Una serie di errori che mantiene alto il costo dell’energia elettrica. Di Giovanni Colais

Intorno a questo tema si confrontano e si scontrano due diverse fazioni, una, i produttori da fonti tradizionali (fossili), a difesa delle rendite fino a poco tempo fa assicurate dai prezzi elevati del mercato elettrico, e l’altra, dal forte contenuto ideologico, rappresentata dai produttori di energia elettrica “verde” a difesa dei profitti derivanti dai lauti incentivi assicurati alle rinnovabili. A sostegno delle proprie tesi le parti, snocciolano una serie di dati e numeri, sparati qua e là, per dimostrare, gli uni che l’elevato costo dell’elettricità non è dovuto agli incentivi all’energia “pulita” ma ad altre voci di spesa presenti in bolletta, e gli altri, che il peso dei costi diretti e indiretti delle rinnovabili, affosseranno l’intero sistema. In questi dibattiti, l’unico soggetto completamente assente è proprio il diretto interessato e cioè il consumatore finale, il vero tartassato, da una parte e dall’altra della barricata, che continua a finanziare con i suoi soldi l’intero processo.
Mi rendo conto e me ne scuso anticipatamente, di non poter essere in grado in poche righe, di trattare in maniera esaustiva tutte le problematiche che riguardano il sistema elettrico italiano, tuttavia proverò a fornire degli spunti di riflessione sull’argomento. Un dato incontestabile, su cui tutti concordano è l’elevato costo dell’energia elettrica nel nostro Paese. Se confrontiamo i prezzi della borsa elettrica italiana, con quelli del resto dei Paesi europei, notiamo un differenziale a nostro sfavore che oscilla tra il 20 e il 40%.
Una delle cause principali di questa eccessiva differenza di prezzo, riguarda il mix di combustibili utilizzati nella nostra produzione, che vede gli impianti alimentati a gas naturale coprire circa il 65% dell’intero fabbisogno nazionale. Considerando che il gas naturale in Italia costa mediamente il 25% in più rispetto alla media europea, un’altra anomalia che per ragioni di spazio evitiamo di chiarire, e che Francia e Germania producono la stessa percentuale di elettricità utilizzando carbone e nucleare, che hanno costi inferiori e meno problemi di fornitura, è di tutta evidenza il divario di prezzo. Un’altra delle ragioni di queste alte tariffe, riguarda la struttura e la gestione del mercato elettrico italiano.
Il sistema di formazione del prezzo sulla borsa elettrica, viene determinato dal punto di incontro tra la curva di domanda (consumi ) e quella di offerta ( produzioni), definito prezzo marginale. Semplificando, il prezzo di vendita dell’energia elettrica sul mercato viene fissato dal prezzo offerto dall’ultimo impianto che soddisfa la copertura dell’intero carico. Su questo prezzo vengono poi valorizzate tutte le altre offerte di vendita accettate. Tale meccanismo di remunerazione trasferisce a ciascuno dei produttori una plusvalenza, in quanto tutte le offerte accettate hanno certamente un costo inferiore rispetto a quello dell’ultimo impianto che fissa il marginal price. Quindi di fatto si crea una rendita ingiustificata, un surplus per tutti i proprietari degli impianti che si trovano sotto il prezzo marginale. Occorre chiedersi a quanto ammonta tale rendita e se ciascuna offerta di vendita in borsa, corrisponde realmente al costo variabile di generazione (funzione della fonte di alimentazione e del rendimento dell’impianto ) per il quale tale offerta è stata formulata. In parole più semplici, se un produttore fa un’offerta di vendita a 50 €/Mwh e il prezzo marginale di borsa è uguale a 80 €/Mwh, questi incasserà una plusvalenza di 30 €/MWh, che può aumentare se il costo unitario effettivo dell’impianto è più basso dell’offerta fatta.
