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Una Belt and Road più green 

La leadership cinese ha in mente per la Nuova Via della Seta un futuro sempre più ‘green’. Una scelta strategica, per correggere gli squilibri interni ed espandere l’influenza della Cina a livello internazionale.

di Istituto Ispi | 23 Ottobre 2023

di Gabriele Manca

Da quando è stata lanciata, la Belt and Road Initiative (BRI) si è affermata come un progetto globale e onnicomprensivo, ramificato in tutti i settori che hanno valore strategico agli occhi della Cina: c’è una “via della seta marittima”, una “via della seta digitale”, così come una “sanitaria”. Non sorprende, dunque, che alla luce della crescente centralità della transizione “green”, Pechino abbia esteso la sua iniziativa anche a questo ambito.  

La prima volta che il presidente cinese Xi Jinping menzionò la Green Silk Road (GSR) – o “Via della Seta verde” – era il 2016 e il leader della Repubblica popolare stava tenendo un discorso in Uzbekistan, un Paese che ora sta rapidamente sviluppando le sue capacità nel settore dell’energia rinnovabile con l’aiuto di aziende cinesi. Secondo le parole del People’s Daly – quotidiano megafono del Partito Comunista Cinese – riportate dalla National Development and Reform Commission, promuovendo lo sviluppo di una “Via della Seta verde” la Repubblica Popolare Cinese punta a “rendere l’ecologia una caratteristica distintiva della cooperazione della Belt and Road”.  

Gli obiettivi cinesi nella trasformazione verde 

La GSR, così come il suo progetto madre BRI, non ha delle linee guida ben definite. Evolve nel tempo, coerentemente con il contesto internazionale, seguendo le aspirazioni globali e le necessità interne della Cina. Proprio tenendo a mente la natura mutevole dell’iniziativa, è possibile spiegare perché i progetti green della BRI abbiano assunto una maggior centralità rispetto al passato.  

Il ventesimo Congresso del Partito Comunista Cinese, tenutosi a fine 2022, ha rimarcato il cambio di paradigma economico della Cina: al centro non c’è più la quantità, ma la qualità della crescita.  

Qualità vuol dire, tra le altre cose, uno sviluppo fondato su basi più eco-sostenibili, che permettano di preservare l’ambiente e che abbiano un minor impatto sul clima. Quest’attenzione può essere interpretata anche come la risposta del governo cinese alle richieste sempre più pressanti dell’ormai vasto ceto medio cinese, che avendo raggiunto un certo livello di benessere inizia a dare maggiore priorità alle questioni ambientali e di salute. Il tentativo di “svolta green” dell’economia cinese – ancora in corso visto che, secondo i dati del 2022, circa l’80% della sua produzione energetica rimane ancorata alle fonti fossili –  risponde quindi a esigenze di consenso interno, ma è anche una scelta consapevole compiuta da Pechino per portare avanti la sua corsa alla leadership tecnologica globale. 

La leadership cinese sa che per rimanere competitivi sui mercati internazionali e superare le sfide strutturali che l’economia cinese deve affrontare, è necessario che sia l’innovazione tecnologica a guidare lo sviluppo. In quest’ottica, investire in tecnologie verdi si è rivelata una scommessa altamente strategica: così facendo, la Cina sta favorendo la trasformazione verde in patria, stimolando una crescita economica qualitativamente rilevante, e allo stesso tempo sta promuovendo il proprio ruolo di superpotenza high-tech a livello globale.  

Gli aspetti tangibili della Green Silk Road 

La GSR ha il delicato compito di riabilitare l’immagine della BRI, spesso associata a enormi progetti infrastrutturali dal forte impatto ambientale, costruiti sfruttando la poca regolamentazione, o il poco controllo, che caratterizza molti paesi in via di sviluppo che aderiscono all’iniziativa. A partire dal secondo Belt and Road Forum del 2019, la Cina ha iniziato a premere con maggior vigore sulle questioni ambientali. Nel dicembre 2020, ad esempio, la Belt and Road Initiative Green Development Coalition (BRIGC) ha pubblicato, con il sostegno di vari ministeri cinesi, la Green Development Guidance, che sottolinea l’importanza di aderire alle migliori pratiche internazionali nella gestione dei rischi ambientali. 

Il problema dei progetti targati BRI, però, non è legato solo al ‘come’, ma anche al ‘cosa’ si costruisce, ovvero ​​se l’iniziativa aiuta la transizione verso forme di energia più sostenibile nei paesi in via di sviluppo, o se invece li relega a un futuro all’insegna dei combustibili fossili. 

