La domanda che più gira di questi tempi non è “come stai?” oppure “dove vai per Natale a sciare?” ma questa più brutale e impegnativa. “Vaccinato?” Sono i giorni e le settimane in cui una popolazione non si divide più in biondi e mori, alti e bassi, bianchi e neri ricchi e poveri (“La prima cosa bella, che ho avuto dalla vita, è stato il tuo sorriso…” grande canzone!!) in settentrionali e meridionali ma in vaccinati sì, vaccinati no!! Un nuovo mar Rosso, un nuovo steccato, una nuova scelta. Ma a ben vedere, questa storia del vaccino contro l’influenza A H1N1 tra vaccinazioni quasi obbligatorie, vaccinazioni consigliate, vaccinazioni sommessamente indicate è più una storia di una vaccino per l’incertezza. Un vaccino per caprie se questa influenza è così come molti la descrivono tra effetti e conseguenze oppure la stanno la stiamo gonfiando tra titoli e confusioni. Non c’è dubbio che un bambino morto di influenza A fa la sua bella notizia e poi si scopre che magari la morte è sopraggiunta per altra malattia. quindi il danno del boato è già stato fatto e anche quando arriva la notizia vera che la morte era dovuta ad altra causa, per la maggior parte degli ascoltatori e dei lettori quello è il killer, l’influenza A. Vaccino sì, vaccino no. L’altro giorno il servizio pubblico dell’informazione radio, con Radio Anch’io ha dato una bella mano al servizio sanitario pubblico in materia di informazione sanitaria perché ha dato modo al prof. Giovanni Rezza che è il direttore del dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, quindi il massimo, di chiarire la differenza tra popolazione a rischio contagio influenza A e cioè, in questa fase, bambini e ragazzi sotto i 16 – 15 anni, dai dati, e la popolazione a rischio complicanze, cioè tutta quella gente che per malattie croniche o altre patrologie conclamate sono a rischio. Già questo ha dato una grossa mano appunto per caprie se uno sta dalla parte del vaccino oppure dalla parte della speranza. Poi quella trasmissione ha dato una grossa mano per capire come mai questa apparante enorme differenza di reazioni e situazioni regionali. Tradotto brutalmente perché si muore di più in Campania e si muore di meno in Emilia Romagna? Tanto che qualche giornale si è permesso di fare un titolo anche a smentita su: c’entra la miseria e il degrado nella diffusione dell’influenza A? Non sarà mica la pandemia dei diseredati e dei disagiati? Ma andiamo!! Il problema vero -come hanno ben detto l’assessore alla sanità dell’Emilia Romagna Bissoni e la responsabile del coordinamento campano prof. Triassi- sta nella capacità di ogni regione di organizzare il servizio ma anche nelle certezze delle scelte centrali che sono poche e semplici: chi si deve vaccinare, quando lo deve fare e come destinare i vaccini che rimangono alle altre popolazioni e dall’altra parte la certezza di un calendario della consegna delle dosi di vaccino. Si perché qua pare che i vaccini siano stati assicurati ma le consegne pratiche, proprio i flaconcini, siano ancora sulla carta, non siano ancora arrivate a destinazione, anche quelle stra promesse. Insomma un vero vaccino per l’incertezza. Vaccinato? No grazie. Vaccinato? Si grazie. Difficile prenderci anche con le categorie a rischio. Dato per scontato che lo sono tutti i sanitari che hanno a che fare col virus, che quasi lo respirano per lavoro, e dato per scontato che dovrebbero vaccinarsi coloro che hanno patologie croniche che possono -parole del prof. Rezza- far insorgere complicanze, beh c’è tutto un altro mondo inesplorato. Ad esempio: i conduttori di autobus, i distributori di biglietti al cinema, i baristi, i camerieri, i controllori sul treno, i gli istruttori di palestra possono diventare categorie a rischio o di trasmissione inconsapevole? E parlando con qualche amico che fa il medico infettivologo perché non considerare a rischio anche la moglie che con il medico infettivologo, anche comprensibilmente, ci va a letto?
Fabrizio Binacchi
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