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Una strana crisi

di Gim Cassano | 23 Febbraio 2014

Sulla gestione della crisi incombe sorniona l’ombra di Berlusconi; il quale, per nulla appagato dal recupero regalatogli da Renzi, si è seduto sulla sponda ad aspettare il passaggio dei cadaveri dei suoi avversari.

renzi-e-berlusconiUn dato sembra aver caratterizzato la gestione politica di questa crisi. Quello che i protagonisti politici della vicenda si sono ridotti a tre: due interni alla prossima maggioranza (Matteo Renzi, ed il NCD); ed uno esterno: Silvio Berlusconi.

Neanche il PD in quanto tale sembra aver preso parte alcuna nella vicenda, fatto salvo il sommesso bussare di Cuperlo alla porta di Renzi; ed invece, come era già stato osservato, mostra di aver concesso la delega in bianco al Segretario. Il quale, ovviamente, una volta sistemate nelle caselle più significative figure tratte dal suo entourage, non necessariamente appartenenti al PD, e concesso il meno possibile ualcagli alleati, riconoscerà in una qualche misura ualche qualchela presenza della cosiddetta “minoranza interna”, quasi come se si trattasse di un altro partito minore, ed altrettanto ininfluente.

Sulla gestione della crisi incombe sorniona l’ombra di Berlusconi; il quale, per nulla appagato dal recupero regalatogli da Renzi, si è seduto sulla sponda ad aspettare il passaggio dei cadaveri dei suoi avversari. Sa bene che Renzi non potrà fare alcuna riforma, e men che mai quella elettorale e quella del Senato, senza il suo sostegno esplicito o dato sottobanco. E’ quel che teme Alfano che, rischiando di ritrovarsi ad avere il ruolo di un soprammobile inutile, ha cercato perlomeno di massimizzare il suo risultato in termini politici e di presenza nella squadra di Governo. Da qui l’insistenza su una chiusura a sinistra, già acquisita senza alcun bisogno del suo strepitio; chiusura che peraltro Vendola ha graziosamente regalato a Renzi, togliendogli non poche castagne dal fuoco.

Per quanto riguarda l’azione ed il programma, non è ben chiaro se, al di là delle ambizioni di Renzi, questo governo finirà col segnare un deciso mutamento di rotta nei confronti di quello che lo ha preceduto, o piuttosto si accontenterà di tentare un cambio di passo rispetto alle scarse conclusioni del governo Letta. La questione non è di poco conto, e le difficoltà incontrate nella scelta del Ministro dell’Economia lo testimoniano.

Più probabile la seconda strada rispetto alla prima, almeno per quanto riguarda le questioni dell’economia, del Fisco, del lavoro; su molti aspetti delle quali non sono obiettivamente possibili grandi mutamenti di rotta senza un’imposta patrimoniale o senza ricadere nella procedura d’infrazione per eccesso di deficit.

L’aver Renzi snobbato il vertice della futura maggioranza (“mi fa venire l’orticaria”) sta a dimostrare che le proposte e le esigenze degli alleati (PD compreso) possono esser intese come suggerimenti più o meno utili, ma che la sostanza del programma e dei metodi da porre in atto sono quelli che lui ha in mente. Prendere o lasciare.

E’ il tramonto della politica come presupposto dell’azione di governo, ed è la fine dei partiti, che peraltro hanno ampiamente dimostrato di non essere in grado di produrre politica. Piaccia o non piaccia, questa è la realtà, con la quale fare i conti. Ed è una realtà che, tutto sommato, piace agli italiani, che l’esperienza dell’ultimo ventennio ha reso usi a considerare i due termini come i più spregevoli del dizionario della lingua italiana. In questo, i tratti comuni tra Renzi, Berlusconi, e Grillo, sono molto più estesi di quelli che si vuol fare apparire.

Questa crisi mostra oramai chiaramente il vuoto lasciato dalla degenerazione dei partiti politici che ha caratterizzato la Seconda Repubblica. Venuta meno la loro funzione di corpi intermedi della Società, chiusi alla partecipazione, saldamente in mano alle strutture di vertice, i due maggiori partiti non hanno più nulla delle due forme che avevano caratterizzato l’evoluzione del partito politico nel corso del ‘900: quella del partito di massa e quella del partito d’opinione, essendovisi largamente diffusi caratteri riconducibili alla forma del partito notabilare della seconda metà dell’800 ed a quella del partito a guida carismatica di stampo peronista o gaullista.

La consapevolezza, ed anche l’esser pienamente partecipe di questa degenerazione, che alla fine non può portare ad altro che a far seguire il venir meno della capacità di gestire potere ed organizzare consenso all’esser venuta meno la capacità di fare scelte politiche, è la ragione per la quale Renzi spinge sullo smantellamento del Senato, sul rafforzamento dell’Esecutivo, e su una legge elettorale bipartitica: misure che, indebolendo il concetto di rappresentanza, assegnano “ope legis” il monopolio della vita politica agli staff dei due partiti maggiori. Su questa strada ha incontrato la convergenza di interessi di una destra che, all’occorrenza, lo sosterrà, e su questa strada Renzi rischia di costruire non il primo governo della Terza Repubblica, ma l’ultimo della Seconda.

Esorcizzare ciò con anatemi servirebbe a ben poco. Piuttosto, servirà operare per costruire partiti che rappresentino aggregazioni politiche vere e non cancellabili con qualche codicillo normativo in materia elettorale, e servirà il tener vive in tutti gli ambiti possibili quelle questioni di principio che Renzi sembra considerare come irrilevanti e fastidiosi retaggi della Prima Repubblica.

Perché la storia insegna che, alla fine, la politica (cioè l’esigenza di dare risposte condivise alle necessità della polis), si riprende sempre la rivincita; ed anche Renzi, prima o poi, dovrà farci i conti.

Pubblicato in : Editoriale

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