Piccola premessa. Una delle cause dell’inutilità degl’interventi in materia di ammortizzatori sociali è costituta dalla volontà, comune ai governi che si sono succeduti ed alle forze politiche che li hanno sostenuti, che la riforma dovesse realizzarsi senza oneri aggiuntivi per il bilancio dello stato. Questa impostazione “ideologica” viene confermata dalla lettura del secondo comma dell’art. 32 della legge con cui è stata data attuazione al protocollo sul welfare, nel quale si ammonisce che dall’emanazione dei decreti legislativi in attuazione delle deleghe previste in alcuni capi della legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. I capi in questione riguardano “norme in materia di ammortizzatori sociali” nel secondo, “norme in materia di mercato del lavoro” nel terzo ed infine, nel settimo, “norme in materia di occupazione femminile”.
C’è in effetti tutta una letteratura che sostiene, anche con buoni margini di ragionevolezza, che il finanziamento di una riforma degli ammortizzatori potrebbe essere a costo zero, però per conseguire questo obiettivo bisognerebbe partire dalla consapevolezza che all’interno dell’istituto previdenziale questo comparto presenta sì delle disponibilità, ma che queste potrebbero essere impiegate un po’ meglio e destinate agli obiettivi specifici, anziché, come regolarmente accade, finire in maniera indifferenziata in un unico calderone in cui convergono altre esigenze mangiasoldi. Detto ciò, passo alle note sparse.
Struttura degli interventi nel protocollo d’intesa e nella legge d’attuazione
1) Un primo gruppo d’interventi è rivolto in favore delle categorie a rischio d’espulsione dal mercato del lavoro soprattutto per il raggiungimento di età prossima ai limiti, nel senso da una parte di scongiurare l’impossibilità di reimpiego dei lavoratori ultracinquantenni già in difficoltà nel mercato del lavoro, dall’altra di prolungare l’occasione del lavoro di fronte alla necessità del prolungamento dell’età attiva in presenza dell’innalzamento della prospettiva di vita.
2) Un secondo gruppo invece è rivolto prevalentemente alle classi di età in entrata nel mercato del lavoro, mercato che, con le sue discontinuità oggettive e soggettive, favorisce fenomeni di precariato che incidono nel doppio binario della difficoltà ad entrare nel mercato, da una parte, e nella discontinuità nella permanenza che causa discontinuità anche a livello previdenziale.
Le strategie d’intervento individuate costituiscono la rilevazione del fenomeno della precarietà ai due livelli principali in cui si esprime, ma non manifestano un disegno compiuto di riforma delle politiche del lavoro accompagnata da una riforma delle politiche di protezione costituita dal sistema degli ammortizzatori sociali. Il vuoto è talvolta colto dalla legislazione regionale, con la quale, anche nel quadro della riforma costituzionale del 2001 e inserendosi negli ampi spazi vuoti lasciati da una legislazione nazionale non compiuta , presenta un panorama che al momento attuale e nella migliore delle ipotesi può essere considerato non come attuativo, ma solo come sperimentale. Una recente ricerca dell’Adapt mette in luce alcune esperienze regionali che intervengono soprattutto nel campo della tutela del lavoro parasubordinato.
Il protocollo e la legge intervengono, con contrasti annessi, in una fase politica già di per sé abbastanza debole. Su questo dobbiamo segnalare innanzi tutto un’anomalia: il dibattito politico, lo scontro conseguente e l’attenzione dei media si sono a suo tempo concentrati principalmente su un aspetto di grande impatto emotivo, ma che riguardava una platea d’interessati abbastanza ristretta, lo scalone; per contro la soluzione, discussa e discutibile, che al problema è stata data impegna finanziariamente un’altra platea, questa sì larga, di soggetti interessati, ma solo in posizione passiva, cioè i lavoratori autonomi o parasubordinati e per un numero eccessivo di anni. E questo in barba anche alla conclamata premessa di un intervento neutrale quanto alla spesa in altri settori: non si vede perché, infatti, per risistemare gli ammortizzatori sociali e farli funzionare, che costituisce un interesse generale, non si possa spendere; per mandare a casa i cinquantottenni invece sì; e non poco. Al contrario, il punto che altrimenti avrebbe dovuto ritenersi centrale e su cui invece si è discusso e realizzato relativamente poco riguarda le linee d’azione per un sistema universale di tutele, i cui contorni vengono sommariamente delineati, di cui si dettano alcuni provvisori interventi, ma le cui misure strutturali a definitivo ed organico completamento vengono rinviate a tempi da determinarsi .
All’interno di questo panorama vediamo di cogliere alcuni punti essenziali.
