeconomia”, Commentary, ISPI, 3 luglio 2026.

[19] https://www.mofcom.gov.cn/syxwfb/art/2026/art_ebb79b923eca4d58b63aaf33d854976d.html; MOFCOM Spokesperson’s Remarks on the EU’s Proposed Industrial Accelerator Act, Ministry of Commerce People’s Republic of China, 30 aprile 2026.

[20] European Commission, EU strengthens its foreign investment screening framework, 26 giugno 2026.

[21] F. Bermingham “Europe rallies around tough new China strategy ahead of key summit”, South China Morning Post, 18 giugno 2026; European Commission, Proposal for a Regulation for the EU Cybersecurity Act, Policy and Legislation, 20 gennaio 2026.

[22] “EU Commission to develop diversification instrument, von der Leyen says”, Euronews, 19 giugno 2026.

[23] N. Barkin e G. Williams, “Germany’s ‘China Shock’ Revisited”, Rhodium Group, 10 febbraio 2026.

[24] C. Caulcutt, E. Webber e M. Ward, “Macron courts China with G7 outreach”, POLITICO, 8 giugno 2026.

[25] G. Leali, “5 EU countries call for tougher trade weapons to tackle China”, POLITICO, 25 maggio 2026; A. Garcia-Herrero, “The looming EU-China trade clash: Why the Commission must not go it alone”, EURACTIV, 2 giugno 2026.

[26] C. Gijs e G. Sorgi, “Spain distances itself from call for EU to get tougher on China”, POLITICO, 28 maggio 2026; M. Turki, “Spanish PM: Strong ties with China in Europe’s interest”, DW, 14 aprile 2026.

[27] E. Soula, “Europe Braces for China Shock 2.0”, GMF, 29 maggio 2026; E. Wax, “EU leaders running scared of China, says Belgian PM”, EURACTIV, 9 giugno 2026.

[28] European Commission, Joint press statement by Commissioner Šefčovič and Minister Wang, 29 giugno 2026; C. Martuscelli, “EU and China reopen trade talks as Brussels hardens its stance”, POLITICO, 26 giugno 2026.

[29] F. Bermingham, “A sinking ship? Why the EU and China could be heading for a trade war”, South China Morning Post, 17 maggio 2026.

[30] European Commission, Questions and answers on the 20th package of sanctions against Russia, 23 aprile 2026.

[31] “Russia approved secret China military training at top level, sources say”, Reuters, 1 luglio 2026.

[32] P. Kine, D. Desrochers and A. Hawkins, “Why Trump’s talk of a ‘G2’ hits a nerve with allies”, POLITICO, 15 giugno 2026; Z. Wang, “The G-2 Reality”, Foreign Affairs, 26 maggio 2026; F. Marsi, “Trump-Xi meeting: Could China, US form a ‘G2’?”, Al-Jazeera, 12 maggio 2026; Z. Cooper, “How Trump Put China First”, Time, 7 novembre 2025.

[33] “Three leaders, one message: Europe is on its own”, EPC, 22 maggio 2026.

[34] Zongyuan Zoe Liu, “China and the U.S. Agreed to ‘Strategic Stability’ in Beijing. They Don’t Define It the Same Way”, Council on Foreign Relations, 18 maggio 2026; President Xi Jinping Holds Talks with U.S. President Donald J. Trump, Ministry of Foreign Affairs People’s Republic of China, 14 maggio 2026.

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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