• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

Una magica Turandot festeggia sul lago i suoi 90 anni

di Stefano Mecenate | 27 Luglio 2016

Novant’anni fa, morto da poco il Maestro Puccini, Arturo Toscanini abbassava la bacchetta alla prima scaligera di Turandot pronunciando la celeberrima frase: «Qui termina la rappresentazione perché a questo punto il Maestro è morto».

Da allora, in ogni parte del mondo, l’opera viene rappresentata con il finale di Alfano, talvolta con quello commissionato a Luciano Berio proposto per la prima volta nel 2001 al Festival de Musica de Gran Canaria basato anch’esso sugli abbozzi lasciati da Puccini e ufficialmente riconosciuto dalla Ricordi, ma ogni volta il dibattito sulla corrispondenza di questa conclusione ai desiderata del Maestro lucchese riapre una ferita che sarà insanabile poiché la morte di Puccini preclude per sempre una risposta definitiva.

È un’opera incredibile, al di sopra degli altri capolavori che ci ha lasciato: una summa della sua vita e qualcosa che va oltre, così lontano forse da aver lasciato lo stesso compositore nell’impossibilità di darle una conclusione. Lui stesso aveva percepito la difficoltà a dare un seguito alla morte di Liù: quella poesia che precede il gesto estremo della schiava, le parole potenti e dolorose del padre Timur non ammettono che il silenzio. Quale artificio poteva portare la principessa di gelo a dischiudere il suo cuore al solare Calaf? Quale alchimia avrebbe reso da sterile a fecondo un animo oppresso dall’odio e dalla paura per ciò che era accaduto, secoli prima, alla sua ava: “E Lo-u-Ling, la mia ava, trascinata da un uomo, come te, come te, straniero, là nella notte atroce, dove si spense la sua fresca voce!”

Forse, unica traccia che ci può ricondurre a questo miracolo del bacio risveglio dei sensi e dei sentimenti, sta nelle parole di Turandot, poco dopo quel bacio: “Del primo pianto, sì, straniero, quando sei giunto,
con angoscia ho sentito il brivido fatale di questo mal supremo. Quanti ho visto morire per me! E li ho spregiati; ma ho temuto te! C’era negli occhi tuoi la luce degli eroi! C’era negli occhi tuoi la superba certezza… E ti ho odiato per quella… E per quella t’ho amato, tormentata e divisa fra due terrori uguali:
Vincerti o esser vinta… E vinta son…Ah! Vinta, più che dall’alta prova, da questa febbre che mi vien da te!
”

Sono parole pesanti sulle quali immaginiamo mille volte Puccini abbia riflettuto in quei terribili mesi della malattia e in quelle ore che hanno preceduto la morte: chissà quali immagini hanno riempito i suoi pensieri e quali note, nel delirio degli ultimi attimi, hanno affollato la sua mente, uguali o diverse da quegli appunti lasciati ai posteri nella loro incompiutezza.

Ma dissertare sulle ipotesi non serve: ciò che abbiamo è una meravigliosa e complessa partitura ricca di rimandi alla grande musica europea, a cavallo tra passato e futuro, sospesa in una eternità incorrotta che ha saputo, come del resto ogni altra sua opera, attraversare il tempo restando attualissima.

Anche il 62°Festival Puccini ha voluto ricordare questo anniversario riproponendo uno degli allestimenti più suggestivi tra quelli che sono stati prodotti in questi anni: le scene di Ezio Frigerio, elegantissime e sobrie fanno pendant con i costumi di Franca Squarciapino, premio oscar nel 1991 per i costumi del film Cyrano de Bergerac per creare un’assieme capace di restituire l’atmosfera di quest’opera carica di suggestioni.

Complessivamente deludente la regia di Enrico Stinchelli dal quale ci aspettavamo qualcosa di più specialmente per il finale: apprezzabile l’idea della morte di Liù con la sua “scomparsa” che evoca l’ipotesi di un trasfondersi dell’animo di lei, che conosce così bene il significato della parola amore da farle scegliere la morte per non tradire il suo signore, in quello ancora prigioniero della Principessa Turandot per favorire quel disgelo che il bacio concluderà.

