
Così facendo, si capisce come Internet e i social network abbiano fatto emergere la voglia di normalità delle giovani popolazioni dei Paesi arabi, rendendo manifesta la disuguaglianza sociale e contribuendo a far maturare il sentimento di rivolta collettiva a fronte di un sistema percepito come profondamente ingiusto. Ma va anche compreso che Primavera Araba non significa necessariamente democrazia. I fatti hanno mostrato che, se dotata di mezzi, una popolazione vessata riesce ad abbattere i dittatori, ma di per sé questo non è sufficiente a produrre la democrazia, un sistema che necessita di organizzazione.
Eppure alcuni segnali positivi si intravedono. Eccezion fatta per la Libia, in Tunisia, Egitto e Marocco la parola sta gradualmente passando dalla piazza al Parlamento. In questi Paesi trova dunque uno sbocco la volontà di partecipazione politica e anche il sentimento di comunità, riducendo al contempo la capacità di attrazione ideologica di Al-Quaeda. E, anche se la democrazia non si esaurisce nelle istituzioni e nella pratica elettorale, la costituzione di Parlamenti eletti non potrà che favorire il processo democratico e anche il dialogo tra i Paesi che si affacciano sulle due sponde del Mediterraneo.
Gli eventi che stanno seguendo alla primavera araba potrebbero abbattere un paradigma ormai consolidato in Occidente, ossia che ci fosse una qualche incompatibilità tra democrazia e mondo arabo, o meglio tra democrazia e Paesi arabi esportatori di idrocarburi, dove la rendita petrolifera consente di alimentare regimi non democratici. Fino allo scorso anno il Libano era l’unico Paese arabo il cui regime potesse dirsi democratico, seppure in una forma molto labile. La Libia costituirà a questo proposito la cartina tornasole. Ma occorre anche essere pronti all’affermarsi nel mondo arabo di assetti democratici diversi da quelli Occidentali; del resto non si può negare che in questi paesi esista un problema di definizione del rapporto tra religione e Stato, anche se molti diritti potrebbero essere reclamati dalle popolazioni man mano che gli stessi Paesi si allontanano dall’arretratezza in cui i regimi non democratici li hanno fino a poco tempo fa confinati.
In questo contesto, gli attori esterni assumono un’importanza fondamentale per guidare il processo. Per evitare che i Paesi protagonisti della primavera araba, siano sempre più attratti dal quadrante Medio-Orientale, occorre che l’Europa si attivi quanto prima. La diplomazia dell’Unione Europea, guidata dalla baronessa Margaret Ashton, non è sembrata finora all’altezza della situazione. Ed ecco quindi che dalla tavola rotonda nascono due proposte concrete. La prima riguarda la realizzazione nel Mezzogiorno d’Italia di una grande università per gli studenti del Nord Africa, che contribuisca a trasmettere gli insegnamenti di Voltaire alla futura classe dirigente di quei paesi.
La seconda, la costituzione di un’organizzazione internazionale per l’apertura ordinata dei mercati energetici e agricoli dei Paesi delle due sponde del Mediterraneo. Una Primavera Araba che appare dunque dall’esito ancora incerto, ma di cui possono essere ormai già letti alcuni snodi fondamentali, sui quali l’Europa e l’Italia devono intervenire per favorire un orientamento a noi positivo dei paesi coinvolti.

Mi sembra che più che di “primavera araba” si debba e si possa parlare di un lungo inverno rosso sangue dove emergono solo le mani piene di sangue di dittatori che stanno sterminando il proprio popolo senza che si alzi la voce contro di loro. Forse a causa dei mercati energetici?
non ci sono primavere nell’islam , ma solo bui inverni, basta vedere i dirigenti delle primavere, hanno tutti sulla fronte il segno scuro della preghiera fanatica, vi farei vivere in quei paesi . Mettete a confronto la democrazia occidentale con la democrazia araba, poi vedremo.