Il partito per riproporsi oggi ha bisogno di un nuovo paradigma identitario. Di Gianfranco Sabattini

Questa dura realtà trova conferma nella vittoria di un socialista nelle presidenziali francesi.
Sebbene il partito socialista di François Hollande sia l’erede di un partito che aveva rifiutato l’idea di fondo che negli anni Novanta aveva legittimato il cosiddetto Socialismo della Terza via di Anthony Giddens, non ha mancato nei quasi venti anni successivi all’ultima sua affermazione con François Mitterrand di adeguare l’“ideologia” alle grandi trasformazioni occorse nelle economie capitaliste, quali la globalizzazione, l’avvento del capitalismo finanziario, le sfide ambientali, l’allargamento dei movimenti spontanei di protesta; con scarsa o insufficiente attenzione per l’approfondimento, sia delle ineguaglianze sociali, sia dell’aumento dell’individualismo e dei conflitti interetnici che da quelle trasformazioni hanno tratto origine. Pertanto, celebrando oggi la vittoria di Hollande, si ha la sensazione di celebrare il “ritorno” del socialismo, non per ”addomesticare” un capitalismo dagli esiti indesiderati sul piano sociale, ma per liberare lo stesso capitalismo dagli impedimenti che ne ostacolano il “regolare” funzionamento.
Il partito socialista, per riproporsi oggi non solo nel nostro Paese come reale “addomesticatore” del capitalismo, ha bisogno di un nuovo paradigma identitario, in grado di riassegnargli visibilità politica e nuovo ruolo sociale. Tale paradigma può essere derivato solo dall’assunzione, a livello sia nazionale che internazionale, di due obiettivi riformisti tra loro interconnessi: (1) la sostituzione del conflitto con la cooperazione nella regolazione del funzionamento dei sistemi economici e dei loro reciproci rapporti e (2) la soluzione del connesso problema della giustizia distributiva, realizzata su basi collaborative e non conflittuali, nel rispetto dello sviluppo e della libertà degli uomini.
Il paradigma che potrebbe ridare visibilità al pensiero del nuovo partito socialista ed indicare il ruolo che esso potrebbe svolgere nella soluzione dei problemi dei sistemi sociali moderni dovrebbe presupporre innanzitutto che tutti coloro che condividono i tradizionali assunti, un tempo patrimonio culturale del “vecchio” Partito Socialista, siano individuati come riformisti e che il loro partito venga denominato Partito Riformista.
Questo nuovo partito, in quanto ispirato al riformismo, dovrebbe costantemente perseguire l’adeguamento della struttura istituzionale del sistema sociale al continuo cambiamento delle forme di produzione e dei rapporti tra i diversi gruppi sociali; adeguamento che dovrebbe avvenire in funzione del perseguimento dei due obiettivi fondanti il nuovo paradigma del riformismo socialista.
Il cambiamento delle denominazioni del “vecchio” partito non sarebbe “cosa da poco”; come acutamente osserva Roberto Mangabeira Unger nel bel libro Democrazia ad alta energia. Un manifesto per la sinistra del XXI secolo, se l’idea socialista deve essere riproposta “in una nuova situazione attraverso un nuovo progetto”, quest’ultimo “richiede la reinvenzione dell’idea preesistente”, la quale però impone, a sua volta, una nuova denominazione.
Ciò perché, come lo stesso Unger osserva, l’idea socialista nella sua versione democratica non è stata meno responsabile di tutte le altre idee socialiste (del socialismo reale come del keynesismo interventista) d’aver sempre fatto dipendere la dinamica istituzionale da situazioni di crisi o da traumi sociali considerati quali unici rimedi ad ogni forma di immobilismo e di aver sempre perseguito la giustizia sociale tramite procedure ridistributive che non hanno mai mirato al potenziamento della libertà positiva (della “libertà di” e non solo della “libertà da”) dei singoli soggetti all’interno dei sistemi sociali.
La formulazione del nuovo paradigma del riformismo socialista non dovrà semplicemente derivare da un qualche patto elettorale, ma da un’elaborazione teorica e politica che implichi il coinvolgimento del maggior numero possibile di soggetti che condividono le idee del “nuovo” socialismo riformista e non solo dei vertici del partito in quanto presunti depositari di un’eredità storica. L’eredità storica del socialismo, come sta a dimostrare quanto è accaduto in Francia, al di là del suo significato politico corrente, ha ormai smarrito ogni suo originario significato.

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