“Liù…bontà! Liù…dolcezza!” dice mestamente Timur dopo la sua morte; e la giovane schiava, sopravvissuta all’esilio e alla miseria forte di quell’amore silenzioso e fedele “Ahimè, ahimè, quanto cammino col tuo nome nell’anima, col nome tuo sulle labbra!” nato da un gesto apparentemente insignificante ma di grande valore “E perché tanta angoscia hai diviso? – Perché un dì… nella reggia, mi hai sorriso“, sarà maestra in quel luogo dove troppo a lungo ha prevalso il dolore e la morte (“Tutto andava secondo
l’antichissima regola del mondo. Poi nacque Turandot… E sono anni che le nostre feste si riducono a gioie come queste: tre battute di gong…tre indovinelli, e giù teste!
” dicono sconsolati i tre ministri Ping Pang e Pong) di una forza nuova, creatrice, potente capace di sovvertire quelle tragiche regole di un gioco al massacro voluto da Turandot.

Eccellente invece il cast che, sostenuto da un ottimo direttore come il giovane Jacopo Sipari di Pescasseroli che ha guidato con precisione e passione la sempre brava Orchestra del Festival Puccini, ci ha dato la gioia di ascoltare una bellissima Turandot da ricordare.

Quasi inutile parlare delle performance del coreano Rudy Park, una presenza sempre gradita al Festival: potente, appassionata, travolgente la sua voce (oltre al suo fisico) danno al personaggio del Principe Ignoto una tridimensionalità eccezionale pennellandolo come meglio non si potrebbe. È ormai per antonomasia il Calaf e ci siamo meravigliati come, nonostante lo scrosciare di applausi, non sia stato richiesto il bis del Nessun dorma. In realtà non c’era cosa che non avremmo riascoltato volentieri, ricco com’era di quel pathos quasi da attore.

Una grande Turandot si è rivelata la slovena Rebeka Lokar: bella la voce, pulita e potente ma anche dolcissima e struggente in quei passaggi nei quali da algida padrona del destino degli uomini si trasforma in figlia impaurita e da promessa sposa disorientata da quell’affollarsi in lei di sentimenti contrastanti; una superba interpretazione che ha trovato ampio riscontro nei generosi applausi del pubblico e che non ha fatto rimpiangere altre grandi interpreti che negli anni passati hanno calcato questo palcoscenico.

Buona la prova di Francesca Cappelletti, “figlia” dell’Accademia di alto perfezionamento della Fondazione Festival Pucciniano che a Torre del Lago ha debuttato nel 2014 con una doppia partecipazione al Trittico in Suor Angelica e Gianni Schicchi. La sua Liù è stata apprezzata dal pubblico che le ha riconosciuto il merito di aver dato al personaggio quel doppio passo che la caratterizza: umile e remissiva, ma anche decisa e potente nella sua consapevolezza di possedere qualcosa che la rende preziosa anche agli occhi di Turandot.

Certamente deve affinare ulteriormente il personaggio dal punto di vista vocale facendo più attenzione alle indicazioni di Puccini sui fiati da prendere, ma siamo certi che questo lavoro è nelle sue corde e non mancherà di regalarci nuove e ancor più suggestive interpretazioni.

Piacevole e complessivamente corretta la prova dei giovani tre Ministri: Ping, Mauro Buda, Pong, Tiziano Barontini e Pang, Ugo Tarquini, il primo forse meno convincente degli altri due che invece hanno mostrato buone doti vocali oltre che interpretative.

Sono personaggi fondamentali nell’impianto dell’opera e a loro sono affidate pagine di grande intensità miste ad altre dove l’ironia e il sarcasmo si fanno preponderantemente inquietanti per la loro capacità di sferzare vizi e limiti di una società di “servi”, consci di esserlo loro stessi. Nostalgia rimpianto di altre vite (stupendo nel secondo atto il loro ricordo dei luoghi lasciati “Ho una casa nell’Honan con il suo laghetto blu, tutto cinto di bambù. E sto qui a dissiparmi la mia vita, a stillarmi il cervel sui libri sacri… E potrei tornar laggiù presso il mio laghetto blu tutto cinto di bambù! // Ho foreste presso Tsiang che più belle non ce n’è, che non hanno ombra per me. Ho foreste che più belle non ce n’è! // Ho un giardino pressoKiù, che lasciai per venir qui e che non rivedrò mai più!“) si alterna a quel sarcasmo di cui parlavamo nei confronti della feroce Principessa, fino a quando, al richiamo della Corte, tornano a indossare i panni degli obbedienti servitori e tornano a recitare la loro pantomima.

