In ogni caso non ci si può perdere,
alla fine si arriva sempre al Muro”..
(Il cielo sopra Berlino)
Quella del 9 novembre 1989 fu davvero una notte magica, uno di quei momenti in cui, come nelle commedie di Shakespeare, tutto può succedere perché le leggi della natura sembrano sovvertite. Infatti, per chi ha vissuto gli anni bui della guerra fredda, la politica dei blocchi era una sorta di legge di natura e la dissoluzione dell’Impero sovietico fu un evento inatteso e quasi prodigioso .
Certo, la politica di Gorbaciov aveva innescato profondi mutamenti . Non erano più ipotizzabili interventi armati come era avvenuto a Budapest nel 1956 e a Praga nel 1968; ma non ci si aspettava un evento così dirompente. Appena pochi mesi prima, giornalisti e politologi, parlando dei mutamenti della Perestrojka, discutevano sulle possibilità di autoriforma della DDR ma non ipotizzavano in considerazione la riunificazione della Germania in tempi brevi.
Infatti, negli anni ’70 e ’80 il muro di Berlino appariva una fatto ormai scontato. Da tempo, la divisione tra le due Germanie era stata sancita anche sul piano del diritto. Le zone di occupazione si erano trasformate in due Stati che avevano ottenuto riconoscimenti internazionali e nel 1973 erano state ammessi all’ONU. Per di più, la Germania Est appariva una potenza industriale robusta.
Per di più, la divisione era spesso considerata in Occidente un (anacronistico) antidoto contro il revanchismo tedesco e la ricerca di un dialogo tra Est ed Ovest rendeva sospetta ogni modifica allo status quo,.
Anche le violazioni dei diritti umani apparivano a molti un prezzo da pagare per non esasperare la conflittualità . Tanto più che per molti anni l’Occidente si era appoggiato a regimi totalitari per ostacolare la penetrazione del comunismo in varie parti del mondo .
Più che lo Spirito del Mondo a cavallo (come disse Hegel di Napoleone, dopo la battaglia di Jena) era uno Spirito del mondo a cavalcioni di un muro o meglio, del Muro , nella sera del 9 novembre 1989, che vide i giovani come protagonisti.
Fu una rottura epocale perché da decenni si era consolidata una visione dei Paesi dell’Est Europa come un pianeta alieno con le sue regole, differenti da quelle dell’ Occidente: una diversità non solo come sistema politico ma in campo economico, dalla Borsa, al commercio estero alle questioni monetarie; e le differenze erano rimarchevoli nei campi della cultura e del costume.
Questa visione dell’Est come altro da noi agevolava il consolatorio assioma “tout comprendre c’est tout pardonner”. Certo, c’erano stati i crimini staliniani ma poi Kruscev aveva inaugurato la destalinizzazione; è vero che aveva represso nel sangue la rivolta ungherese ma poi Budapest aveva ottenuto una certa libertà di manovra all’interno del sistema comunista.
D’altronde, ci si chiedeva come avrebbe potuto l’Unione Sovietica consentire il disgregarsi degli Stati cuscinetto che portavano la sua sfera d’influenza nel cuore dell’Europa. E poi funzionava la logica della compensazione: da un lato l’Ungheria e la repressione della Primavera di Praga, dall’altro il Vietnam , l’Argentina dei desparecidos, l’apartheid del Sud Africa.
E poi, dalla fine dell’Impero austro-ungarico e di quello degli zar, i regimi assoluti erano caduti solo a seguito di un evento traumatico come una guerra. Eppure, a Berlino la fine avvenne con un evento pacifico. Una marea di folla attraversò quel Muro che aveva visto scorrere il sangue e che fu demolito in un clima di festa.
Tutti conoscevano le difficoltà economiche dell’URSS ma si riteneva che ciò avrebbe portato ad un ulteriore inasprimento del regime, forse avrebbe spinto a ripetere in Russia gli orrori di Piazza Tienammen. Per salvare il regime, anche a costo di scatenare una terza guerra mondiale. Uno scenario non inverosimile perché varie volte le due superpotenze erano andate vicine alla guerra atomica. Ma la grande statura di Gorbaciov è aver guidato la riforma dell’URSS anche quando non poteva ignorare che ne sarebbe scaturita una reazione a catena che avrebbe finito per spodestarlo.
Tutti volevano disegnare. Dipinsero un muro con i loro sogni….
Uno dei testi più incisivi per raccontare la Cortina di ferro è la graphic novel Il Muro, del
boemo Peter Sis, un libro di disegni e di ricordi.
Da ragazzo l’autore faceva parte, come tutti, dei giovani pionieri e montava la guardia alla statua di Stalin ma aveva cominciato a leggere i libri proibiti, ad ascoltare le radio oscurate. Amava i Beatles e quando a Praga arrivarono i Beach Boys si trovò in mezzo a migliaia di giovani entusiasti. Poi, però, l’esercito schierato trasformò il sogno in un incubo. I telefoni e la posta erano controllati, la gente era sorvegliata.
“Ora, quando la mia famiglia americana va a trovare la mia famiglia ceca nella vivace città di Praga – ha scritto Peter Sis – è difficile convincerla che sia mai stata un luogo oscuro, pieno di paura, sospetto e menzogne.”
Ho provato la stessa sensazione nella Berlino degli anni ’90 in Postdamer Platz( che nel film di Wim Wenders Il cielo sopra a Berlino era ridotta a uno spiazzo di terra battuta, una specie di terra di nessuno) e al Check Point Charlie, trasformato in attrazione turistica; ma visitando le prigioni della Stasi nella ex Berlino Est ho ritrovato un’atmosfera cupa, opprimente: le celle e le sale degli interrogatori perfettamente conservate sembravano riportare nel passato.
L’inquietudine è scomparsa quando ho visto la porta di Brandeburgo -non più sfregiata da blocchi di cemento – che s’innalza sull’ Unter den Linden come simbolo di unione (come è l’archetipo della porta) : un pensiero commosso e un ringraziamento sono andati a Imre Nagy , a Jan Palach, a tutti quanti hanno visto i loro sogni morire all’alba.
Gabriele Parenti

Carissimo Gabriele, ancora una volta un saggio di versatilità culturale e di sensibilità umana. Per chi ha vissuto le vicende del muro, per i giovani che lo hanno ascoltato dai Pink Floyd, per quelli che vogliono sapere. Lo passerò ai miei studenti. Grazie un caro saluto Daniela
Bello leggere il tuo articolo, specialmente per me che armato di piccone partii in auto per Berlino e trascorsi l’ultimo dell’anno a picconare!!!
Caro Parenti, complimenti per queste pennelate leggere e ancora vivide, che mi fanno perfino arrivare a perdonarle la fin troppa bonaria indulgenza verso il regime bolscevico (che già alla nascita si definì tale pur se nella realtà era menscevico, ovvero minoritario, ma quando il compito è sovvertire la realtà con ogni mezzo, non ci sono limiti…). Bel pezzo davvero, grazie.
Gorbachev era l’ultimo Segretario Generale dell’Unione Sovietica e primo presidente. Era senza dubbio comunista. Faceva parte del politburo e siccome più giovane sostitui le vecchie mummi inutili che via via morivano: Brezniev, poi Andropov, Cenienco. Ma l’unine sovietica era già crollata al momento dell’invasione dell’Afghanistan e furono le sanzioni USA: l’Unione Sovietica era piena di debiti finanziari verso l’occidente. Il Muro crollò per questo motivo. Gorbachev non poteva impedirlo. Contestualmente sei repubbliche si preparavano a ritornare indipendenti dopo una tirannia di secoli.