
C’è qualcosa di profondamente singolare nella nostra storia politica: la naturalezza con cui, a ogni stagione, ci accingiamo a riscrivere le regole attraverso le quali i cittadini sono chiamati a scegliere i propri rappresentanti. Poco meno di dieci volte, nella storia della Repubblica, abbiamo cambiato la legge elettorale o ne abbiamo modificato sostanzialmente i meccanismi. Ogni volta con una ragione, una spiegazione tecnica e la promessa che quella nuova sarebbe stata finalmente la formula capace di garantire stabilità e rappresentanza. Eppure, dopo qualche anno, ci ritroviamo al punto di partenza: una nuova maggioranza, nuovi equilibri parlamentari e la necessità, apparentemente inevitabile, di cambiare ancora le regole. È difficile non chiedersi se, nella continua ricerca del sistema migliore, non vi sia anche quella del sistema più conveniente per chi, in quel momento, si trova nelle condizioni di stabilirlo. In democrazia, tuttavia, le regole del gioco dovrebbero essere più forti dei giocatori. È questo il punto sul quale dovremmo fermarci a riflettere. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, per citare due Paesi che hanno contribuito alla storia delle moderne democrazie rappresentative, i sistemi elettorali hanno certamente conosciuto modifiche e trasformazioni, ma conservano una continuità storica che permette agli elettori di riconoscersi nelle loro regole fondamentali. In Italia, invece, abbiamo spesso avuto l’impressione che ogni nuova stagione politica portasse con sé anche una nuova interpretazione del modo in cui il consenso deve essere trasformato in rappresentanza. E qui torna alla memoria una vecchia storia napoletana. Quella di Achille Lauro, il celebre sindaco del dopoguerra, al quale è rimasta legata anche la leggenda delle scarpe distribuite agli elettori: una prima del voto e l’altra, forse, dopo. Al di là della veridicità dei singoli episodi e della loro trasfigurazione nella memoria popolare, quella storia è rimasta come una delle immagini più efficaci della politica intesa come scambio: qualcosa che viene promesso, qualcosa che viene concesso, qualcosa che si riceve in cambio di un consenso. Oggi, naturalmente, non siamo più lì. Le forme sono cambiate, le istituzioni sono infinitamente più solide e la nostra democrazia non può essere paragonata a quella del dopoguerra. Ma la domanda che quella vecchia storia suggerisce è ancora attuale: quanto è libera una scelta quando le condizioni nelle quali quella scelta viene esercitata sono stabilite da chi ha interesse a vincere? La legge elettorale dovrebbe essere uno strumento di garanzia. Dovrebbe consentire al cittadino di esprimere la propria volontà nel modo più limpido possibile e assicurare che quella volontà trovi una corrispondenza nella rappresentanza parlamentare. Non dovrebbe diventare, invece, un sofisticato esercizio di ingegneria politica. Soglie, premi, collegi, liste, formule matematiche: elementi necessari per tradurre milioni di voti in seggi, ma difficili da accettare quando il cittadino finisce per avere la sensazione che, dietro la complessità delle regole, si nasconda un risultato in qualche modo già orientato. La democrazia, invece, dovrebbe avere una caratteristica essenziale: la possibilità concreta di sorprendere anche chi ha scritto le regole. Perché se chi stabilisce il campo di gioco può prevedere, o addirittura condizionare, l’esito della partita, qualcosa inevitabilmente si incrina. C’è poi un’altra questione, forse ancora più importante: la partecipazione. Se alle prossime elezioni politiche dovesse diminuire ulteriormente il numero dei cittadini che si recano alle urne, chi rappresenterà davvero il Paese? Un governo può essere perfettamente legittimo anche quando nasce da una percentuale ridotta degli aventi diritto, ma la legittimità formale non esaurisce la questione della rappresentatività. Una democrazia non vive soltanto delle sue procedure. Vive anche della fiducia che i cittadini ripongono in quelle procedure. Quando quella fiducia si indebolisce, il rischio è che il voto smetta progressivamente di essere percepito come uno strumento di partecipazione e venga considerato un gesto inutile, incapace di modificare realmente le cose. A quel punto il pericolo diventa ancora più serio. Potrebbero finire per partecipare soprattutto coloro che hanno un interesse diretto nella politica: chi dalla politica dipende professionalmente, economicamente o attraverso una rete di relazioni e opportunità. Il consenso rischierebbe così di diventare sempre meno espressione di una convinzione e sempre più il risultato di una convenienza. E una democrazia nella quale si vota prevalentemente per convenienza, e non per convinzione, è una democrazia che dovrebbe interrogarsi profondamente. Non si tratta di rimpiangere un passato che non esiste più, né di sostenere che esista una legge elettorale perfetta. Si tratta di comprendere che una democrazia matura ha bisogno anche di continuità. Le regole con cui si elegge il Parlamento non possono essere percepite come una proprietà della maggioranza del momento. Dovrebbero essere il patrimonio comune di una comunità politica, costruito con il consenso più ampio possibile e modificato soltanto quando esista una ragione autenticamente istituzionale per farlo. Forse dovremmo smettere, dunque, di domandarci quale legge elettorale sia più conveniente per chi oggi governa e cominciare a chiederci quale sia quella più giusta per chi governerà domani, qualunque sia il suo colore politico. Perché la democrazia non dovrebbe mai consegnare al cittadino una scelta già confezionata. E soprattutto non dovrebbe assomigliare a quella vecchia storia delle scarpe di Achille Lauro: una prima del voto e l’altra dopo. La democrazia dovrebbe consegnarci entrambe le scarpe prima di cominciare a camminare. E lasciare finalmente al cittadino la libertà di scegliere dove andare.
Angelo Santoro

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