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Un Vermeer nel cuore della città eterna

di Paolo Marini | 23 Dicembre 2012

La prima esposizione italiana dedicata a Johannes Vermeer (1632-1675, Delft), massimo esponente della pittura olandese del XVII secolo, non indulge ad un intento celebrativo.

vermeerPuoi farti prendere dalla nostalgia, se ti accade di visitare la mostra “Vermeer, il secolo d’oro dell’arte olandese” (fino al 20 gennaio 2013) a Roma (Scuderie del Quirinale), dato che è tutto un imbattersi in uomini e donne che scrivono e leggono, con gli strumenti del tempo e – si può supporre – in un silenzio improponibile all’oggi (valga per tutti l’impareggiabile “Uomo che scrive una lettera” di Gabriel Metsu), nonché intenti all’arte della musica (come in “Compagnia musicale” di Caspar Netscher), alle faccende domestiche (vedasi “Donna con bambina in cortile” di Pieter de Hooch) e finanche al corteggiamento (con quel “Giovane donna con bicchiere di vino” di Johannes Vermeer, che forse è l’apice del compendio pittorico in esposizione). Scene tutte popolate da una borghesia operosa ma tutt’altro che restìa a concedersi i piaceri della vita,  cioè – per dirlo con le parole di Arthur Wheelock, tra i curatori della mostra – da quei “distinti cittadini che costituivano la spina dorsale della potenza economica della piccola nazione” e che troviamo esemplarmente raffigurati nel “Ritratto di famiglia in cortile a Delft”di Pieter De Hooch.

Si trattadella prima esposizione italiana dedicata a Johannes Vermeer (1632-1675, Delft), massimo esponente della pittura olandese del XVII secolo, che tuttavia non indulge ad un intento celebrativo del personaggio:se, dunque, agli otto Vermeer (tra cui i famosissimi “La stradina” e “Ragazza con il cappello rosso”) si affiancano ben cinquanta capolavori di artisti contemporanei, ciò non è dovuto tanto al fatto che si conoscono solo 37 quadri (dei quali solo 26 – appartenenti a 15 diverse collezioni – possono essere portati in giro per il mondo) dei 50 che il maestro dipinse in tutta la sua vita; quanto – almeno ci è sembrato – all’esigenza di dar conto del contesto storico-culturale ed artistico in cui ha operato una grande generazione di pittori. Che paiono per lo più accomunati, oltre che dall’evidente padroneggiamento delle tecniche di rappresentazione della luce, da uno straordinario gusto della precisione e per i particolari e dall’uso del colore, che talora si fa davvero mirabile. D’altronde, pur ritenendosi soprattutto un artista, Vermeer fu anche conoscitore e mercante di oggetti d’arte. Per questo non sarebbe stato logico che si fosse disinteressato alla produzione pittorica del suo tempo, della quale fu altrimenti sempre informatissimo. La fortuna del “Maestro della luce olandese” (così chiamato per la straordinaria capacità di rendere la luce del cielo d’Olanda, il cui colore sarebbe mutato irreversibilmente a seguito di ingenti opere di bonifica) risale alla seconda metà dell’Ottocento ed è anzitutto dovuta alla monografia appassionata del critico francese Théophile Thoré-Bürger del 1866. Il quale, come stigmatizzando la scarsità di informazioni sulla sua vita, ebbe a chiamarlo  ‘la Sfinge di Delft’.

Pubblicato in : Cultura ed eventi

Info Paolo Marini

Nato a Siena nel 1965, vive a Firenze da oltre quarant’anni. Laureato in giurisprudenza nel 1991, dopo una intensa militanza politica nel Partito Liberale (1984-1993) ha scelto di impegnarsi al di fuori del sistema dei partiti. Appassionato di arte, letteratura, storia, filosofia e diritto, ha pubblicato “Dal patto al conflitto” (1999) – critica radicale alla concertazione e ai suoi riti – e due volumi di poesia – “Pomi Acerbi” (1997) e “All’oro” (2011) -, oltre a numerosi articoli per varie testate, cartacee e on line. Avvocato civilista e del lavoro e consulente di imprese, ha al proprio attivo anche pubblicazioni – libri, articoli, note di commento, check list – soprattutto in materia di diritto e procedura civile, protezione dei dati personali e responsabilità amministrativa di enti e persone giuridiche.

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