La prima esposizione italiana dedicata a Johannes Vermeer (1632-1675, Delft), massimo esponente della pittura olandese del XVII secolo, non indulge ad un intento celebrativo.

Si trattadella prima esposizione italiana dedicata a Johannes Vermeer (1632-1675, Delft), massimo esponente della pittura olandese del XVII secolo, che tuttavia non indulge ad un intento celebrativo del personaggio:se, dunque, agli otto Vermeer (tra cui i famosissimi “La stradina” e “Ragazza con il cappello rosso”) si affiancano ben cinquanta capolavori di artisti contemporanei, ciò non è dovuto tanto al fatto che si conoscono solo 37 quadri (dei quali solo 26 – appartenenti a 15 diverse collezioni – possono essere portati in giro per il mondo) dei 50 che il maestro dipinse in tutta la sua vita; quanto – almeno ci è sembrato – all’esigenza di dar conto del contesto storico-culturale ed artistico in cui ha operato una grande generazione di pittori. Che paiono per lo più accomunati, oltre che dall’evidente padroneggiamento delle tecniche di rappresentazione della luce, da uno straordinario gusto della precisione e per i particolari e dall’uso del colore, che talora si fa davvero mirabile. D’altronde, pur ritenendosi soprattutto un artista, Vermeer fu anche conoscitore e mercante di oggetti d’arte. Per questo non sarebbe stato logico che si fosse disinteressato alla produzione pittorica del suo tempo, della quale fu altrimenti sempre informatissimo. La fortuna del “Maestro della luce olandese” (così chiamato per la straordinaria capacità di rendere la luce del cielo d’Olanda, il cui colore sarebbe mutato irreversibilmente a seguito di ingenti opere di bonifica) risale alla seconda metà dell’Ottocento ed è anzitutto dovuta alla monografia appassionata del critico francese Théophile Thoré-Bürger del 1866. Il quale, come stigmatizzando la scarsità di informazioni sulla sua vita, ebbe a chiamarlo ‘la Sfinge di Delft’.

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