Buona anche la prova di Ernesto Morillo che ha sostituito nel ruolo di Timur Marco Vinco: personaggio difficile se lo si toglie dai radicati cliché ma di grande interesse sia vocale che attoriale, Timur costituisce il legame di Calaf con il suo passato che forse vorrebbe dimenticare a vantaggio della nuova vita accanto a Turandot: legame pesante e per certi versi “ingombrante” poiché se il rispetto e l’amore paterno vorrebbero che gli fosse accanto nel suo esilio, quell’incontro ammaliatore con quella bellezza straordinaria gli impongono di abbandonarlo alla sua sorte che sarà ancora più dura dopo la morte di Liù.

Morillo riesce a nostro avviso a darci questa visione e la sua voce, pur non sempre perfetta, regala pagine di grande intensità che lo hanno avvicinato al pubblico che gli ha tributato meritati applausi.

Positivi anche Vladimir Reutov, nel ruolo dell’Imperatore Altoum, e Claudio Ottino in quello di un Mandarino. Qualche perplessità sul coro, specie nelle voci femminili, non sempre all’altezza delle performance cui ci ha abituato mente un indiscusso plauso a quello delle voci bianche diretto da Viviana Apicella.

Per approfondire meglio quest’opera abbiamo voluto intervistare il direttore, Jacopo Sipari di Pescasseroli al quale abbiamo rivolto alcune domande.

Dopo Boheme, Turandot: quali emozioni le ha dato dirigere queste due opere a Torre del Lago?

Indubbiamente l’emozione piu’ grande della mia vita. Una esperienza straordinaria: l’idea di dirigere vicino al grande Maestro circondato dalle atmosfere che furono quelle che ispirarono il suo indiscusso genio è indescrivibile. La cosa più bella è stata avvertire questa enorme sinergia e comunione con gli Artisti, l’orchestra (che ha dimostrato ancora una volta una assoluta professionalità e grande elasticità musicale) e con il pubblico che sentivo dietro di me respirare con tutti noi e vivere pienamente il miracolo di queste opere. Si aggiunga a questo il fatto che dirigere a distanza così ravvicinata due capolavori intrinsecamente diversi mi ha dato la possibilità di vivere pienamente tutta la gamma spettrica delle idee musicali del Maestro trasportandomi in un altro mondo. In poche parole, un sogno che si avvera.

Ci può accompagnare all’interno della partitura di Turando? Quali “misteri” nasconde? Quali pagine, oltre a quelle ormai celeberrime, meritano di essere segnalate?

Turandot rappresenta certamente la summa del genio di Giacomo Puccini: racconta tutta la sua vita di musicista e, soprattutto di uomo. Questo sovrapporsi incredibile di sentimenti e stati d’animo che si rincorrono incessantemente e che si evolvono con imprevista andatura attraverso la scrittura musicale ne tratteggiano un capolavoro mondiale a cui bisognerebbe fare continuamente riferimento. La cosa che mi ha sempre colpito, studiando l’opera, è il fatto che una storia che racconta un’impresa fondamentalmente titanica (come tutte quelle legate alle grandi favole d’oriente) si trasforma nel più grande successo della nostra umanità. E’ proprio quando Calaf raggiuge la sua “divinità” conquistando la “vetta della montagna” che rivela il suo “nome”, la cosa più umana che c’è, il primo appellativo che si lega a noi uomini quando nasciamo, l’elemento che individua la nostra umanità. I tre atti, in questo sono costruiti in forma straordinaria dando risalto a questa discesa verso la nostra “umana divinità” che trova massimo compimento proprio nella morte di Liu dove il Maestro Puccini tratteggia dei momenti di ispirazione musicale di bellezza difficilmente descrivibile.

Il finale di Turandot, eterno cruccio di chi affronta, musicalmente o registicamente quest’opera: cosa ne pensa sulle scelte fatte per dare conclusione a quest’opera e come, secondo lei, sarebbe più giusto finisse?

Il fascino di Turandot è legata soprattutto a questo finale. Non è giusto, però, neanche mistificare le operazioni compiute da grandi Maestri come Alfano o Berio che hanno provato ad interpretare, come meglio hanno creduto, una conclusione assolutamente non ovvia come, del resto, tutte le conclusioni delle storie “umane”. La ricerca continua di sentimenti umani che caratterizza tutta la spina dorsale delle opere pucciniane non conducono secondo me a pensare ad un finale estremamente scontato: da questo punto di vista ho sempre pensato all’opera come qualcosa di fondamentalmente non concluso e che tale dovrebbe rimanere quanto meno nell’animo di chi suona così come di chi ascolta. La bellezza e il fascino sta soprattutto in questo. Per quanto riguarda l’esecuzione della Prima abbiamo deciso di optare per il finale tradizionalmente utilizzato di Alfano mantenendo intatta anche l’aria della Principessa “Del primo pianto”, secondo me non solo estremamente bella ma anche funzionale alla corretta comprensione “emotiva” del personaggio prima e dell’opera poi. Cio’ nonostante, abbiamo deciso di interrompere momentaneamente per un minuto la rappresentazione al momento della morte di Liu con tutta l’orchestra in piedi.

