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Una diagnosi pessimistica per la Gran Bretagna

È del tutto evidente il colossale egoismo generazionale: abituati a disporre e godere della ricchezza accumulata in epoche precedenti, non riusciamo a intravedere che si stanno condannando le prossime generazioni alla povertà con la difesa di tutti i diritti e privilegi che ci siamo concessi. Che brutta fine, conclude Lord Hannan, per il paese che ha inventato la libertà economica, il paese di Adam Smith, David Ricardo e Margaret Tatcher.

di Luciano Pallini | 21 Agosto 2026

In Gran Bretagna è attivo dal 1955 l’Institute of Economic Affairs (IEA), un think tank sostenitore del libero mercato nella risoluzione dei problemi sociali, attraverso le idee liberali classiche, i diritti di proprietà e i limiti all’azione dei governi

Nell’intervento pubblicato il 17 agosto Lord Hannan, DIRETTORE GENERALE si pone un interrogativo “Non capiamo quanto rapidamente stiamo scivolando nella povertà? O non ci interessa?”: si riferisce al Regno Unito ma è lo stesso interrogativo che in molti si stanno ponendo in Italia

Secondo il Direttore, che si basa sulle cifre del Centre for Economics and Business Research, il Regno Unito, proseguendo secondo le tendenze attuali, avrà un tenore di vita che lo collocherà dietro la Lituania tra cinque anni e dietro la Repubblica Ceca in sei.

A frenare la crescita sono il fardello della tassazione e del debito che hanno spinto il Regno Unito costantemente giù nella graduatoria del tenore di vita, dal dodicesimo posto all’inizio del secolo al 24esimo oggi. Senza una decisa svolta il paese scenderà al 46esimo entro il 2050 – una nazione a reddito medio, superati da Romania, Georgia, Turchia e Moldavia.

Non è qualcosa che risulta solo dalle statistiche: questo impoverimento: lo si vede da quanti pub sono chiusi, dalla diffusione delle istituzioni di carità, nei negozi a prezzi bassi (e bassa qualità). Lo si può vedere nella rassegnazione dei giovani laureati che non riescono a trovare lavoro, nelle buche nelle strade sotto gli pneumatici delle auto. E nel numero di concittadini che espatriano verso paesi con stipendi più alti e tasse più basse, dall’Australia al Portogallo. 

Non è stato il destino cinico e baro a produrre questo scivolamento ma le scelte che la politica ha fatto e continua a fare.

Un aumento delle tasse, che sottrae reddito alle persone, disincentiva la produttività, mentre corrispondere entrate non guadagnate, ugualmente sarà disincentivata la produttività. Ovviamente, possono essere molti gli argomenti a favore di una tassazione redistributiva ma nessuno in grado di impedire che sia un freno per la crescita

Allo stesso modo operano regolamentazioni che interferiscono con il mercato, privilegiando alcuni settori a danno di altri o impedendo alle aziende l’impiego efficiente delle risorse: ne risulterà una riduzione della produttività aziendale. Certo, alcune regolamentazioni sono necessarie, ad esempio contro l’inquinamento, ma senza fingere che queste non costituiscano un freno alla crescita economica.

“Non si tratta di idee radicali, ma ortodossia economica di base, dimostrabili in teoria e provate ancora e ancora in pratica. Eppure, a un certo punto, all’inizio del ventunesimo secolo, noi (in comune con la maggior parte dell’Europa occidentale) rinunciammo a loro”

Una recente ricerca sul campo ha indagato l’atteggiamento degli inglesi verso la crescita economica “British Attitudes to Economic Growth”: un campione di 3.000 cittadini ha espresso la propria opinione sulle cause che hanno determinato i modesti risultati dell’economia inglese, quali ne siano state le cause e quale mandato per le riforme necessarie

Dal lato dell’offerta, per fattori che ostacolano il mercato, si ritrovano gli alti costi dell’energia, la tassazione elevata, le barriere commerciali, l’eccesso di burocrazia assieme ad un welfare che scoraggia il lavoro e alle normative che irrigidiscono e assunzioni senza dimenticare le troppo restrittive regole della pianificazione urbanistica.

Dal lato della domanda, a sollecitare l’intervento pubblico, si mettono in testa i bassi salari, l’insufficienza di investimenti pubblici e la smania di profitti delle imprese.

Niente di molto diverso dall’Italia, verrebbe da dire.  

.

Non è convinto, Lord Hannan, che alla dichiarata preferenza per la crescita si accompagni la effettiva disponibilità ad attuare le riforme necessarie: si vuole la crescita ma solo nella misura in cui non significa tagliare i benefici, o abbassare il salario minimo, o costruire sulla cintura verde, o far pagare un contributo per   utilizzare il SSN, o consentire l’immigrazione qualificata, o aumentare l’età pensionabile, o abbracciare le importazioni. In altre parole, sostiene Hannan, non si vuole la crescita.

È del tutto evidente il colossale egoismo generazionale: abituati a disporre e godere della ricchezza accumulata in epoche precedenti, non si riesce a intravedere che si stanno condannando le prossime generazioni alla povertà con la difesa ad oltranza di tutti i diritti e privilegi che le nostre si sono concesse.

Che brutta fine, conclude Lord Hannan, per il paese che ha inventato la libertà economica, il paese di Adam Smith, David Ricardo e Margaret Tatcher.

La stessa fine cui appare avviata anche l’Italia, incapace di uscire dalla gabbia di privilegi piccoli e grandi che spengono l’iniziativa individuale per il miglioramento della propria condizione.

Luciano Pallini

Pubblicato in : Economia, Editoriale, Esteri

Info Luciano Pallini

Economista, già sindaco di Pistoia, è direttore del Centro Studi della Fondazione Filippo Turati Onlus

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Luigi Cariglia

    21 Agosto 2026 alle 19:59

    Non credo che gli inglesi perderanno il sonno dopo aver letto le catastrofiche previsioni economiche di Lord Hannan. L’economista e’ stato un grande sostenitore dei benefici economici della Brexit in contrasto con la maggioranza dei suoi colleghi. Non e’ da vergognarsi ad essere in minoranza ma quando sei d’accordo con solo il 3% degli economisti, sorge il dubbio se Lord Hannan non abbia sbagliato professione. L’economia del RU ha perso circa l’8% del PIL post Brexit. E’ l’unico caso nella storia in cui un Paese decide di imporre sanzioni economiche a se’ stesso. Il Think Tank IEA all’inizio era un bona fide Istituto di Studi ma ora opera soprattutto come lobbista per multinazionali in settori fortemente regolamentati come energia, agribusiness, betting e naturalmente come influencer.

    Rispondi

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