1) Come già anticipato, in alcuni indirizzi programmatici espressi dallo stesso ministro Damiano si va verso una progressiva unificazione – o quanto meno una armonizzazione – dei principali e tradizionali istituti a sostegno al venir meno del rapporto di lavoro, disoccupazione e mobilità anche attraverso il superamento della fin qui vigente differenziazione tra i lavoratori delle grandi, medie e piccole aziende; in questa direzione assume crescente importanza il ruolo svolto o da svolgere da parte degli enti bilaterali, sia per quanto riguarda la loro funzione nell’integrazione del reddito che per quanto riguarda la formazione, quest’ultima intesa anche come strumento per l’attività di ricollocazione e per maggior chance nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Visto che questi ultimi esistono e non esistono, funzionano e non funzionano e in più sono organizzazioni di fatto, individuate dalla contrattazione collettiva ma non dalla legge, in perenne contrasto circa la legittimità a ricevere una contribuzione, si capisce bene l’organicità di un provvedimento che di fatto delega a queste “istituzioni” un ruolo, questo sì “istituzionale”.
2) Altri interventi sono rivolti al pubblico giovanile, con l’obiettivo di sterilizzare o ridurre i rischi del precariato. In questo ambito si segnalano un aumento fino a regime dell’aliquota contributiva per garantire miglior rendimento delle prestazioni future , nuove norme in materia di totalizzazione contributiva che ammettano all’istituto anche gli iscritti alla gestione separata, nonché agevolazioni per il riscatto del corso di laurea, valide però ai soli fini del montante contributivo e quindi della misura della pensione e non dell’anzianità. Sempre a proposito di giovani, viene istituito un sistema di microcredito, diverso però da qualsiasi impostazione tipica degli ammortizzatori sociali, a valere per i periodi di inattività.
Si può capire pertanto, ad una prima lettura, come una siffatta impostazione sia piuttosto sbilanciata a favore di una concezione protezionistica degli insider che non ad una tutela nella fase d’inserimento degli outsider, questi ultimi sinora caratterizzati da una cronica minor importanza nel quadro della rappresentatività degli interessi.
Considerazioni sul contratto di servizio.
Nel contratto di servizio l’impegno del lavoratore ad occuparsi nella formazione e nella ricerca attiva di una nuova opportunità si può considerare in qualche modo il corrispettivo in attività prestata dell’indennità che riceve. Si tratta di un concetto importante, ad evitare che l’indennità di disoccupazione possa essere considerata solo come un dovuto sociale; lo stesso dicasi per eventuali future forme di reddito di cittadinanza.
Se non si ha chiaro questo concetto sarà difficile attuare in termini pratici il sistema sanzionatorio consistente nella revoca della prestazione sociale in caso di rifiuto di un lavoro congruo o di mancata partecipazione cointeressata alle attività di formazione che s’individuano come necessarie per la ricollocazione.
Tale risultato si consegue anche conferendo alle prestazioni un valore effettivo che sia veramente sostitutivo di un salario minimo e non, come spesso accade ora, un integrativo regolarizzato alle prestazioni svolte altrove in nero.
Eppure anche su questo punto, pur nella logica di una considerazione che appare ineccepibile, quale quella della funzione complementare del patto di servizio, si possono rilevare debolezze interne che minano dal profondo l’effettiva fattibilità dell’intera strategia. Mi riferisco a tutte quelle situazioni in cui la debolezza del mercato del lavoro è cronica, soprattutto per condizioni ambientali e alle politiche del lavoro non fa riscontro un ambiente che permetta il loro sviluppo, anche in concomitanza con la diffusione del sommerso e del saltuario; e purtroppo in Italia di queste situazioni, per vare e diversificate ragioni che non è compito di questa sede analizzare, se ne registra un’ampia diffusione, sia pur in aree spesso definite ed individuabili.
E’ chiaro quindi che parlare di politiche attive, di patti di servizio, di workfare come nella definizione europea ha un senso solo se si ha ben presente che tutto ciò deve essere accompagnato da un analogo sforzo da condurre nel quadro socio-economico, altrimenti il rischio di trovarsi in presenza di considerevoli fenomeni di evasione sociale, consapevole o indotta, vanifica gran parte degli sforzi in questa direzione.
Punto per ora. Come si sa, da parte di una certa sinistra che non mi va più di identificare col termine “radicale” (che nella storia politica italiana ha sempre avuto un altro significato) si è accondisceso a votare questo testo con la riserva di una verifica a gennaio. Riserva e verifica sono termini del gergo politico che spesso si accompagnano a rigidità sui principi ed al vuoto sulle proposte. Quindi possiamo immaginare ciò che ci aspetta: se tutto va bene, siamo rovinati [cit.].
Silla Cellino
1 – Altro sarebbe se l’intervento regionale fosse visto come strategico, nel senso che a livello nazionale si definiscono politiche ed interventi generali e di massa, mentre quelli dei settori più particolari e territoriali vengono sviluppati nell’autonomia regionale, secondo gl’indirizzi programmati a livello nazionale
2 – La circostanza è ancor più da sottolineare, soprattutto perché tale vicenda si svolge in concomitanza con la discussione sul Libro Verde, che invece è stata glissata, col risultato di far emergere una questione tutta e solo italiana.
3 – Ma una parte di quest’aumento verrà utilizzata per finanziarie il divario scaturente dai provvedimenti a favore dei pensionati precoci

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