A causa delle congestioni la nostra rete di trasmissione nazionale non è in grado di trasferire, in ogni istante, tutta l’energia elettrica prodotta, in una qualsiasi area del Paese e in qualsivoglia zona di consumo. Il numero di linee elettriche disponibili e i limiti termici delle stesse, non consentono un adeguato trasporto dell’energia sull’intero paese. Per questo motivo è indispensabile suddividere il territorio nazionale in zone (attualmente 6). Quindi la selezione tra gli impianti chiamati a produrre per la copertura del fabbisogno nazionale, avviene all’interno di ciascuna zona e per ognuna di queste viene calcolato un proprio prezzo di vendita. Il prezzo di acquisto dei clienti finali è invece unico su tutto il territorio nazionale e viene calcolato come media ponderata dei singoli prezzi zonali di vendita. Questo è il famoso PUN (prezzo unico nazionale). Quanto detto genera due tipi di problemi. Il primo è che la selezione degli impianti chiamati a produrre non avviene a livello nazionale, ma per singola zona, per cui in alcuni casi si è obbligati ad accettare offerte da impianti che hanno prezzi più alti rispetto ad altre centrali dislocate su un territorio diverso. Il secondo è che il PUN penalizza le zone più virtuose rispetto a quelle deficitarie e socializza i costi a livello nazionale.
In conclusione la stessa organizzazione del mercato elettrico, in un regime di scarsa concorrenzialità, può consentire ai produttori di poter speculare sui costi dell’energia elettrica. L’aumento repentino e non previsto nel corso del 2011 della produzione di energia elettrica rinnovabile non programmabile, in particolar modo fotovoltaica, la cui potenza installata ha superato ormai i 13,5 GW, ha inciso notevolmente sulla formazione dei prezzi nel mercato elettrico. L’energia elettrica prodotta dagli impianti fotovoltaici, si concentra nelle ore diurne (7-16), ha priorità di accesso nel mercato elettrico e viene offerta a prezzo nullo, comprimendo così l’offerta degli impianti termoelettrici. Con il sistema del prezzo marginale il fotovoltaico sposta verso il basso il prezzo dell’energia, specialmente nelle ore di picco (11-13) che erano quelle a più alta rendita per i produttori tradizionali. Questo è il vero motivo che ha originato il forte scontro in atto tra le grandi utility e i produttori a fonti rinnovabili. Non è un caso che nel corso degli ultimi quadrimestri del 2011 si è avuto un forte incremento del PUN nelle ore in cui la produzione fotovoltaica è assente (1-6 e 16-24), con una crescita rispetto al 2010 del 19% (dall’una alle sei) e del 36% (dalle 16 alle 24). Sembra che i produttori da fonti convenzionali che ci rimettono nella fascia diurna cerchino di rifarsi nelle ore serali. Sul come e perché questa anomalia sia consentita è materia dell’antitrust, mentre è senz’altro un’altra stangata per le piccole e medie imprese (PMI) e le famiglie italiane. Le grandi aziende energivore, in particolare le acciaierie, godono invece di una serie di riduzioni di costo, che vengono pagate da tutti gli altri. Per ovvie ragioni di spazio ne cito solo alcune, il servizio di interrompibilità, esenzione oneri dispacciamento, esenzione oneri di sistema, costo annuo per gli altri consumatori di circa 1 miliardo di euro.
E veniamo ai costi dell’energia rinnovabile. Per cercare di avere un approccio sistematico allo sviluppo delle energie rinnovabili nel nostro Paese occorre partire da quanto stabilito dalla direttiva comunitaria 2009/28/CE che prevede al 2020, per l’Italia, la copertura del 17% dei consumi finali di energia mediante l’uso di fonti rinnovabili. I settori che concorrono al raggiungimento di tali obbiettivi sono l’elettricità, il riscaldamento e il raffreddamento e i trasporti.Il Parlamento ha fornito i criteri per il recepimento della direttiva e coerentemente a questi, il Ministero dello Sviluppo economico ha fissato un Piano di azione nazionale (PAN), per il conseguimento degli obbiettivi fissati. In questo piano l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili al 2020 dovrebbe rappresentare il 26,3% del fabbisogno nazionale. In particolare in questo piano era prevista una potenza installata per il fotovoltaico al 2020 pari a 8 GW, valore già ampiamente superato ad aprile 2012 con 13,5 GW. Niente di definitivo, il PAN è sempre rivedibile, vorrà dire che se la percentuale della componente dell’elettricità cresce, si potrà diminuire quella prevista per i trasporti o il riscaldamento o in alternativa diminuire il peso delle altre rinnovabili elettriche. Nulla di male, ma una maggiore e più avveduta programmazione avrebbe consentito di definire in maniera precisa quali settori delle rinnovabili implementare, per favorire risparmi per i consumatori e accelerare lo sviluppo nei settori a più marcata tecnologia e concorrenzialità, in particolar modo quelli che riguardano l’efficienza energetica.
Ma torniamo ai costi diretti delle rinnovabili ed assimilate. Per l’anno 2011 il costo complessivo è stato di circa 7,7 miliardi di euro (di cui 4 miliardi per il fotovoltaico). Per l’anno 2012 si prevede un costo complessivo di circa 10,4 miliardi (di cui 6 miliardi per il fotovoltaico). Se consideriamo che gli incentivi al fotovoltaico hanno durata ventennale e quelli delle altre rinnovabili quindicennale, si fa presto a calcolare l’enorme peso che questi costi avranno sulle bollette elettriche per i prossimi anni. Per le rinnovabili non programmabili (eolico e fotovoltaico) si sommano ulteriori costi indiretti dovuti alla loro peculiarità. Infatti e difficile prevedere quale sarà l’esatto carico giornaliero assicurato da questi impianti, data la loro aleatorietà (sole e vento non sono garantiti). Occorre quindi avere sempre a disposizione una riserva di centrali tradizionali pronte a subentrare in caso di necessità. Un servizio che si paga e pesa sui costi di dispacciamento necessari a tenere in equilibrio l’intero sistema elettrico.
Bisogna prevedere nuovi costi per lo sviluppo delle reti, che debbono essere in grado di supportare adeguatamente queste particolari immissioni. Ed infine si avrà un aumento dei costi dei ‘certificati verdi’, dovuto alla diminuzione dell’energia soggetta all’obbligo da parte dei produttori da fonti convenzionali.
In conclusione, mi sembra quanto mai opportuno prevedere per il futuro una cabina di regia governativa, che sia in grado di prevedere ed indirizzare l’intero sistema, altrimenti i costi complessivi diventeranno insostenibili non solo per i consumatori finali ma per l’intero Paese.

Caro Giovanni,
Mi sembrano tante cifre che si fermano alla superfice e per il terrore di affrontare davvero il problema, fingi di non vedere quanto siamo Governati da criminali.
Che siamo Governati da criminali è evidente se si considera che i pannelli Fotovoltaici siano NERI e si pongono sopra i precedenti tetti ROSSI.
Anche uno stupido può quindi capire che da rosso a nero significa raddoppiare l’assorbimento del calore solare, perché invece di riflettere oltre il 50% dell’energia solare, è tutta assorbita. Con un rendimento, a impianto nuovo, del 12% e un maggior assorbimento del calore solare di oltre il 50% anche il mio antico compagno di classe detto “Bido” che odiava la matematica come non ho più visto nessuno, ti può garantire che il risultato per il riscaldamento globale è un netto peggioramento certo, al costo di Miliardi rapinati dalle nostre tasche ogni anno.
Perché quindi?
Perché il Faraone è impazzito e divenuto paranoico e i nani Europei lo temono.
Obama come sai sono di stirpe Nilotica, discendenti dei Faraoni, meglio temerli che contrastarli.
Si sono messi in mente di bloccare ogni ricerca sulle alte energie, che rischierebbe un domani di spodestare gli USA.
Come il potere del Faraone in Egitto si basava sul monopolio dell’acqua, ora vogliono basarlo sul monopolio delle energie, se il petrolio scende, ci sono subito Iran e Corea da affrontare…
I sette nani Europei devono andare in miniera a studiare le energie stupide del Medio Evo: Vento, sole, pioggia… E baci da Roma