Le loro mogli, disciplinati angeli del focolare di un secolo perduto, già a dormire. Pantofole ai piedi del letto. Crocifisso sul comodino, accanto, un bicchiere d’acqua, un santino di Padre Pio ed un barattolo di Citrosodina.
Lo vedevo camminare lento, perlustrando senza convinzione un aeroporto ormai vuoto. Come una palla da flipper lentamente guidata (a fine corsa) dal piano inclinato, si è rotolato nell’unico bar ancora aperto. Immagino, sarebbe dovuto essere il breve ristoro di mezzo: quello a metà ronda.
Sopra la sua divisa scura: stemmi, stemmoni, mostrine, spille, spillette, patacche e patacconi (ogni dove). Ogni patacca ringhiava come un chihuahua: non sparatemi, non sapete chi sono io! Scritte improbabili facenti richiami a qualche “Pol” internazionale, mondiale, super galattica. Una pistoletta dentro una fondina usurata da quello strofinio lento, implacabile, derivante dalla ronda (lunga ed interminabile). Fatta ogni giorno. Ore ed ore. Notti intere. Su e giù. Assoldato per la guardia. Giurato alla guardia. Destinato alla guardia.
Rotolato dentro al bar, si è adagiato sul bancone come un sacco vuoto. Almeno finché non mi ha vista. A quel punto ha ripreso anima e s’è ricomposto. Certo, non aveva intenti bellicosi nei miei confronti (ci dividevano, come minino, trent’anni di ronde). Credo si fosse drizzato in piedi per amor proprio. Doveva essere uno da famiglia (abituato ai rimbrotti della moglie). Poi, sarei potuta essere la figlia, o l’amica della figlia.
Quei capelli radi sopra la nuca erano impomatati e curati. La barba era lunga, ma da lavoro. I peli dovevano essere spuntati un po’ alla volta, durante quella giornata, sospinti fuori dai follicoli al ritmo dei suoi passi. Sicuramente, ad inizio turno, era un figurino. Un figurino di uno e sessanta, ma pur sempre un figurino. Casomai con la pancia, però con la camicia stirata (dalla moglie). Casomai con le scarpe nere gommate, consumate (sformate ai bordi), ma lucidate (forse, anche quelle, dalla moglie). Le mani erano tozze, ma gentili. Tenevano la tazzina del caffè dai lati, a riscaldarsi. Con il barista (se possibile) più vecchio di lui: due parole: il barista in milanese; lui in qualcosa che sarebbe dovuto essere del sud, ma ormai, era una parlata sdrucita e lisa da un uso improprio, praticato malamente a centinaia e centinaia di miglia dal luogo natio.
Dovevo avere fatto loro tenerezza.
In effetti, una tutta ripicchettata, mani su portatile, alle undici di sera in mezzo ad uno scalo aereo totalmente vuoto, non può che suscitare tenerezza.
Ho accettato il loro invito a far due chiacchiere intorno ad un nuovo caffè. Conversari che rapidamente si sono fatti di convenienza, vuoti e di circostanza. Non sapevano davvero cosa dire ad una laurea con dottorato in gonnella che non aveva mai fatto una ronda in vita sua, e che aveva frequentato i banconi dei bar da una parte sola.
Alla fine parlarono delle loro figlie (più o meno della mia età). Una maritata e l’altra a lavorare in un ristorante di Londra. Gli occhi di quei due erano carichi di orgoglio. Avevano fatto ciò che serviva e continuavano a farlo (casomai mandando qualche soldo).
Ho immaginato il loro ritorno a casa, quella sera (a fine turno). Le loro mogli, disciplinati angeli del focolare di un secolo perduto, già a dormire. Pantofole ai piedi del letto. Crocifisso sul comodino, accanto, un bicchiere d’acqua, un santino di Padre Pio ed un barattolo di Citrosodina.
Per i nostri due Pat Garrett e Billy Kid, due piatti sul tavolo del tinello. Uno sull’altro, in mezzo una frittatina di cipolle. Davanti una michetta, un bicchiere ed una mezza bottiglia di vinello senza etichetta.
L’immensità di quella vita era tutta lì: in quella testa impomatata, in quelle mani tozzarelle e in quell’amico dietro un bancone. Una ronda lunga sessant’anni per dire due parole piene d’orgoglio ad una sconosciuta. E se Dio esistesse, e se veramente offrisse ospitalità agli ultimi, e se veramente avesse riguardo per chi avesse fatto semplicemente ciò che doveva, allora, in quel bar di Malpensa, alle 11 di sera, ho incontrato due anime divine. A cui l’universo ha donato la sua immensità.

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