Fino a pochi anni fa, quelle cinesi erano tra le poche istituzioni finanziarie internazionali che ancora concedevano prestiti per le centrali elettriche a carbone. Nel 2021 Xi Jinping annunciò finalmente alle Nazioni Unite che la Cina avrebbe smesso di finanziare il carbone all’estero. Una promessa mantenuta, seppur con diverse eccezioni. Secondo i dati aggiornati al 2022, riportati dalla Università di Boston, i progetti legati ai combustibili fossili, in particolare carbone e gas, rappresentano a oggi più del 50% di quelli attivi o in costruzione. Tuttavia, la maggior parte dei progetti in fase di pianificazione è costituita da fonti energetiche a basse emissioni di carbonio, soprattutto legate a fonti di natura idrica, solare ed eolica. Sembrerebbe, dunque, che vi sia un cambio di rotta verso una BRI più sostenibile. Nella prima metà del 2023, circa il 41% dell’impegno energetico è stato destinato all’energia solare ed eolica, oltre a un ulteriore 14% di energia idroelettrica. I primi 6 mesi più ‘verdi’ da quando è stata lanciata la BRI nel 2013. Una delle ragioni alla base di questa performance è il calo dei progetti legati al gas e al petrolio, predominanti invece nel 2022 e nel 2021.  

L’impegno cinese a valorizzare la GSR non si esaurisce solo in un sostegno ad investimenti più sostenibili dal punto di vista energetico, ma anche in un impegno della Cina a promuovere i suoi interessi in relazioni all’approvvigionamento di materiali critici (come il litio) e alla produzione di componenti essenziali per la transizione ecologica (come le batterie). Non è un caso che, nel 2022, il più importante investimento avvenuto nel quadro della BRI sia collegato allo sviluppo della filiera cinese delle auto elettriche: l’Ungheria infatti è stato il paese ad aver ricevuto il maggior numero di investimenti BRI, per una cifra di 7,6 miliardi di dollari. Questi si legano direttamente alla decisione di CATL, società cinese leader mondiale nella produzione di batterie per auto elettriche, di costruire un nuovo stabilimento nel paese europeo.  

Un veicolo per la leadership cinese nel settore green 

La GSR pur essendo un progetto vago, porta avanti degli obiettivi molto concreti e coerenti con le intenzioni originarie dietro al progetto madre BRI: correggere gli squilibri interni e, soprattutto, espandere l’influenza economica (e dunque geopolitica) della Cina. Il settore della green economy è relativamente nuovo e in espansione, diventato centrale oggi e destinato a esserlo ancora di più domani. Pechino ha già un vantaggio comparato: è responsabile, a livello mondiale, del 72% della produzione dei moduli per l’energia solare e del 50% delle turbine per quella eolica; vanta una catena di approvvigionamento efficiente e a basso costo e le sue aziende sono ormai rodate nelle gare di appalto internazionali per intraprendere lavori di costruzione nel settore.  

I paesi membri della BRI, e dunque della GSR, sono l’asso nella manica per rafforzare ulteriormente la posizione cinese nel mercato. La crescente necessità di investimenti in energia pulita da parte delle economie emergenti (ovvero la maggior parte dei paesi aderenti alla BRI), offre alle aziende cinesi la possibilità di svolgere un ruolo da protagoniste nel processo di decarbonizzazione di questi attori. L’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) ha stimato che per raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050, così come concordato dagli Accordi di Parigi, saranno necessari 573 miliardi di dollari di investimenti in energie rinnovabili nei mercati emergenti dal 2026 al 2030 (circa l’86% degli investimenti totali). 

Per Pechino, la GSR è il veicolo per proiettare i suoi standard di produzione in questo settore. Controllare e disseminare gli standard tecnici significa essere in grado di influenzare la direzione che prenderà lo sviluppo in quel campo tecnologico specifico e quindi avere un vantaggio comparato sugli altri attori. 

Il terzo Forum della BRI, conclusosi nei giorni scorsi, sta mettendo in luce le due parole chiave che secondo la leadership cinese dovranno contraddistinguere il futuro sviluppo della Via della Seta: progetti più piccoli e più verdi. Da ciò si evince che la GSR non potrà che essere una declinazione sempre più cruciale di un progetto che, nonostante un rallentamento, continua ad essere il biglietto da visita dell’influenza cinese nel mondo.  

Gabriele Manca

(Ispi Editorial Trainee)

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: anni, cina, consenso, discorso, futuro, governo, la repubblica, leadership, mercati, mercato, mondo, natura, parigi, processo, punto di vista, repubblica, sostegno, sviluppo

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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