Ping, Pang, Pong : non marionette o figure grottesche ma uomini con sentimenti profondi e profondi pensieri. Come vede, anche musicalmente, questi personaggi?

Le tre maschere pucciniane sono davvero un’autentica e geniale trovata del Maestro Puccini e si inseriscono in una lunghissima tradizione di classica memoria. Con l’orchestra così come con i tre stupendi artisti abbiamo lungamente lavorato sui vari momenti del primo, secondo e terzo atto cercando di dare risalto proprio a questo continuo contrasto di sentimenti incarnati dai tre capaci di essere allo stesso tempo freddi nella testimonianza e estremamente emotivi nel ricordo e nel racconto. Di estrema bellezza il momento finale a loro dedicato nel terzo atto quando, proprio dinanzi alla morte di Liu, il sacrificio vero per amore di una donna-schiava che proprio per questo non poteva che donarsi senza pretendere nulla in cambio, commentano “Questa fanciulla spenta pesa sopra il mio cuore come un macigno – svegliato s’è qui dentro il vecchio ordigno, il cuore, e mi tormenta – ah per la prima volta a vedere la morte non sogghigno”, tutto tratteggiato musicalmente con una perizia senza eguali.

Ecco ancora il “principio di umanità pucciniana” come amo definirlo, il seme della nostra bellezza che per quanto custodito dietro una, due o tre “maschere” alla fine, dinanzi alla “verità” del nostro cuore, sobbalza senza timore fuori da ogni logica, fuori da ogni ruolo, fuori da ciò che, al contrario, il mondo vorrebbe che fosse.

E dopo il festival Pucciniano, quali altri impegni? E quali “sogni” realizzabili?

Dopo questa esperienza unica al Festival, mi dedicherò in primis al classico concerto nel mio paese d’origine, Pescasseroli, quindi partirò per Israele prima per poi tornare a Roma dove mi aspetta un importante concerto con una grande cantante di musica italiana in Settembre e poi per i tre mesi successivi il grande progetto SACRUM – omaggio ai più grandi capolavori di musica sacra – un progetto che prevede la realizzazione di grandi concerti di musica sacra nelle più belle Basiliche Romane.

A Dicembre, il classico concerto annuale con una grande star americana (l’anno scorso fu Anastacia).

Pubblicato in : 62° Festival PuccinianoTag: anni, anniversario, atmosfere, concerti, festival puccini, futuro, giovani, lavoro, lega, merito, mondo, nato, personaggi, poesia, puccini, punto di vista, roma, sposa

Info Stefano Mecenate

giornalista, critico musicale, editore, regista di opere liriche: ama conoscere e mettersi in gioco, ama le sfide e il lavoro di squadra.
Si occupa di comunicazione e marketing ma preferisce la cultura in tutte le sue espressioni e ad essa dedica tempo ed energie con entusiasmo e convinzione. Ha lavorato per quotidiani nazionali, emittenti radio televisive locali, riviste culturali; ha collaborato e collabora con Istituzioni pubbliche per la progettazione e l’organizzazione di eventi. Legge e ascolta musica non appena ha tempo, si riposa ogni tanto e non fuma.

Interazioni del lettore

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Luca Bagatin su Spagna e Francia in piazza, l’Italia bipopulista: Europa a rischio sfascio…
  • Gianni su Emergenza casa: tra legalità calpestata e la distorsione del welfare nazionale
  • Luca Bagatin su Nobel a Pillay, uno schiaffo alla lotta contro l’antisemitismo
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgia, credimi: pace impossibile con la jihad
  • Leone Vincenzo su Miccichè, la Corte dei Conti condanna l’ex presidente dell’Ars: oltre 42 mila euro per l’uso dell’auto di servizio
  • Ugo Malasoma su Naza non è un film documento ma verità amputata
  • Anna La Mattina su Sánchez chiude il ciclo e porta la Spagna alle urne: la casa fa saltare la maggioranza!
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti